Scarpe, libri e proiettili: ogni oggetto ritrovato sul confine tra Messico e Stati Uniti parla di una tragedia

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Scarpe, libri e proiettili: ogni oggetto ritrovato sul confine tra Messico e Stati Uniti parla di una tragedia

Richard Misrach ha passato gli ultimi cinque anni a fotografare gli oggetti che ha trovato lungo il confine, le cose che vengono abbandonate dai migranti che lo attraversano in cerca di una vita migliore.
23.12.14

Immagini per gentile concessione di Richard Misrach

Le foto che raffigurano il confine tra Stati Uniti e Messico sono spesso desolanti: una recinzione altissima, guardie dall'aspetto severo e, da ambo le parti, un vasto territorio punteggiato di spazzatura. Ma questi chilometri di terra e la barriera costata miliardi di dollari che la divide non sono affatto privi di vita. Tutt'altro.

Richard Misrach ha passato gli ultimi cinque anni a fotografare gli oggetti che ha trovato lungo il confine, le cose che vengono abbandonate dai migranti che lo attraversano in cerca di una vita migliore. Zaini, scarpe, libri, palloni da calcio, portafogli—sono tutti lì, nella terra arida, senza proprietario. Le persone che li hanno abbandonati sono ormai lontane e nessuno sa cosa gli sia successo.

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Per questo progetto—che andrà avanti fino al 2016, con una grande mostra interattiva itinerante—Misrach ha collaborato con il musicista messicano Guillermo Galindo, che sta utilizzando le cose che trova sul confine per costruire degli strumenti musicali funzionanti. Presi da soli uno zaino o una scarpa da ginnastica sono solo degli oggetti, ma l'obiettivo dei due artisti è mostrare una umanità nascosta dietro le statistiche.

VICE: Ciao Richard. Cosa ti attrae del confine messicano?
Richard Misrach: Be', scatto foto nel deserto del Napa da 40 anni, ormai. Ho sempre pensato a questa zona come a un gigantesco palcoscenico—nei deserti americani succede di tutto, dagli studi sulla gittata delle bombe ai test nucleari. Conoscevo da tempo i problemi del confine messicano, ma mi è sempre sembrato un argomento molto complesso e non mi sono mai azzardato ad affrontarlo. Negli ultimi dieci anni, però, l'aumento della militarizzazione del confine ha attirato la mia attenzione. È davvero un cambiamento paradossale. Ormai ho percorso con la mia macchina fotografica quasi 2000 km di confine, dall'Oceano Pacifico al Golfo del Messico, e penso che quello che ho visto sia emblematico dei cambiamenti che si stanno verificando negli Stati Uniti, soprattutto relativamente alla sovranità nazionale. E si gioca tutto sul territorio. Io non sono un giornalista: guardo il paesaggio nel suo complesso e cerco di capire cosa ci dice.

La collaborazione con Guillermo Gallindo ti ha permesso di conferire a questi oggetti una nuova identità?
Sì, percorrendo il confine si trova tantissima "spazzatura umana" (zaini, bottiglie d'acqua, scarpe da ginnastica) ma finché non la si guarda da vicino o non la si tocca con mano rimane della semplice spazzatura dispersa nel paesaggio. Per esempio una volta ho aperto uno zaino e ci ho trovato dentro dei boxer gialli con sopra dei personaggi di cartoni animati, dei preservativi, dell'acqua di colonia, del dentifricio, uno spazzolino e una T-shirt da surfista e ho capito che si trattava di un ragazzo. In un altro zaino invece c'erano un rossetto, uno specchietto e un borsellino con dentro circa 70 pesos. Era chiaramente di una ragazza. Se si aprono questi pezzi di spazzatura si vedono le persone. Ed è una sensazione molto potente.

Quindi sì, io mi rapporto a questi oggetti con un approccio visivo, ma Guillermo, a cui appartiene l'idea originale, cerca di tirare fuori la vita dagli oggetti che gli porto. Negli ultimi tre anni abbiamo lavorato insieme e sono sempre io che vado a prendere e porto indietro questi oggetti perché per lui avvicinarsi al confine è complicato. Io sono un ragazzo bianco con gli occhi azzurri e per me è facile lavorare lì. Se ci andasse Guillermo potrebbero crearsi situazioni spiacevoli.

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Non hai mai avuto problemi?
È stato interessante. Faccio questo lavoro da così tanto che ormai ci sono abituato, in più sono un vecchio uomo bianco con una macchina fotografica e un cavalletto. Non faccio paura a nessuno. Certo, mi fanno i controlli e tutto quanto, ma dato che mi muovo in spazi pubblici ho tutto il diritto di stare dove sto. In più, dopo che mi hanno controllato, le guardie di solito diventano amichevoli—alcune mi fanno addirittura vedere le foto che fanno loro con il loro telefono. Quando capiscono che la mia presenza lì non è un problema, diventano quasi protettive e io mi sento al sicuro perché so che mi stanno osservando. Sarebbe molto diverso se non fossi bianco.

Ti spaventa mai la vastità e la vacuità del paesaggio?
No, più è grande e vuoto meglio è. Quando sono lì da solo, in mezzo al deserto, provo una sensazione molto particolare. Ma fotografo il confine anche quando passa in mezzo a città e ad aree più densamente popolate. In realtà il confine va da posti dove c'è solo il fiume—come sul Rio Grande, in Texas—a posti più densamente popolati, come a Nogales, in Arizona, dove divide in due la città. È lì che è più strano, quasi surreale: ci sono famiglie e amici separati gli uni dagli altri. C'è una Nogales negli Stati Uniti e una Nogales in Messico.

Perché pensi che ogni oggetto che trovi lungo il confine testimoni una grande tragedia?Be', l'ultima notizia che ho sentito parla di 52.000 bambini partiti dall'America Centrale, da soli, attraverso il deserto, diretti negli Stati Uniti—dove finiranno in carcere. Due settimane fa sono stato nel deserto, e ho fotografato alcuni luoghi i cui abitanti donano cibo e acqua ai migranti.

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Perché altrimenti morirebbero?
Sì. In uno di questi posti sono rimasto quattro ore: alla fine avevo le mani e le scarpe tutte piene di spine di cactus. Era difficile estrarre le spine—tanto difficile che a un certo punto ho dovuto buttar via le scarpe. Queste persone, anche bambini, attraversano questi spazi viaggiando di notte. Una volta ho trovato un paio di scarpe da tennis appartenute a un bambino di quattro anni e due Bibbie sulle cui pagine erano stati disegnati a matita dei cuori—dovevano essere appartenute anch'esse a bambini molto piccoli. Dei bambini innocenti costretti ad attraversare a piedi distanze vastissime e piene di pericoli. Molto spesso le ragazze vengono stuprate. Arrivano qui, disperate, in cerca di un'opportunità. È una tragedia. 52.000 tragedie.

Guillermo, sto guardando una foto di uno strumento musicale costruito dei vestiti che hai ritrovato sul confine, che sembra un totem. È impressionante.
Guillermo Galindo: Sì. Questo in particolare è costruito sul modello delle effigi che spesso ritroviamo vicino al confine. È un oggetto strano.

Questo e gli altri strumenti che hai costruito con gli oggetti ritrovati sul confine, possono essere suonati?
Sì, ma ognuno di essi richiede un sacco di allenamento e di pratica. Io stesso sto ancora imparando a suonarli. Ognuno è diverso, ha un tono diverso.

Stai cercando di far capire che, dietro le statistiche, dietro ogni oggetto ritrovato sul confine, c'è una persona proprio come noi, giusto?
Sì. Dobbiamo capire che questi oggetti—oggetti che usiamo nelle vite di tutti i giorni—appartenevano a una persona che stava soffrendo. Queste persone che cercano di passare il confine hanno bisogno di acqua, hanno bisogno di scarpe. Sono come noi. La tragedia è che, invece, per molti sono solo numeri. Con questi strumenti cerco di mostrare a queste persone la loro umanità. La costruzione di questi strumenti ha richiesto un intervento umano, per cui ognuno ha finito per diventare qualcosa che lega due persone—quella a cui apparteneva l'oggetto usato per costruire lo strumento e quella che lo sta suonando oggi.
GG: Esatto. Io considero sacri questi oggetti. Sono molto importanti e vanno rispettati.
RM: Guillermo sta dando un nuovo significato a questi oggetti, dopo che avevano perso il loro significato originale. Il fatto di riutilizzarli e di dar loro un nuovo senso ti costringe ad ascoltarli e a prestar loro attenzione.

Richard, vai in giro da solo a raccogliere questi oggetti?
Sì, devo essere di un certo umore per farlo. Mi alzo alle quattro del mattino e vado avanti fino a sera. Mia moglie pensa che sia pazzo. Insomma, funziona meglio se sono da solo.

Dove ti fermi a dormire?
Per i primi 35 anni ho dormito nel mio camper Volkswagen. Da cinque anni, a causa dei miei problemi di schiena, ho iniziato a dormire in motel, perché ho bisogno di un letto vero.

Veronia, Friendship Circle, San Diego

Finora, qual è stato l'oggetto il cui ritrovamento ti ha colpito di più?
GG: La prima volta che sono andato a Laredo, in Texas, ho trovato lo zaino di un bambino. Sopra, c'era disegnato un personaggio dei cartoni animati che, per puro caso, era uno dei personaggi preferiti di mio figlio. Mi ha colpito molto il fatto che là fuori ci fosse un bambino dell'età di mio figlio senza il suo zainetto.
RM: Per me invece è un po' diverso: è una cosa che ho trovato di recente e che Guillermo sta trasformando in qualcosa di bellissimo. Si tratta di una vecchia copia del Dottor Zivago in spagnolo, appartenuta a una biblioteca. L'ho trovata proprio vicino al confine. Dentro c'era un biglietto dell'autobus appartenuto a uno studente universitario. La copertina era di pelle, una bellissima edizione. Di un libro, poi, che—anche se parla della Russia e della Guerra Fredda—ha un significato profondo che può essere adattato anche a quello che sta succedendo qui oggi. Mi ha colpito molto il fatto che la persona che aveva questo libro l'abbia perso.

Segui Eleanor Morgan su Twitter: @eleanormorgan