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Cosa devi sapere se l’8 marzo vuoi partecipare allo sciopero delle donne

E se non ho un lavoro? Se sono un uomo? Se non mi dichiaro femminista?

di Cristiana Bedei
07 marzo 2018, 5:00am

Foto via Flickr.

Una versione precedente di questo post è comparsa a marzo 2017.

Se avete preso i mezzi pubblici questa mattina a Milano o in qualunque altra città d'Italia, vi sarete imbattuti negli avvisi di uno sciopero imminente—ma indetto per una nobile causa: il terzo "sciopero nazionale delle donne".

Da due anni a questa parte, le attiviste di Non Una di Meno hanno infatti deciso di seguire l'esempio di altri paesi nel mondo e di indire una 24 ore di protesta in occasione della Giornata internazionale della donna—celebrazione di discussa origine e ancora più discussa attribuzione floreale.

Questo venerdì dipendenti, libere professioniste, casalinghe, precarie, studentesse, disoccupate e lavoratrici in nero sono quindi invitate a scioperare per manifestare la propria opposizione a qualunque forma di violenza o discriminazione di genere e in supporto del Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere, un programma in nove punti che tocca argomenti come diseguaglianze sul lavoro, educazione sessuale, sfruttamento e violenza sul corpo femminile, e tutto quello che c'è nel mezzo.

Poiché lo sciopero è previsto sì dal lavoro, ma anche dai propri "ruoli" all'interno della struttura familiare e sociale, non solo i colleghi ma anche i fidanzati, i fratelli, i padri e gli amici di chi sciopera dovranno arrangiarsi. Ma cosa vuol dire? Chi aderirà a #8M19? Come si fa a scioperare da quello che si è? E perché dovrei farlo? Abbiamo cercato di rispondere a queste domande con l'aiuto di Sara Picchi, rappresentante della rete romana di centri antiviolenza, spazi sociali e collettivi Io Decido, parte della piattaforma Non una di meno.

PERCHÉ LO SCIOPERO DELLE DONNE?

L'idea di uno sciopero totale delle donne, su scala pubblica e privata, è stata lanciata due anni fa in Argentina e in seguito accolta dalle attiviste di circa 40 paesi nel mondo. In Italia, l'adesione è stata parte del percorso di "risveglio" che ha avuto una tappa importante con la manifestazione contro la violenza maschile sulle donne del novembre 2016 (e replicata negli anni seguenti), vero momento di inizio del lavoro sul Piano antiviolenza nazionale.

"L'Italia si inserisce all'interno di un contesto internazionale, perché chiaramente la violenza maschile sulle donne, ma anche le discriminazioni che subiscono le donne lesbiche o i membri di tutte le comunità LGBTQ+, sono problemi di portata globale," spiega Sara Picchi, che aggiunge: "Nel momento in cui le donne non sono considerate, ma anzi vengono continuamente ostacolate dalla schiacciante cultura sessista di questo paese, a questo punto ci fermiamo per un giorno e vediamo cosa succede."

COME FUNZIONA LO SCIOPERO?

In Italia lo sciopero è stato già proclamato da diverse sigle sindacali (incluse Usb, Cobas, Usi). Questo significa che qualunque lavoratore o lavoratrice può partecipare grazie alla copertura sindacale generale, anche senza essere iscritto a una delle sigle aderenti.

Detto questo, la protesta si propone di essere palcoscenico soprattutto delle precarie, delle disoccupate, delle migranti, delle studentesse, e delle pensionate. Ovvero di quelle fasce della popolazione che vedono limitata, se non negata, la propria possibilità di scioperare, ma si ritrovano spesso a subire le più pesanti conseguenze dello sfruttamento professionale e a farsi carico della maggioranza degli impegni domestici e familiari.

In pratica, una giornata in cui astenersi da tutti i lavori di casa e di cura molto spesso ancora appannaggio esclusivo delle donne. Niente lavatrici o lavastoviglie. Non si va a fare la spesa e non ci si fa carico di cucinare per altri.

QUAL È IL PROBLEMA?

Il tema dello sciopero è la violenza di genere come problema strutturale della società, e al centro delle richieste ci saranno i bisogni e i diritti delle donne nel campo della professione, delle relazioni, della salute; e il rifiuto assoluto di una logica misogina, sessista e razzista che discrimina anche le minoranze etniche e la comunità LGBTQ+.

Oltre che sul precariato della condizione femminile, anzitutto economica: secondo Picchi, "in un contesto di neoliberismo avanzato, in un momento di crisi pazzesca, con un'austerità feroce in cui si bloccano i finanziamenti per le politiche sociali, la sanità, la scuola," detto proprio terra terra, chi ci smena sono le donne. Donne che, stando agli ultimi dati europei, relativi al 2017, hanno guadagnato in media 84 centesimi per ogni euro di un uomo. Così come la disuguaglianza c'è nella precarietà, che colpisce soprattutto le donne.

COME POSSO ADERIRE SE NON HO UN LAVORO?

Appunto, mettendo in atto forme di protesta meno tradizionali. "Quello che cerchiamo di fare è veramente una sfida in cui tutti e tutte dovrebbero essere coinvolte," Picchi chiarisce. "Perché la giornata riesca, ci vuole uno sforzo di intelligenza collettiva [e uno sguardo al vademecum dello sciopero qui]." Insomma, l'adesione può essere simbolica: può bastare appendere uno striscione fuori casa; evitare di controllare le mail per un giorno—magari impostando una risposta automatica ad hoc, che motivi la propria assenza in relazione allo sciopero—o vestirsi di nero e fucsia, i colori che rappresentano la protesta. (Sì lo so che il fucsia fa schifo.)

Volendo è inoltre possibile aderire ai molti eventi, picchetti e manifestazioni di piazza che si terranno in più di 70 città italiane, in cui oltre a urlare marciare e rivendicare si dimostreranno anche fisicamente la propria presenza e il proprio diritto allo spazio pubblico.

SONO UN MASCHIO, POSSO SCIOPERARE?

Dato che esiste la copertura sindacale assicurata, chiunque ha il diritto di sciopero. Quindi in teoria sì. Nella pratica, dice Picchi, "Gli uomini possono scioperare in solidarietà, ma per una volta che c'è un protagonismo femminile/femminista… è quello il tema del dibattito" (cosa che forse non hanno colto tutte le sigle sindacali che hanno deciso di indire scioperi dei trasporti e di altre cose che non c'entrano particolarmente con la condizione delle donne). Proprio per questo, anche all'estero gli uomini che vogliano supportare la protesta sono invitati a farsi carico delle mansioni solitamente svolte da colleghe, madri, compagne, figlie e mogli.

"Si propone uno sciopero delle donne perché noi, pur facendo parte del sistema produttivo di questo paese, siamo più svantaggiate. Quando ci affacciamo nel mercato del lavoro, quando abbiamo figli, quando siamo in età da figli, quando guadagniamo di meno… Questo non solo in Italia, ma in tutto il mondo. Abbiamo degli svantaggi che ci riguardano per una disuguaglianza storica tra uomini e donne."

NON MI DICHIARO FEMMINISTA, POSSO SCIOPERARE?

Certo che sì, ma forse le premesse di questa domanda sono un po' paracule? La mobilitazione dell'8 marzo è dichiaratamente femminista, come anche Picchi conferma. "Non chiediamo [a chi partecipa] l'affiliazione al femminismo, ma è normale che diamo una lettura ben precisa del problema che portiamo avanti con questo sciopero, e la nostra lettura è una lettura femminista."

A tal proposito, forse è il momento di fare un passo indietro e ripetere che il femminismo—per quanto improntato univocamente verso l'emancipazione e la libertà delle donne—è un movimento plurale e diversificato dove trovano espressione voci e convinzioni diverse. Sostenere questa giornata significa, in generale, interpretare e relazionarsi alla realtà secondo un'ottica che vuole garantire che le vite e i diritti delle donne siano riconosciuti e rispettati.

Insomma, se ti stai chiedendo se schierarsi contro qualsiasi forma di violenza di genere, di discriminazione, di oppressione e di sfruttamento delle donne di ogni provenienza, orientamento ed estrazione sociale sia femminista, la risposta è sì. La vera domanda è: qual è il problema?

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