Polsi rotti, pustole e danni alle cornee: quando i crash test li facevano gli umani

Da John Stapp, che si è sottoposto alla maggiore forza G di picco di sempre, a Rusty Haight, che ha svolto più crash test di tutti, quello che sappiamo sugli incidenti lo dobbiamo anche a loro.
31 ottobre 2018, 12:16pm
crash test manichini umani vivi
Immagine: Juta

Tutti abbiamo visto le spettacolari immagini dei crash test, ovvero le simulazioni di incidenti che gli scienziati ricreano per studiare le conseguenze dell’impatto sul corpo umano. In questi test vengono utilizzati i cosiddetti dummy, manichini la cui struttura è pensata per avvicinarsi molto a quella umana e per fornire indicazioni attendibili su come il corpo reagisce agli scontri automobilistici. Pochi sanno però che non sempre i manichini sono sufficienti per questo tipo di ricerca.

I pionieri di questi studi, negli anni Quaranta, lavoravano sia nell’ambito militare che in quello civile: oltre ai ricercatori militari, anche la General Motors e altre compagnie automobilistiche avevano investito nel settore sicurezza e, per la fase iniziale di questi studi, venivano utilizzati cadaveri umani.

A dire la verità, i cadaveri si utilizzano anche oggi: sono corpi donati alla scienza (volontà che negli Stati Uniti può essere espressa a livello testamentario) che vengono lanciati a tutta velocità in impatti frontali; talvolta se ne utilizzano soltanto alcune parti, come gambe e braccia che vengono attaccate al busto dei dummy. È ovvio che nessun manichino può simulare con la precisione dovuta l’esatta reazione di un corpo umano in un impatto — non c’è nulla di meglio che un corpo vero e proprio. La ricerca sui cadaveri han portato a modifiche fondamentali nella struttura delle automobili. Uno studio del 1995 sottolineava come a fronte di ogni singolo cadavere usato nella ricerca, si salvassero 61 persone all’anno per aver indossato la cintura di sicurezza, 147 grazie all’airbag e 68 all’impatto con il parabrezza.

Negli anni Quaranta, per ottenere informazioni fondamentali sulla capacità del corpo umano di resistere alle forze di schiacciamento e di strappo che si verificavano solitamente negli incidenti ad alta velocità, i cadaveri venivano lanciati giù per i pozzi di ascensori inutilizzati e fatti schiantare contro lastre di acciaio. Si facevano cadere cuscinetti a sfera sui crani, per calcolare la loro resistenza. Corpi dotati di rudimentali accelerometri venivano lanciati in scontri frontali all’interno di automobili, e via dicendo. Ma in alcuni casi, per comprendere davvero le dinamiche di un incidente, bisognava spingersi ancora oltre. Bisognava provare a far schiantare persone vive.

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Il Colonnello John Stapp a bordo di un ”rocket sled” una piattaforma per i test sospinta da razzi che scorre su rotaia all'Edwards Air Force Base. Fonte: Wikipedia.

Il colonnello John Stapp è un nome mitico di questa fase pionieristica della ricerca. Quest’uomo non si è offerto semplicemente volontario per i crash test automobilistici: ma ha preso parte a crash test aerei!

Quello che si voleva capire era l’effetto di una decelerazione velocissima su un corpo umano che viaggiava ad altissime velocità. Ed è proprio così che John Stapp divenne l’uomo che nella storia si è sottoposto alla maggiore forza G di picco. Il sistema per la sperimentazione consisteva in una rotaia con un modulo a propulsione a razzo e un sistema di frenaggio idraulico fra i più potenti mai costruiti. John Stapp è stato piazzato dentro al modulo nel dicembre del 1947. Il motore a razzo faceva raggiungere alla slitta una velocità superiore ai 1000 km/h in 5 secondi. Il freno fermava completamente la slitta nel giro di un secondo e mezzo.

Nei progressivi esperimenti Stapp è arrivato a sottoporsi a forze pari a 45 g — prima della sua ricerca i medici pensavano che il limite massimo raggiungibile da un corpo umano fosse di 18 g.
Come conseguenza della potentissima decelerazione, il colonnello si è rotto due volte il polso, il suo corpo si è riempito di pustole causate dall’impatto con particelle di polvere, e ha subito un grave distacco delle cornee che gli ha causato un’emorragia ad entrambi gli occhi, come documentano i filmati dell’epoca.

Nel 1951, sul deceleratore erano state fatte 74 “corse” con volontari umani, la maggior parte delle quali effettuate da John Stapp: 19 con il soggetto di spalle, e 55 in posizione frontale.

A prendere il testimone della ricerca di Stapp è stato un professore della Wayne State University, Lawrence Patrick. Si è sottoposto a circa 400 “corse” sulla slitta a razzo. Lui e i suoi studenti si sono fatti schiantare sul petto con un pendolo di metallo, si sono fatti colpire sul viso da un martello pneumatico rotante e infine hanno acconsentito a farsi sparare addosso dei vetri frantumati per simulare l’implosione di un finestrino.

Prima di arrivare alla messa a punto dei primi crash test dummy, però, c'è stato un periodo in cui i ricercatori hanno compiuto un altro passo inevitabile: l’utilizzo di animali per arrivare là dove i volontari umani non potevano spingersi. Scimpanzè, orsi, soprattutto maiali sono stati schiantati in centinaia di esperimenti mortali.

Finalmente, grazie a tutti i dati raccolti in queste numerose e pericolose ricerche, all’inizio degli anni Cinquanta sono stati progettati e costruiti i primi manichini. Da quel momento in poi, l’utilizzo di dummy sempre più perfezionati renderà superflui i test sui cadaveri o sugli animali.

Ma c’è anche chi continua a schiantarsi per la nostra sicurezza su una base regolare: Rusty Haight, direttore dell’Istituto per la Sicurezza della Collisioni della California e detentore del Guiness dei Primati come uomo che ha effettuato in prima persona il maggior numero di crash test.

Se per noi l’incidente stradale è un momento traumatico e pauroso, per Haight è pura routine. La disinvoltura con cui affronta i crash test deriva dalla sua esperienza: si è schiantato a tutta velocità contro muri e altre macchine diverse migliaia di volte.

Ivan Cenzi è un esploratore del perturbante e un collezionista di curiosità. Dal 2009 cura il blog Bizzarro Bazar che è diventato il punto di riferimento italiano per tutto ciò che è “strano, macabro, meraviglioso.” Dal 2014, Bizzarro Bazar è diventato anche una collana di libri fotografici editi da Logos, dedicati alle meraviglie macabre e nascoste d’Italia.