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I disertori di IS spiegano perché hanno abbandonato lo Stato Islamico

“Molte persone, quando arrivano, sono estasiate da quello che hanno visto su Youtube. Ma la vita in IS non è fatta solo di parate militari e vittorie.”

di Matteo Civillini
20 novembre 2015, 8:25am

Alcuni combattenti dello Stato Islamico [foto di VICE News].

"Molte persone, quando arrivano, sono estasiate da quello che hanno visto su Youtube," ha raccontato Abu Ibrahim alla CBS. "Vedono la realtà come se fosse molto più grandiosa di quello che è. Ma la vita [in IS] non è fatta solo di parate militari e vittorie."

Dopo aver sperimentato sulla propria pelle le dure condizioni di vita nell'autoproclamato Stato Islamico, lo scorso febbraio Abu Ibrahim ha capito di averne avuto abbastanza. Ha abbandonato la strada del jihad ed è diventato un disertore.

La sua storia non è unica, ma - anzi - si inserisce all'interno di un fenomeno concreto e, secondo alcuni analisti, in crescita.

Disillusi dalle false promesse del califfato e logorati dalla violenza quotidiana in Siria o in Iraq, un numero piccolo ma significativo di combattenti fugge dalla morsa del gruppo islamista.

I ricercatori dell'International Center for the Study of Radicalization and Political Violence, un centro studi del King's College di Londra, hanno raccolto le testimonianze di 58 di loro. I 'disertori', però, dovrebbero essere molti di più. La minaccia di essere brutalmente giustiziati spesso gli impedisce di parlare—per questo, secondo lo studio, rimangono nella penombra.

Gli ex combattenti consultati dal King's College provengono da 17 paesi diversi. Un terzo sono siriani, ma tra di loro si contano anche inglesi, tedeschi e francesi.

Lo scorso settembre il Ministro della Difesa Roberta Pinotti affermò che 87 foreign fighter erano passati dall'Italia prima di raggiungere il Medio Oriente.

I combattenti di nazionalità italiana sarebbero sei: tra di loro anche Maria Giulia 'Fatima' Sergio, la giovane napoletana partita per la Siria e indagata dalla Procura di Milano, insieme ad altre cinque persone, con l'accusa di associazione per delinquere con finalità di terrorismo.

Si tratta di foreign fighter radicalizzati dalla macchina della propaganda di IS, spesso con la promessa di denaro a fiumi, macchine lussuose e una vita agiata.

Condizioni che, però, una volta arrivati nei territori controllati dallo Stato Islamico non si materializzano, facendo crescere il malcontento finché non trovano il coraggio di fuggire.

I motivi che spingono i combattenti a disertare sono molteplici, ma presentano tutti una radice comune: per loro, semplicemente, lo Stato Islamico non è stato all'altezza delle aspettative.

"Anche se riuscivano a tollerare le avversità della guerra, per molti era impossibile accettare casi di ingiustizia, disuguaglianza e razzismo che secondo loro andavano contro tutto ciò che IS diceva di sostenere," si legge sul report del King's College.

I miliziani lamentano che in Siria si stiano spendendo troppe energie nella lotta contro altri gruppi sunniti, piuttosto che per rovesciare il regime di Assad. Era stata proprio la visione delle atrocità commesse dal regime siriano ad aver fatto da traino per molti combattenti. Ma, a detta loro, in realtà questo conflitto si è rivelato non essere una priorità per i vertici di IS.

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A inorridire i disertori è anche la ferocia utilizzata nei confronti di civili e innocenti. Le loro testimonianze raccontano di episodi di giustizia sommaria, barbare uccisioni di ostaggi e operazioni militari indiscriminate che causano la morte di donne e bambini.

A rivelare alcune delle pratiche brutali è Leena (il nome è di fantasia), un ex funzionario dell'hisbah, la polizia religiosa di IS. "Me ne sono andata perché ho visto cose orribili... distruzione, pestaggi," aveva spiegato al Daily Mail. "Una donna è stata decapitata da IS perchè si era lamentata con la sorella delle condizioni di vita, e aveva usato la parola Daesh."

Scappare dallo Stato Islamico non è semplice. Le forze armate di IS sono allertate da qualsiasi atteggiamento sospetto. Ai combattenti spetta l'arduo compito di trovare scuse credibili per allontanarsi dal proprio commando. Il rischio è quello di essere catturati e giustiziati come spie.

"Gli ostacoli iniziali sono sia pratici che psicologici. Dopo tutto, IS è un esercito che richiede ai suoi membri completa dedizione. La defezioni vengono perciò trattate come 'atti di apostasia'," si legge nel report.

Per i foreign fighter le incognite si moltiplicano. Alcuni dei paesi di provenienza hanno iniziato a perseguire penalmente chi fa ritorno in madre patria. Il timore dei governi occidentali nei loro confronti risale alla strage del museo ebraico di Bruxelles del maggio 2014. In quell'occasione, Mehdi Nemmouche, un reduce del conflitto in Siria, uccise tre persone a colpi di Kalashnikov.

È lecito attendersi che in seguito agli attentati di settimana scorsa a Parigi i provvedimenti contro i foreign fighter di ritorno si inaspriranno ulteriormente.

Se da un lato si spera in un aumento della sicurezza interna, dall'altro la conseguenza potrebbe essere che i disertori facciano fatica ad aprirsi pubblicamente e cercare l'aiuto che necessitano.

"Dato che l'appartenenza a IS è difficile da dimostrare e che qualsiasi ammissione di coinvolgimento nei combattimenti accrescerà la pena," spiega ancora il report. "In molti casi, a loro conviene restare in silenzio."

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