'Ne avrei fatto volentieri a meno' - Cinque italiani ricordano la leva obbligatoria
Alcuni soldati di leva della compagnia dei Lagunari nel 1990. Foto via Wikimedia Commons
Italia

'Ne avrei fatto volentieri a meno' - Cinque italiani ricordano la leva obbligatoria

Il 30 giugno saranno 13 anni dal decadimento dell'obbligo di leva in Italia. E mentre Salvini propone di reintrodurlo, abbiamo chiesto com'era ad alcuni degli ultimi ad averlo vissuto.

Tredici anni fa in Italia è decaduta la leva obbligatoria, lasciando aperto il servizio militare solo per i volontari. Per la precisione, l’obbligatorietà sarebbe dovuta decadere dal giorno successivo, il 1 luglio 2005, ma l’allora ministro della Difesa Antonio Martino decise di anticipare di un giorno: da allora il 30 giugno segna la data in cui l’incubo di tantissimi giovani italiani è finito nel cassetto.

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Nel cassetto di Salvini invece c'è il desiderio di ripristinarne l’obbligatorietà, seguendo l’esempio della Francia di Macron che ha appena riesumato un servizio militare ridotto dopo 21 anni di sepoltura, ma per ora in Italia rimane solo una proposta. L’idea di Salvini sarebbe quella di conformare la naja alle pari opportunità o, meglio, ai pari obblighi: anche le donne dovranno farla, come accade in Francia e come già nel 2009 aveva suggerito Berlusconi promuovendo l’iniziativa "Pianeta Difesa", una mini-naja che prevedeva un mese di vita militare per 150 ragazzi/e.

Ho chiesto a cinque ex militari che hanno svolto il servizio negli ultimi anni in cui è stato obbligatorio di raccontarmi com’è stata la loro esperienza in caserma, prima che in Italia si cambiasse strada.

HO TROVATO TUTTO IL CONTRARIO DI QUEL CHE IMMAGINAVO

"Ho prestato il servizio militare nel 1993. Durante i '3 giorni' mi hanno sottoposto ad analisi fisiche e psicologiche di ogni tipo, facendomi domande assurde, tipo se mi piacevano i fiori e se volevo fare il fiorista. Ho trascorso 40 giorni al CAR [Centro addestramento reclute] di Viterbo nel corpo dell'aeronautica militare, per poi finire il periodo di leva a Villafranca, all’aeroporto civile militare.

Mi sembrava una privazione di un periodo della mia vita che temevo non sarebbe più tornato. Avevo paura di non reggere la lontananza dagli affetti e mi aspettavo un anno di esercitazioni durissime, come all’epoca si vedevano nei film. In realtà ho trovato tutt'altro. Per quel che riguarda il nonnismo, non abbiamo avuto grosse difficoltà rispetto ad altri corpi più fanatici. Ci costringevano soltanto a cambi di guardia in ritardo oppure anticipati, soprattutto di notte, per andare incontro ai più anziani. Ci obbligavano a pulire i loro anfibi oppure facevano giochi idioti dove la cosiddetta burba, la recluta, veniva rinchiusa in un armadietto mentre il nonno inseriva le monete nella fessura e ordinava di cantare una canzone. In pratica ci trasformavano in un juke-box.

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Devo dire che mi è andata bene, perché si raccontava di commilitoni che erano arrivati a suicidarsi. Io non ne ho risentito, né durante il servizio militare né dopo. Anzi, non dimenticherò mai la forte unione che ha legato molti di noi, nel bene e nel male: passare parecchi mesi via da casa ti insegna a stare in gruppo e ti forgia il carattere.

Il militare mi ha anche fornito uno schema di autodisciplina nei compiti quotidiani che prima non avevo. Però sono contrario all’obbligatorietà del servizio di leva: non si può privare un ragazzo della sua libertà. Inoltre il militare si può tradurre in una sola parola, ossia 'disciplina', e ci sono molti altri modi per attuarla senza dovere fare un servizio militare inutile e dispendioso per le casse statali."

TI SVEGLIAVANO DI NOTTE CON LE SAPONATE

"Ho fatto il militare nel 1994 a Roma, nei Granatieri di Sardegna. Ne avrei fatto volentieri a meno ma il mio corso di laurea non era attivo all’epoca, sarebbe partito un anno dopo la chiamata alla leva, quindi per non perdere un anno ho accettato di partire.

Le mie aspettative erano molto basse: parcheggiare per un anno schiere di giovani all’interno delle caserme non è di nessuna utilità. Il militare è una professione a tutti gli effetti e va fatta da professionisti. La vita di caserma è fatta di regole scritte e non scritte che spesso rasentano la demenzialità. Era un ambiente fatto per gente spavalda, spesso ignorante e con poca sensibilità. I gradi superiori erano quasi sempre occupati da fanatici in carriera privi di qualsiasi formazione scolastica di buon livello, gretti e spesso destrorsi.

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La giornata tipo era fatta di minuti che non passavano mai in cui ti assegnavano compiti e ruoli che svilivano l’intelligenza umana. Non ho assistito a gravi atti di bullismo ma l’atmosfera in caserma era sempre un po’ intimidatoria: la cosa migliore era tenere un basso profilo ed evitare le teste calde. Quello che succedeva in caserma era soprattutto privarti delle portate di pranzo e cena, svegliarti nel mezzo della notte con liquidi e saponate, chiuderti in un armadietto preso poi a calci. Ho molto sofferto l'imposizione del servizio di leva. Ero allergico alla gerarchia militare e la trovavo priva di qualsiasi fondamento e meritocrazia."

CI SI GUARDAVA LE SPALLE A VICENDA

"Ho prestato servizio militare dal settembre 2000 al luglio 2001. Dopo il CAR a Merano, sono stato assegnato al 2° Reggimento Trasmissioni Alpino di Bolzano. Avrei potuto trovare il modo di evitare la partenza, ma era un’esperienza che volevo provare. Sono sempre stato affascinato dalla vita militare, per questo l’ho scelta come percorso. Credo che lo Stato debba fornire un addestramento militare di base ai giovani: considerato il contesto globale, si tratta di competenze che possono essere sempre utili nella vita civile.

L'atmosfera generale erano molto rilassata e fortunatamente io avevo un incarico operativo che mi permetteva di occupare le mie giornate in maniera sistematica. Ero assegnato a un plotone di fucilieri che si occupava di garantire la vigilanza all'interno della caserma, con turni diurni e notturni. Il mio compito specifico era quello di controllare gli accessi alla caserma, presidiare i luoghi sensibili e fare vigilanza armata. All’inizio si facevano i turni peggiori, ma con il passare del tempo si saliva nella scala gerarchica (che prescindeva dai gradi militari), e alla fine si faceva una vita decisamente più leggera.

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Quando arrivavano le reclute, tutto il plotone si riuniva e i vecchi spiegavano come funzionava il nonnismo, dando facoltà di decisone alla recluta. Dopo aver esposto i vari argomenti, spegnevano le luci e un anziano gettava a terra il suo cappello. Non appena si riaccendeva la luce, se accettavi di partecipare ti dovevi buttare a terra a fare le flessioni. In tanti non accettavano, ma finivano per essere soli. Io ho accettato e non me ne pento affatto: ci si proteggeva, ci si guardava le spalle e si soffriva tutti assieme. Ogni decisione riguardante la gestione della quotidianità veniva presa dai più vecchi, senza informare gli ufficiali ma risolvendo semplicemente tutto tra di noi. I violenti venivano mantenuti in condizione di non nuocere e si proteggeva chi era meno forte. Approfittarsi di un soggetto fisicamente o moralmente più debole era considerata una cosa gravissima, il 'crimine' peggiore. Ho sempre amato questo aspetto perché è quello che mi ha insegnato mio padre.

Questo tipo di gestione autonoma faceva sì che regnassero sempre ordine e disciplina. Un’altra cosa mi è sempre piaciuta, ossia che in caserma eravamo tutti uguali: il ricco, il povero, il religioso, l’ateo… c’era di tutto ma all’interno di quelle mura tutti quanti eravamo uguali."

FLESSIONI E SCHERZI STUPIDI

"Ho prestato servizio nel 1994 a Livorno, nei paracadutisti. Non ho fatto il servizio civile perché nel ’94 non c’era tanta informazione a riguardo e la tendenza era quella di arruolarsi. La mia scelta non è stata politica, ho solo pensato: 'Visto che lo devo fare per forza, almeno mi diverto con qualche lancio con il paracadute.'

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Nonostante avessi già un quadro completo grazie ai racconti di chi aveva finito la leva, un po’ d’ansia mi era rimasta. All’inizio eravamo tutti precisissimi, impauriti dai caporali e da quelli più anziani. Man mano che i mesi passavano, il clima in reparto diventava più sereno e rilassato, e alla fine mi sono anche divertito. La giornata tipo era: sveglia, colazione, alzabandiera, poi varie attività che potevano essere corvée in cucina, guardia, attività ginnica, pulizia armi, addestramento, preparazione ai lanci e simulazioni di guerra.

Il nonnismo anche ai miei tempi c’era, però in una forma molto più leggera rispetto a quella del passato. Il nostro nonnismo era più un gioco scherzoso, anche se gli stupidi purtroppo ci sono ovunque e qualcuno che esagerava c’era eccome, fortunatamente non molti. Nei primi mesi dovevi fare passare davanti a te gli anziani alla mensa e alle docce, cose del genere. Poi le ho fatte io quando sono diventato anziano—ma episodi di bullismo no, quelli mai. C'erano riti che si tramandavano da generazioni, cose non pesantissime tipo flessioni o scherzi stupidi.

Non sono d’accordo a reintrodurre l’obbligatorietà della leva, è giusto che rimanga volontaria. Poi diciamocelo: il servizio militare fatto all'italiana non conta più di tanto, quindi penso che sia giusto lasciarlo facoltativo."

TUTTI A URLARE, TUTTI DI CORSA, TUTTI RASATI

"Ho fatto il militare nel 1996, iniziando al CAR nella fanteria di Albenga e poi a Mantova. Allora non avevo un'idea politica importante in merito, solo idee embrionalmente di sinistra. Sapevo che in un modo o nell'altro dovevo buttare un anno della mia vita e ho scelto il militare anziché il servizio civile solo perché era il più veloce. Avevo fretta di andare all'estero. Penso di essere stato uno dei pochi, se non l'unico, a rinunciare di mia spontanea volontà al rinvio facendo richiesta di essere chiamato subito. E in pochi giorni sono partito.

Non sapevo cosa aspettarmi, non avevo nessuna idea se non cose viste in tv, tipo i film di Gianni Morandi. Il primo mese è stato duro: lontano da casa, tutti a urlare, tutti di corsa, rasati a zero. E dici: 'Cazzo, un anno così non lo reggo.' Poi invece scopri che è solo quel primo mese mentre il resto è tutto più “sbragato” (termine militare, tra l’altro). Gli anziani mi hanno preso come mascotte, e quindi avevo dei grossi privilegi sugli altri. In caserma stavo poco, solo per aiutare un mio amico anziano in magazzino, mentre per il resto ero in comune con altri tre o quattro militari a cazzeggiare. Mi hanno fatto solo qualche scherzo più o meno pesante che ora non mi ricordo nemmeno più.

Sono contrario al ripristinare l’obbligatorietà del militare. Credo sia una cazzata molto dispendiosa e inutile, ci sono già abbastanza coglioni e invasati che vogliono farlo di loro spontanea volontà. A me però è servito: per chi come me veniva da un paesino di provincia, non c’erano molte occasioni di entrare in contatto con persone diverse da quelle della tua zona geografica. C'era chi faceva questa esperienza all'università, ma allora erano pochissimi. Doversi confrontare con persone e situazioni diverse che non erano i tuoi compaesani con cui parlare in dialetto al bar sotto casa è stato un passo decisivo. Sicuramente per un milanese non è la stessa cosa."

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