Pubblicità
Γερμανία

Due avvocati vogliono denunciare Zuckerberg per aver 'contribuito' a diffondere contenuti violenti

Due attivisti chiedono che il creatore di Facebook venga processato per aver facilitato, in qualche modo, la distribuzione di materiale xenofobo e filonazista.

di John Dyer
04 marzo 2016, 3:40pm

Foto di Robert Scoble/Flickr

Segui VICE News Italia su Facebook per restare aggiornato

Dopo aver cercato di far applicare a Facebook le leggi nazionali sull'hate speech, adesso un gruppo di avvocati tedeschi sta accusando Mark Zuckerberg di facilitare la diffusione di contenuti offensivi come messaggi antisemiti. 

In Germania, incitare l'odio e distribuire o esibire pubblicamente simboli nazisti è illegale, tutte cose che però si trovano facilmente sulle pagine del social network. Per questo motivo gli avvocati stanno chiedendo l'apertura di un'indagine su Zuckerberg, e vogliono che paghi una multa di 150 milioni di euro. 

"Credo che Facebook abbia cambiato la società tedesca, ma non in meglio," ha dichiarato a VICE News Chan-jo Jun, un avvocato bavarese che settimana scorsa, insieme al legale di Colonia Christian Solmecke, ha lanciato l'iniziativa. "Voglio vedere se il sistema legale tedesco può prevalere su una società americana."

Jun ha compilato una lista di più di 300 pagine e post su Facebook che contengono svastiche e altre immagini naziste, oltre che ad appelli alla violenza contro la moltitudine di migranti che hanno raggiunto la Germania di recente.

Facebook ha rimosso alcuni di questi messaggi, altri però sono ancora presenti: uno di questi raffigura il ministro della giustizia tedesco Heiko Mass con indosso un cappello da ufficiale dell'esercito tedesco. Un altro, mostra un fotomontaggio di Barack Obama a cui è stata aggiunta una barba folta, la kippah e i riccioli tipici degli ebrei ortodossi che riporta la didascalia "Premio Nobel per il Sionismo" e un messaggio: "Perché quest'uomo non si trova in un campo di concentramento?"

Recentemente Jun e Solmecke hanno sporto denuncia nei confronti di Zuckerberg, dopo che i magistrati tedeschi si erano rifiutati di dare seguito a una causa legale intentata contro i responsabili del social network in Germania. Secondo quanto riportato dal Süddeutsche Zeitung, i magistrati avevano sostenuto che i direttori erano semplici agenti marketing che non dovevano rispondere del comportamento della società californiana. 

"È ovvio che non si sono divertiti con questo caso," ha detto Jun, parlando del procedimento. "Bisogna lavorarci molto, ed è una faccenda controversa da un punto di vista politico. Ci hanno girato intorno e poi hanno lasciato perdere: non possiamo accettarlo."

Leggi anche: I 'gruppi cittadini' su Facebook sono diventati uno strumento di propaganda per l'estrema destra italiana

Jun e il suo collega hanno sporto denuncia contro Martin Ott, il dirigente di Facebook che supervisiona il social network nell'Europa del nord, dell'est e del centro. Secondo il Süddeutsche Zeitung, la querela sarebbe al vaglio degli inquirenti. 

Ritenendo però improbabile l'apertura di un'inchiesta vera e propria su Ott, Jun e Solmecke hanno deciso di rivolgere le loro attenzioni direttamente all'uomo che ha inventato Facebook.

Interpellato in merito agli ultimi sviluppi della vicenda giudiziaria, Facebook non ha rilasciato alcun commento. A ogni modo, Zuckerberg sa bene che la sua azienda deve fare molta attenzione su questo tema — soprattutto dopo che Angela Merkel gli aveva chiesto cosa stesse facendo per monitorare i contenuti razzisti e xenofobi. La risposta di Zuckerberg è arrivata il mese scorso in un convegno tenutosi a Berlino. 

"Su Facebook e nella nostra comunità non c'è spazio per l'hate speech," ha dichiarato. "In Germania, fino a poco tempo fa, non credo però stessimo facendo abbastanza; penso che dobbiamo continuare a migliorare, e sempre di più." 

Verso la fine del 2015, Facebook ha aderito ad un'organizzazione (la Freiwillige Selbstkontrolle Multimedia-Diensteanbieter) che monitora i "fornitori di servizi multimediali" e aiuta - tra gli altri - colossi come Google a conformarsi alla normativa tedesca. L'obiettivo di Facebook, dunque, è quello di imparare a maneggiare meglio le segnalazioni, nonché di lavorare a più stretto contatto con le autorità.

Nonostante le promesse, tuttavia, Jun sottolinea come l'azienda non stia ancora facendo abbastanza per contrastare l'hate speech. E pur non sapendo come potrà finire la sua battaglia legale, Jun è comunque fiero di provare a rendere Facebook più sensibile nei confronti di certi contenuti.

Leggi anche: Perché in Italia un "mi piace" su Facebook potrebbe mandarti l'anti-terrorismo a casa

"Ciò che sta facendo Facebook non è solo un problema sociale, ma legale." Jonathan Vick, assistant director per il cyberhate presso l'Anti-Defamation League, ha un punto di vista meno forte sulla faccenda. Il problema con l'hate speech va arginato più per quanto riguarda l'hate che per quanto riguarda lo speech, ha spiegato, aggiungendo che bloccare i post di Facebook non aiuta a combattere il problema dalla radice — l'antisemitismo e la xenofobia in Germania.

"Non è che cambiano abitudini, così: interverresti soltanto da un punto di vista estetico."

Facebook - ha aggiunto - non può controllare il miliardo circa di persone che usano il servizio giornalmente: piuttosto, fa affidamento alle segnalazioni di post ritenuti offensivi, così da far capire che tipo di contenuto rischia seriamente di essere eliminato. 

Se questo lavoro dovesse essere svolto da intelligenze artificiali, ci troveremmo al cospetto di un dilemma etico sulla libertà d'espressione, ha precisato Vick, secondo il quale cause come quella di Jun e Solmecke non possono essere la soluzione — specie per il fatto che Facebook non può essere definito un calderone di odio.

"Una soluzione legale potrebbe essere lunga e molto dispendiosa. Sedersi a un tavolo come ha fatto Zuckerberg in Germania… è certamente il modo più produttivo di risolvere la cosa."


Segui VICE News Italia su Twitter e su Facebook
Segui John Dyer su Twitter: @johnjdyerjr

Foto di Robert Scoble/Flickr distribuita su licenza Creative Commons