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Cinque giorni di Atonal, beat dopo beat

Tutto quello che abbiamo visto e sentito chiusi dentro un capannone industriale a Berlino, notte dopo notte, per quasi una settimana.

di Federico Sardo
28 agosto 2017, 9:17am

© Camille Blake, per concessione di Atonal.

Come vi ricordavamo meno di un mese fa, "l'Atonal è un festival storico berlinese, che ha rappresentato l'avanguardia e le sonorità più estreme che giravano per l'Europa (due nomi? Psychic TV e Einstürzende Neubauten) nel corso di quasi tutti gli anni Ottanta - per la precisione dall'82 al 90, quando il suo fondatore ha aperto il Tresor. È ritornato nel 2013 e si è presto ricostruito la fama di festival imperdibile per gli appassionati di musiche nuove, grazie a line up da sogno per chi ama l'elettronica o la sperimentazione nei loro significati più ampi".

Se il cartellone del 2015 era particolarmente allettante, quello dell'anno scorso mi era sembrato un po' meno interessante, ma quello di quest'anno mi ha convinto ad andare finalmente a questo benedetto festival, nonostante non ami troppo le situazioni in cui si passano giornate intere in posti affollati.

L'Atonal ha luogo in una gigantesca centrale elettrica abbandonata, nel cui stabile trovano posto anche i club Globus, Ohm e Tresor - appunto. Ma quello che fa più impressione è sicuramente la centrale stessa, sede del main stage, al primo piano, e del Null stage, al piano terra. C'è anche un piano ammezzato dove ci si può distendere davanti a delle proiezioni. Qualsiasi report di questo festival, soprattutto da parte di chi come me non ci era mai stato, non può che partire dall'impressione che fa questo luogo gigantesco e quasi completamente immerso nel buio, un contesto davvero industriale per un festival che nasceva appunto come rappresentativo di quel circuito.

L'Ohm è invece un club molto piccolo, in cui gran parte della superficie calpestabile è occupata da un grande bancone-bar quadrato, che si riempie molto facilmente creando code, affollamento e gran caldo. Nonostante le dimensioni più estese, sarà il soffitto basso, sarà l'essere sotto terra, la situazione è più o meno la stessa anche al Tresor, dove è impossibile ballare senza uscire fradici come dopo una doccia. Entrambi i locali hanno però impianti potenti e all'altezza della situazione.

Ma passiamo direttamente al racconto delle singole giornate.

Primo giorno

robert aiki aubrey lowe lichens berlin atonal 2017 michal andrysiak
Lichens, foto di Michal Andrysiak.

L'apertura del main stage è affidata alla diffusione della Oktophonie di Stockhausen su un impianto, appunto, octofonico, che verrà utilizzato anche per i primi due set della serata.
L'opera è nota, è molto bella, e funge da particolare introduzione al festival, con il pubblico seduto che si gode questo inizio "diverso".

Il primo live vero e proprio è quello del duo composto da Ena e Rashad Becker, che tecnicamente inaugura il main stage ma in pratica si svolge a altezza terra, davanti al mixer. Il live non è troppo diverso da un solito live del buon Becker, ma a fare la differenza è il sistema audio di cui parlavamo prima, che regala l'impressione di sentire arrivare i particolari, inquietanti suoni del duo da tutte le parti.

A seguire, PYUR è una bella sorpresa, per quanto mi riguarda: sebbene alcune delle persone con cui ho parlato non abbiano apprezzato le sue sonorità alle volte vicine a quelle della new age (ma che si trovano comunque all'interno di un lavoro di decostruzione, fatto di molte atmosfere diverse), io ci trovo soprattutto dei volumi da paura e un'ottima gestione della spazializzazione: è forse quella che usa in modo più potente il sistema, e non è poco. Forse la tira un po' per le lunghe e un quarto d'ora meno avrebbe giovato. Anche lei suona in mezzo al pubblico, e quindi i primi a inaugurare davvero il palco sono i quattro signori un po' avanti con gli anni (e un batterista più giovane) del BBC Radio Music Workshop.

Il progetto sulla carta è molto interessante, si tratta infatti di veri reduci dello storico studio di realizzazione di library inglese, ma il risultato finale è soltanto buono, privo però di momenti che davvero ti si portino via. Sembrano dei tecnici molto preparati (è quello che sono), ma ai quali manca un po' di anima. La chiusura è ovviamente affidata alle musiche del Dr. Who.

È il momento di spostarsi verso un Ohm come sempre strapieno di gente per il live di Lichens. La serata all'Ohm è organizzata dai Demdike Stare, che faranno un paio di DJ set e faranno suonare nomi scelti da loro, tra cui il sopracitato Lichens e gli Equiknoxx, entrambi con uscite sulla loro etichetta.

Se normalmente abbiamo sempre visto un Robert Aiki Aubrey Lowe molto calmo e minimale, in questo caso, pur lavorando sempre soltanto con modulari e giocando con la sua voce campionata in diretta, si lascia andare a un set molto più movimentato del solito, forse anche per il contesto da club.

Facciamo un giro per vedere anche che cosa combina Moritz Von Oswald al Tresor e sta suonando un pezzo di Robert Hood, per la gioia del dancefloor. Ci muoviamo però verso il palco Null, dove ha da poco finito Carla Dal Forno (che avevamo già visto a Milano), per vedere i Wolf Eyes.

Sono forse la scheggia più impazzita del festival, sicuramente uno dei nomi più diversi del cartellone, almeno per quanto riguarda i due palchi principali - e inoltre sono un fan della loro ultima svolta più free-psichedelica, e ho amato moltissimo il loro live milanese dello scorso anno. Purtroppo però si rivelano una delusione: forse il potentissimo impianto Lambda Labs del palco è più adatto alla techno e ai bassi potenti che a un live in cui la chitarra dovrebbe farla da padrone, ma il risultato è un mezzo pasticcio che non si capisce bene dove voglia andare a parare e in cui la chitarra praticamente scompare sotto il lavoro di Nate Young.

È il momento di tornare all'Ohm, affrontando una lunga coda perché la capienza del locale è quella che è, per vedere l'attesissimo live degli Equiknoxx, che si rivela il vero momento imperdibile della prima giornata. I tre sono una bomba a mano, grezzissimi e potentissimi. Forse a quell'ora un po' di gente avrebbe voluto qualcosa di meno spezzato ma a me va benissimo così. La MC è super carica e coinvolge il pubblico, elemento dancehall nelle sonorità giamaicane distorte dei due producer.

Dopo di loro attacca Bill Kouligas e fa un bel set adatto all'orario tardo (sono ormai le quattro e mezza passate ed è solo il primo giorno), che definirei soprattutto divertente. Mette anche un pezzo di Miss Red, alla presenza della stessa Miss Red e di The Bug, oltre che dei Demdike Stare, di Lichens, degli Equiknoxx e di tutti quelli che hanno suonato fino a quel momento e che si godono la serata. Noi andiamo a casa prima della fine, che il festival è ancora lungo.

Secondo giorno

damien dubrovnik berlin atonal 2017 camille blake
Damien Dubrovnik, foto di Camille Blake.

Il secondo giorno si apre benissimo con Abul Mogard, personaggio misterioso sul quale non sono mai trapelate molte informazioni. Il telone davanti al palco proietta visual per diversi metri di altezza, la musica sta dalle parti di un drone dalle atmosfere cinematografiche, raffinata e potente, davvero bella. È impressionante vedere così tanta gente davanti a una cosa del genere, ma fa anche piacere. La nota peggiore del live è scoprire che i suoi dischi, che avrei voluto comprare in blocco, sono tutti sold out e si vendono a centinaia di euro su Discogs.

Tocca poi ai Demdike Stare, indubbiamente tra i nomi più rappresentativi di questa specie di scena che l'Atonal testimonia fedelmente. Il loro live parte con dei visual verdi che ricordano Alien, più che il cinema italiano di genere cui ci avevano abituati. Man mano si fanno più acidi e anche la musica dalla techno prende le mille strade che il duo sa intraprendere, alternando momenti più scuri a momenti più ritmici, fanno anche "Savage Distort" con la vocal. I visual alternano cascate, travestiti e ballo hip hop, anche se un cartello sul finale ci raccomanda per questioni di copyright di non condividerli sui social. Il live somiglia alle loro ultime cose ed è in definitiva molto bello, ma non c'è tempo per riprendersi che è già il turno dei Damien Dubrovnik, alfieri di casa Posh Isolation, a presentare il loro ultimo, ottimo, disco.

Loke suona una fisarmonica poggiata sul tavolo mentre Christian Stadsgaard si dedica a fare macello, alternato a fasi più atmosferiche in cui il suono è pacificato, bellissimo; i visual ci mostrano dei megazoom su elementi naturali (foglie bagnate di rugiada, ecc). Mentre la musica si fa più minacciosa, Loke passa a uno dei microfoni appoggiati su aste, e da questo esce la voce più distorta e mostruosa che abbia mai sentito in un live. Un live che fa incontrare la ricchezza del suono, una certa classe e la violenza pura. Sul palco c'è anche un microfono non effettato, dal quale la voce di Loke esce pulita, ma anche in quello urla e sbraita. In sostanza si tratta di un'ora di intensità, violenza e sadismo, costellata da momenti di retromarcia (il ritorno alla fisarmonica per esempio) seguiti da esplosioni di ferocia. Un live forse un po' meno bello di quello memorabile visto a Macao (che fu ancora più fisico, anche considerato che suonarono circondati dal pubblico) ma non per questo meno valido.

Finito anche per oggi il programma del main stage ci spostiamo verso il Null, dove Jasss alterna mille cambi, mille suoni diversi e mille generi dimostrando una bravura non comune, e poi è il turno di Mick Harris. Non avevo grandi aspettative nei suoi confronti, diffido sempre un po' dei grandi vecchi del passato, e il suo ultimo pezzo uscito su Soundcloud è sì ben fatto ma è anche qualcosa di veramente strasentito. E invece.

Parte industrialone poi ci mette la cassa, pesta e tira schiaffi ma mi sorprende: è originale e convincente, oltre che adatto al momento della serata che è quello in cui il pubblico vuole cominciare a impazzire. Suona live techno industriale e molto rumorosa, il pubblico è in visibilio e lui fa il panico, inoltre dimostra una maestria totale nel controllo delle macchine e della pista: fa quello che vuole, è un re che riesce a tenere tutto sotto controllo in maniera impressionante, con una professionalità percepibile e rara. Forse il suo set è un po' troppo lungo per i miei gusti ma per il resto non si può veramente dirgli niente.

Mi perdo purtroppo Nene Hatun, causa chiacchiere all'esterno (dopo cinque set di fila concedetemelo) e rientro per l'inizio di Pessimist: fa ballare, fa la sua cosa ovattata, fumosa e profonda, immersa nella nebbia e caratterizzata da basse rotonde - si tratta fondamentalmente di un DJ set di pezzi suoi e di cose nello stesso mood; fino a quando decide di virare più dnb, di aumentare i bpm e di fare macello, per la gioia del pubblico. Gran classe.

Incrocio Sean Canty dei Demdike Stare: gli dico che ci siamo sentiti per un'intervista via mail qualche mese prima, quando hanno portato a Roma un progetto sul Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza e mi complimento per il loro live e per la serata all'Ohm che hanno curato il giorno prima, è visibilmente preso bene e continua a ripetermi "wicked, wicked". Su queste parole, la fila fuori dall'Ohm e il fatto che sono le cinque mi fanno optare per andare a casa.

Terzo giorno

roly porter paul jebansam berlin atonal 2017 helge mundt
Roly Porter e Paul Jebansam, foto di Helge Mundt.

Per cominciare mi vedo buona parte dei Belief Defect, puro terrorismo, tra power electronics e industrial techno. Forse il disco sarà più interessante, credo nella Raster, ma oggi noto solo una grande potenza e poco altro, anche se ogni tanto nel magma arrivano suoni interessanti e originali. I visual che accompagnano il live raffigurano delle specie di dipinti medievali. Il pubblico sembra gradire e loro pestano abbastanza, ma personalmente non mi esaltano e mi annoio un po'.

La gente nelle prime file sta seduta per terra e quelli dietro in piedi ma immobili, anche se a una certa arrivano i bassi più potenti (finora) di tutto il festival, di quelli che ti fanno vibrare tutto dentro.

Puce Mary, altro nome di casa Posh Isolation, parte suonando il violino, al quale poi si aggiungono drone e melodie attraverso una Korg e un modulare. Non capisco con quale criterio la gente stia in piedi o seduta: per il primo quarto d'ora fondamentalmente non ha ritmica a parte un colpo ogni cinque secondi eppure per lei si alzano tutti. Anche lei spinge su bassi mostruosi, accompagnati dalla voce recitante e in definitiva puntando molto sull'atmosfera, fino a quando non pesta anche lei in territori power electronics, alternando momenti molto diversi e andando perfino, per alcuni istanti, a toccare la musica concreta. Non è un brutto set, ma dura soltanto mezz'ora.

E poi è il turno di Regis insieme a Robert Hampson, già fondatore degli storici Loop e qui presente con il suo altrettanto storico monicker Main. Il loro live in coppia è pressoché l'headliner del festival, a giudicare dalla sua posizione sui cartelloni, e almeno sulla carta è lo stato dell'arte di un certo tipo di sonorità. Decido di vivermelo in prima fila, e davanti a un sub e alle sue botte d'aria i bassi dei beat-marchio di fabbrica di Regis sono i più forti che abbia mai sentito in vita mia, talmente potenti da farti tossire.

Il pubblico balla ma poco, in quel modo berlinese di ciondolare un po' sul posto e non più di così.
Per me si tratta di una collaborazione riuscita: Hampson con i suoi viaggetti aggiunge un po' di ricchezza e profondità al classico suono-Regis, che è precisamente quello che conosciamo. O'Connor mette e toglie il beat e la cassa, ma il suo suono è personalissimo e di classe, e man mano anche la gente osa muoversi un po' di più. Non so come possa sembrare se visto da una posizione meno totalizzante, ma io me lo godo proprio, anche nel finale quando decidono di pestare come fabbri. A un certo punto in mezzo alla freddezza teutonica trovarsi di fianco il classico scoppiato che balla da pazzo e ti urta e poi ti abbraccia e ti dice "scusa ho preso mille droghe" fa quasi piacere.

Resto alla transenna per Roly Porter e Paul Jebanasam, per quanto mi riguarda due dei migliori musicisti degli ultimi anni, e non so neanche cosa dire dell'esperienza: è stato come farsi una traversata oceanica sul ponte di una nave, tra il fumo, l'aria dei sub e i lampi rossi al neon. Spingono una sorta di drone doom (di fianco a me c'è palesemente un metallaro, in raccoglimento) con qualche momento melodico, tirano mazzate, una vera esperienza fisica, una giostra di Gardaland lanciata verso l'iperspazio. Tra le cose più memorabili del festival.

Al piano di sotto Shlohmo pesta come un pazzo, mentre all'Ohm Pépé Bradock propone un set molto deep e soulful, e al Tresor c'è il carnaio per Shed e Pinch. Non si risparmiano e fanno ballare molto, la folla del Tresor è molto diversa da quella del main stage, meno ciondolante, meno vestita di nero (spesso è direttamente a petto nudo), molto più calda e drogata. I due regalano un bel back to back e fanno arrivare le sei del mattino, che ci sorprendono fradici come fossimo appena usciti dalla doccia.

Quarto giorno

fis renick bell berlin atonal 2017 camille blake
Fis e Renick Bell, foto di Camille Blake.

È il quarto giorno e un po' di stanchezza comincia a farsi sentire ma è sabato e ci sono alcuni dei live più attesi del festival. Tra questi quello di Fis (uno dei miei musicisti preferiti degli ultimissimi anni) insieme a Renick Bell: partono ed è l'apocalisse, poi spezzano di più, vanno in territori più cerebrali, verso lampi di suono che ricordano gli Autechre, potenti e minimali, non spingono sulla velocità. I visual sono gli algoritmi del live coding di Bell, ma man mano si insinua anche il suono di Fis, la sua organicità e la profondità delle sue atmosfere. Il pubblico resta seduto, immobile, come investito. Il set è molto cerebrale ma davvero bello, e suggerisce un'idea per nulla banale di organicità digitale del tutto adatta ai tempi che stiamo vivendo.

Finito il loro live è l'ora di Shackleton, che porta uno degli spettacoli più ricchi del festival, a livello di produzione. Con lui infatti ci sono Anika alla voce, il tastierista Takumi Motokawa, il percussionista (dedito soprattutto ai mallet) Raphael Meinhart e, per la parte visuale, Pedro Maia ad animare le pennellate live di Strawalde. Diciamo da subito che sono tutti dei veri mostri. Il live è (per quanto il termine si debba prendere con le pinze) rispetto a tutto quello che abbiamo visto finora, probabilmente il più pop del festival, si tratta spesso di vere e proprie canzoni, ma è anche una parentesi che ci stava assolutamente, e soprattutto è bellissimo.

I visual vengono disegnati e animati live, i mallet danno al tutto un'aria orientale, c'è la tastiera, Shackleton che si prende cura delle atmosfere, e la voce un po' riverberata: fondamentalmente è un live dell'ultimo album, e non c'è tanta roba, o comunque il risultato riesce a sembrare abbastanza semplice, ma allo stesso tempo bellissimo e suggestivo. I visual dal bianco si colorano progressivamente di blu, verde, rosso, viola e arancio.

Dopo una mezz'ora aumenta la velocità ma comunque l'elemento percussivo è pur sempre quello dei mallet quindi non c'è un'eccessiva potenza, ma la velocità lo rende sempre più ballabile, quindi la gente comincia a muoversi. C'è molta Asia in questo set, ed è facile che Shackleton (che diventa musicista sempre più psichedelico, autore di sonorità sempre più piene e più belle) si sia ascoltato non poco Midori Takada negli ultimi tempi. Dalla musica ai visual è tutto magico e il pubblico è giustamente in visibilio, e io spero di vedere questo live altre dieci volte.

I Roll the Dice aprono mettendo una canzone tradizionale, ma presto passano a voler fare paura, per poi virare verso una direzione un po' più cinematica. Vanno avanti così, tra atmosfere oscure e molto cerebrali, momenti più pesanti, industrialate con oggetti percossi e un'estetica molto classica, in quel senso. Se gli vai dietro c'è anche da godere, ma probabilmente non resteranno fra i miei preferiti.

Powell e Wolfgang Tillmans chiudono il main stage del sabato con un set molto diverso da quello che ci si potrebbe aspettare: non è il solito Powell, partono molto sci-fi, con la cassa ovattata e non potente, mentre alle loro spalle scorrono visual di cagnolini. Tillmans a una certa comincia a declamare, o a intonare dei "la la la", con davanti un leggio. Ci sono delle belle foto in movimento, dei visual del mare visto in obliquo, e una musica che guarda ai New Order o a dei Soft Cell particolarmente distrutti, momenti downtempo e quasi dub, mentre il declamato di Tillmans si fa sempre più Lydon. Recita "This is life / It has its ups and downs / When you feel down / It shocks you more / It shocks you more".

I visual ora sono di autoscontri. Powell è sempre bravo, ma il progetto non convince del tutto. Sicuramente è molto diverso dal suo set che ti aspetti e hai già visto venti volte, e questo è coraggioso, ma di certo anche solo un suo DJ set avrebbe gasato di più il pubblico. Le sue sonorità acide ogni tanto ci sono, ma forse era un set più adatto al palco Null e a un altro momento della serata, nonostante sul finale ci sia anche spazio per un po' di quattro quarti. Per essere la chiusura del main stage del sabato lascia un po' perplessi. Aspettiamo di sentirlo su disco, che dovrebbe essere in arrivo.

Al piano di sotto Broken English Club propone un live techno molto bello, con belle melodie, la voce dal vivo e molto dub, e che scalda decisamente il pubblico.

Purtroppo invece il primo live set di Inga Mauer fa venire fuori tutta la sua inesperienza: all'inizio ci va pressoché solo di bassi e cassa, ma non è bravissima a gestire i suoni e le entrate dei vari elementi e a volte sembra perdere il filo e con quello anche la pista. A un certo punto le si spegne l'impianto e poi sale un tecnico a sistemarle delle cose, fa fatica a riprendersi, ci sono problemi tecnici e qualcuno inizia a fischiare. Una mia amica dice che al suo posto si metterebbe a piangere. Siccome non ci piace guardare qualcuno che sta avendo dei problemi ci spostiamo all'Ohm, dove c'è Andy Maddocks che sa quello che fa, e fa ballare la gente.

In seguito il live di Peder Mannerfelt lascia perplessi: sviaggia un po' a caso, poi decide di metterci la cassa dritta.

Ci spostiamo al Tresor e Shifted, in quel carnaio, pesta duro - guarda un po' che sorpresa. È comunque un buon set, molto adatto al contesto. Osa anche qualche raffinatezza che va un po' persa nel contesto, e ci sono dei momenti in cui mi viene da pensare che sta facendo un set davvero bello, ma sono le 7 meno venti e di più non so dire: diciamo che spinge tantissimo ma senza mai essere ignorante, ecco.

Me ne vado a casa pensando che sia stato molto bravo.

Quinto giorno

pan daijing berlin atonal 2017 helge mundt
Pan Daijing, foto di Helge Mundt.

L'ultimo giorno è decisamente quello con le sonorità più tranquille, anche per venire incontro allo stato di salute psicofisico dei reduci.

Vedo l'ultima parte del progetto Flora di Varg insieme a mille ospiti: un set su base ambient raffinata al limite dell'elettroacustico e suoni distorti con bordoni di potenza inaudita, non male. Il suo act successivo è quello con AnnaMelina e la sua voce spaziale poggiata su sonorità spacey: è un live molto pop, un pop futuristico che mi ricorda la bellissima "Animals" di 0PN, i momenti senza voce stanno dalle parti dell'ambient.

È giunto il momento del primo live in assoluto nella carriera dei Belong, duo di culto assoluto che suonerà il suo splendido October Language del 2006. Il disco è bellissimo, ma vedremo come sarà associato alla potenza di questo impianto e come sarà l'impatto emotivo del live.

I due si posizionano uno in piedi davanti al Mac e l'altro seduto, alla chitarra (con molti pedali). La gente urla già prima che inizino e appena attaccano: ovviamente non si tratta di migliaia di persone ma c'è chiaramente una fanbase che li aspetta. Per tutto il live ci sarà soltanto una luce blu e nessun visual, mentre loro rimarranno assolutamente immobili, uno dei set più minimali del festival. È un live tutto giocato sulle frequenze medie e su quella nebbia che il loro suono evoca. Purtroppo hanno qualche problema al sub sulla sinistra, che ogni tanto gracchia e va e viene, ma portano comunque a casa un bellissimo live, con un finale in cui sembra di stare davvero dentro a un sogno.

Il misterioso duo dei Pact Infernal, che si presenta sul palco tutto bardato di nero, fa capire subito che tecnicamente sono bravissimi: non pestano eccessivamente, sono rumorosi ma non troppo, riescono a essere abbastanza tranquilli e atmosferici anche se fanno molto leva sulla dimensione ritmica. Uno dei due legge delle cose da un libro ma la voce è iper distorta e quindi risultano del tutto incomprensibili. Successivamente cominciano a spingere sui bassi: è un live che definirei piacevole, anche se ovviamente in senso perverso. Sono momenti di una specie di techno rallentata che sembra provenire da una fossa, come un suono percepito dalla casa di fianco, con le pareti che vibrano. Le ritmiche sono techno ma hanno sonorità tribali. È un bel set, bisogna entrarci un po' in profondità per apprezzarlo perché in definitiva è molto minimale, ma è bello: un minimalismo potente e scuro. È anche musica del tutto ideale per la Berlino vestita di nero e che balla ciondolando sul posto, ma verso il quarto d'ora finale il suono si apre un po', e esce dal sottosuolo con dei suoni meno affossati, che portano verso un finale più lento e cinematografico-apocalittico, giocato su un sample vocale pitchato sul quale a una certa ci buttano anche un quattro quarti.

Per Pan Daijing c'è un sacco di gente, forse è il live con più gente accalcata davanti al palco. Parte con la sola voce, cui poi si aggiungono degli archi dalle sonorità prettamente asiatiche, e poi si mette a suonare un piccolo flauto di legno. I visual ci mostrano la faccia di sua madre. Soltanto oggi oltre a quelli proiettati sul palco (o in alcuni casi su un telo posto davanti al palco) ci sono anche tre schermi sul soffitto, che occupano tutta la lunghezza della grande sala. Durante il suo live proiettano tutti cose diverse, quindi è come se ci fossero quattro differenti visual, ma simili: i tre schermi sul soffitto infatti mostrano diversi dettagli del video che passa sullo schermo dietro al palco. La musica è molto liquida e fatta di vuoti, c'è poco movimento, non c'è potenza, è tutto molto rarefatto.

A un certo punto Pan si mette a filmare il pubblico con una videocamera, poi sale sul tavolo. Il suono è sempre minimale, ridotto a un unico drone, mentre lei fa vocalizzi e ripete le parole "Stay with me". È tutto molto vuoto e pacato, ma a un certo punto incomincia a fare dei versi cacciandosi un pugno in bocca, aumenta l'intensità fisica del tutto (ricordiamo che oltre che musicista è anche a tutti gli effetti una performer) e nei video compare con del sangue sulle mani. Arriva anche un'altra performer che le si butta addosso, si sdraiano entrambe sul tavolo e cantano a due voci, ingaggiando una specie di lotta, finché non crollano a terra. Pan va alle macchine mentre l'altra resta sdraiata, poi la raggiunge al microfono dall'altro lato del palco e cantano insieme, ballando in sincronia una coreografia volutamente goffa. Il pubblico sembra apprezzare molto uno dei live più "diversi" del festival.

La chiusura definitiva del main stage è affidata agli Emptyset e al loro live molto fisico.
Tecnicamente sanno di sicuro il fatto loro, ma—sarà anche che in questa giornata sono un po' fuori contesto—non incontrano il mio gusto: troppo pesanti, troppo epici. Forse sarebbero stati meglio in chiusura del sabato invece che della domenica.

L'ultimo set di questo mio Atonal (ho un aereo da prendere quindi non farò l'infinita coda per entrare all'Ohm a vedere gli ultimissimi bagliori) è l'unico del palco Null: il buon David Morley, veterano dell'ambient techno, chiude la festa con un live di classe a base di Prophet, che fa ballare senza spingere troppo e ci accompagna verso l'uscita in uno stato di totale serenità.

Cosa resta?

Foto di Camille Blake.

Molte presenze straniere: si sente parlare inglese, italiano e spagnolo quasi più che tedesco. Un pubblico rispettoso e educato che non crea problemi, in un'atmosfera molto libera e molto positiva.

Il mistero dei cocktail che si pagavano una cifra variabile tra i 7 euro e gli 8 e 50 (sempre per lo stesso gin tonic) secondo fluttuazioni imperscrutabili e incontestabili sulle quali ancora ci stiamo interrogando.

Live che più ci penso più crescono nella mia memoria (per esempio Shackleton, Abul Mogard, Demdike Stare, Roly Porter e Paul Jebanasam).

Che in mezz'ora passata davanti al Berghain mi è stato proposto circa dieci volte di acquistare qualsiasi cosa, mentre per tutto l'Atonal nessuno sconosciuto mi ha offerto niente, cosa abbastanza inusuale e sorprendente (a parte fuori, il sabato mattina alle sette mentre me ne andavo via con due amici, MDMA; e qualche ora prima davanti al KitKat in una pausa, cocaina). Vedete voi secondo le vostre inclinazioni se interpretare questo fatto come un bene o un male.

Che non so bene cosa sia, questo Atonal. Si può ancora chiamare industrial questa cosa? È comunque un festival di genere? Di quale genere? Diciamo che è un festival di roba interessante contemporanea, anche se è vero che la line up è un po' troppo omogenea e prevedibile (e purtroppo un nome fuori dal coro, come quello dei Wolf Eyes, non ha saputo esprimersi al suo meglio).

Che non so se sia un limite mio ma non sono in grado di leggere una linea politica in questo festival, fosse anche solo nelle sue forme e nella sua concezione di divertimento. Intendo ovviamente non qualcosa di esplicitamente, banalmente politico, ma anche solo un discorso di fondo che riguardi tematiche come la liberazione dei corpi, il portato rivoluzionario dell'esperienza club-rave, qualcosa di sovversivo, che vada al di là del puro "ascoltare bella musica". Forse è questo che i critici imputano all'Atonal, quello che li porta a giudicarlo forse anche troppo severamente. Forse da un festival di queste dimensioni, di questa portata, di questa rappresentatività per le musiche "nuove", è un peccato che alla fine resti l'idea che si sia trattato solo di intrattenimento, per quanto di grandissima qualità.

Che il Kraftwerk è uno spazio semplicemente incredibile e che è molto bello il fatto che al suo interno ci si possa muovere liberamente tra club e situazioni diverse (fatta salvo qualche fila per l'Ohm nei momenti di punta).

Che non ci ero mai stato e non posso dare ragione o torto a quelli che "l'Atonal non è più quello di una volta" ma che ci tornerei volentieri anche l'anno prossimo.

Tutte le foto sono per gentile concessione di Berlin Atonal.

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