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"I diavoli della bassa modenese", il più grande caso di panico satanico in Italia

La storia dei 16 bambini tolti alle loro famiglie negli anni Novanta che ha ispirato il podcast e il libro "Veleno," e il cui caso verrà ora riaperto.

di Leonardo Bianchi; foto di Carolina Paltrinieri
21 maggio 2019, 10:36am

"Dario," il bambino da cui è partito il caso, insieme al padre Romano Galliera. La foto è stata conservata dal fratello maggior "Igor." Tutte le foto di Carolina Paltrinieri.

Quando ho sentito per la prima volta Veleno, il famoso podcast di Pablo Trincia e Alessia Rafanelli uscito nel 2017, sono rimasto sconvolto. Era difficile credere che negli anni Novanta—in un passato non troppo remoto—intere famiglie fossero state smembrate dalla giustizia italiana sulle base dei racconti di alcuni bambini convinti che nei cimiteri si svolgessero rituali satanici. Ed era ancora più difficile venire a patti con il fatto che, nonostante le molte assoluzioni, la quasi totalità dei genitori non abbia mai più visto i propri figli. Eppure, è successo per davvero.

Lo scorso aprile, Trincia ha espanso l’inchiesta e pubblicato un libro; mentre a maggio il caso si è finalmente riaperto nelle aule di tribunale. Alla luce di queste ultime novità ho pensato di ripercorrere tutta la vicenda sentendo lo stesso Trincia e una delle protagoniste, Lorena Morselli, che è stata assolta soltanto nel 2014 dopo un estenuante processo.

Intorno alle cinque e mezza di mattino del 12 novembre del 1998, Lorena Morselli—insegnante d’asilo di Massa Finalese (un paesino nella bassa modenese) e madre di quattro figli—porta la sua bambina più piccola in bagno, e prima di tornare a letto va in cucina a prendere un bicchiere d’acqua.

All’improvviso, sente suonare alla porta. È un orario piuttosto insolito per ricevere una visita. E infatti, non è una visita normale: è la polizia. Entrano in sette, dicendole che “non è indagata” e chiedendo di far svegliare il marito Delfino Covezzi. Morselli teme che sia successo qualcosa a uno dei suoi fratelli, e che non vogliano far impensierire sua madre Lina.

Invece sono lì proprio per loro, con un mandato di perquisizione in mano. Mentre i poliziotti frugano negli armadi e sequestrano videocassette di feste, battesimi e comunioni, uno di loro si rivolge alla donna e dice: “Sentite cosa racconta vostra nipote.” Prende un foglio con delle sottolineature e inizia a leggere: “Uscivo la notte… c’era don Giorgio al cimitero… c’erano dei diavoli, c’erano le tombe, i fuochi…” Morselli collega queste frasi con il fatto che la nipote Cristina—insieme al fratellino di due anni—era stata prelevata dai servizi sociali il 2 luglio dello stesso anno, ma non capisce cosa c’entrino loro con quella storia.

Gli agenti, nel frattempo, ordinano di far svegliare i figli e mettono fretta: bisogna andare in commissariato a firmare dei documenti, poi potranno tornare a casa.

Una volta sul posto, Delfino Covezzi sale al primo piano scortato dagli agenti. Morselli rimane al piano terra, in una stanza con una porta a vetro. A un certo punto una giovane donna le si avvicina, si presenta—il suo nome è Valeria Donati e fa la psicologa all’Ausl di Mirandola, un paese limitrofo—e le consiglia di salire, fare una firma e tornarsene. Entra anche un’assistente sociale, che Lorena conosce perché ogni tanto va alla sua scuola materna per casi di bambini in difficoltà.

I figli la guardano con gli occhi sgranati, e si stringono a lei. Uno di loro, Enrico, comincia a piangere. Assistendo alla scena, Donati urla: “Sei una mamma disgraziata, fai piangere tuo figlio! Sei una mamma indegna, irresponsabile!” Morselli rimane in silenzio; del resto, non può certo urlare o scappare. Non ha altra scelta che salire al primo piano e raggiungere il marito, lasciando i bambini con l’assistente sociale.

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L'abitazione di Delfino Covezzi e Lorena Morselli a Massa Finalese (Modena).

All’interno vede Delfino che singhiozza copiosamente davanti a un’altra persona. È Marcello Burgoni, responsabile dei servizi sociali di Mirandola, e sta leggendo il decreto di allontanamento dei figli. Il tribunale dei minori ha sospeso la potestà genitoriale e vietato ogni incontro con queste motivazioni: Delfino e Lorena sono stati genitori incapaci di sorvegliare i propri figli, che di notte venivano prelevati da una banda di pedofili per partecipare a messe nere e rituali satanici in cimiteri della zona. Morselli accenna a una protesta, mentre nel frattempo i bambini sono portati verso una destinazione ignota.

Confusi e distrutti, marito e moglie tornano in paese per cercare di sbrogliare la matassa. Come prima cosa si recano alla scuola elementare frequentata dai figli, per domandare alle maestre se avessero notato qualcosa di strano—“disegni poco sani,” litigi, o atteggiamenti bizzarri. Le insegnanti dicono di no, e scoppiano a piangere pure loro. Poi vanno dalla madre di Morselli, trovandola in lacrime: quella mattina i poliziotti sono arrivati anche a casa sua, e hanno arrestato il marito e i due fratelli di Lorena con l’accusa pesantissima di molestare i figli. L’intera famiglia, insomma, è stata spazzata via nell’arco di qualche ora.

Passano anche alla scuola materna dove insegna Lorena, dalla suocera e dal parrocco. In paese il sentimento predominante è lo sgomento: i Covezzi sono una famiglia di lavoratori molto rispettata, molto religiosa, e che non ha mai avuto problemi con nessuno; tantomeno con la giustizia. Nessuno riesce a capire cosa sia successo.

La sera arrivano nella loro casa—una casa vuota e scombussolata dalla perquisizione. Lorena Morselli si infila nel letto di Valeria, la figlia più grande, indossa il suo pigiama e si addormenta con enorme difficoltà.

Ancora non può saperlo, ma quello è stato l’ultimo giorno in cui ha visto i suoi figli.

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L'abitazione dei Galliera a Massa Finalese, uno dei luoghi in cui secondo "Dario" avvenivano gli abusi.

La vicenda dei “diavoli della Bassa modenese”—come l’ha ribattezza la stampa—inizia un anno prima, nel 1997. I sospetti di abusi su minori erano ricaduti su una famiglia disagiata di Massa Finalese, i Galliera, già seguita dai servizi sociali della zona. Il figlio più piccolo, "Dario" (il nome è di fantasia), da tempo vive con un'altra famiglia e ogni tanto torna a casa.

Durante uno di questi periodi, il bambino racconta alla madre affidataria particolari preoccupanti: il fratello maggiore "Igor" fa degli “scherzi sotto le lenzuola” con la sorella, e una volta l’ha fatto sdraiare sul divano a pancia in giù “facendogli male ai fianchi.” La madre, preoccupata, si rivolge alla psicologa Valeria Donati—che all’epoca è alle sue prime esperienze professionali.

Nei colloqui i racconti di "Dario" si fanno sempre più scabrosi, arrivando a coinvolgere tutta la famiglia originaria. Gli assistenti allertano immediatamente la magistratura, e il 17 maggio di quell’anno il padre, la madre e il fratello maggiore sono arrestati su richiesta del pm Andrea Claudiani.

Col passare dei mesi il bambino implica nei suoi racconti altre persone e altri bambini, abusati dentro e fuori l’abitazione dei Galliera in via Abba Motto. Parlando sempre con Donati, emergono violenze sadomaso fotografate con una Polaroid, filmini pedo-pornografici, e soldi che passano di mano dopo ogni “prestazione.” Nel luglio del 1997, la rete dei pedofili ormai si estende per un raggio di oltre trenta chilometri tra Massa Finalese, Bondeno e Mirandola; e l’indagine della magistratura, oltre ai Galliera, individua altre cinque persone che vengono rinviate a giudizio.

Tra queste ci sono un amico dei Galliera, Alfredo Bergamini detto “Fredone,” e la sua compagna Maria Rosa Busi, entrambi accusati di aver organizzato gli incontri e di averli ripresi; una coppia sposata di Mirandola, Federico Scotta e Kampaet Lamhab, con una figlia di tre anni e un bambino di pochi mesi—entrambi subito affidati ai servizi sociali; e una loro vicina di casa, Francesca Ederoclite, madre di una bambina di otto anni (anche lei allontanata).

Francesca piomba subito nella disperazione: non accetta quelle accuse, e sopra ogni cosa non accetta la perdita della figlia. “Se non me la riportano, da casa mia esce una bara,” ripete a Scotta e Lamhab. All’inizio di agosto prova a chiedere udienza al presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, senza ottenere risposta. Qualche settimana dopo viene a sapere che Marta si trova al Cenacolo Francescano, una casa-famiglia di Reggio Emilia gestita dalle suore, e va a trovarla insieme a Federico Scotta; il tentativo però le costa caro, dato che viene arrestata per “inquinamento di prove” e passa una settimana al carcere Sant’Anna di Modena prima di tornare ai domiciliari.

Il pomeriggio del 28 settembre, Ederoclite chiama a casa di Scotta. Ha appena letto al televideo una perizia medica avrebbe confermato i “gravi abusi” su sua figlia. Risponde Kampaet, che dall’altro lato della cornetta sente dire: “Vi ho voluto bene. Non ce la faccio più. Cercate di stare tranquilli e difendetevi come potete.” Finita la telefonata, prende un foglio e scrive: “Sono innocente. Voglio solo riavere la mia bambina.” Poi esce sul balcone del suo appartamento al quinto piano sulla Statale 12 e si butta giù, morendo qualche ora dopo in ospedale.

Il processo “Pedofili-1” parte nel gennaio del 1998. Per gli imputati sembra non esserci scampo: l’accusa ha in mano i racconti di “Dario,” gli esiti delle visite mediche sui bambini condotte dalla ginecologa della clinica Mangiagalli di Milano Cristina Maggioni, e la convinzione di aver sgominato una banda di insospettabili pedofili.

La sentenza arriva il 10 aprile del 1998: le condanne sono sei, per un totale di 56 anni di carcere. Alla fine del primo grado, il pm Claudiani dichiara che “è stato difficile convincersi che cose del genere potessero accadere.”

Un paio di settimane dopo la condanna, “Fredone” viene trovato senza vita a casa sua, stroncato da un arresto cardiaco. Annunciando ricorso in appello, diceva che “uscirò pulito da questa storia.” È il secondo morto in appena sette mesi—un numero, purtroppo, destinato a salire.

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L'interno del cimitero di Finale Emilia (Modena), dove si sarebbero svolti i rituali satanici.

Procedendo in parallelo al processo “Pedofili-1,” l’inchiesta della procura di Modena si allarga a dismisura. E a confidarsi con psicologhe, assistenti sociali e magistrati non è più solo "Dario": ci sono anche altri minori.

Come sostiene un articolo della rivista Tempi, “i disagi di ogni bambino della Bassa che vive in situazioni di difficoltà sono interpretati secondo la chiave dell’abuso. E se c’è stato un abuso, deve esserci per forza anche un orco: si tratta solo di trovarlo.”

Di interrogatorio in interrogatorio, il quadro degli abusi assume tinte sempre più fosche ed estreme. Si parla di adulti incappucciati che fanno bere ai bambini il sangue di gatti squartati per trasformarli in “figli del diavolo.” Si descrivono interminabili processioni nel cuore della notte nei cimiteri, dove i minori bruciano croci e sono rinchiusi vivi nelle bare. Si narra di rituali orgiastico-satanici, di omicidi seriali, e di cadaveri gettati nel fiume Panaro (i corpi però non sono mai stati ritrovati dagli inquirenti, nonostante un dragaggio costato centinaia di milioni di lire). Sulla scena del crimine, a sentire i bambini, compare pure una ghigliottina per le decapitazioni. “Dario” racconta di un “bambino albanese” arso vivo in una stufa.

La stampa riporta meticolosamente gli sviluppi. In un articolo di Repubblica del 13 novembre 1998, ad esempio, si legge di “canti bislacchi al demonio e fredde lapidi come scenografia per violentare bambini e bambine,” nonché di “orrorifici cortei di venti, trenta pedofili inscenati nei vialetti dei cimiteri della Bassa modenese, per sciogliersi in orge senza limiti.”

Gli inquirenti non hanno dubbi: nella Bassa non solo c’è una banda di pedofili, ma pure una setta di satanisti. E l’eccezionalità, scrivono Burgoni e Donati nella rivista Minori Duemila, “non consiste nell’esistenza di un gruppo organizzato nel nostro territorio, bensì nell’essere riusciti a scoprirlo (mentre da altre parti probabilmente questo non è successo.”

Stando a “Dario”, il capo che officia i macabri riti è un certo “Giorgio,” indicato alternativamente come un “medico” o un “sindaco” vestito con una “tunica” e delle “scarpe con i tacchi.” È solo attraverso un’ardita associazione di idee che si arriva a individuarlo: il “sindaco” in realtà sarebbe don Giorgio Govoni—il parrocco di Staggia e San Biagio, due frazioni nel modenese, popolarissimo in quelle zone.

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Il fiume Panaro, dove sarebbero stati gettati i corpi dei sacrifici umani. Nessun cadavere è mai stato ritrovato dagli inquirenti.

L’indiscrezione trapela per la prima volta il 13 settembre del 1997, quando i giornli titolano “Sexy party con bambini, c’era anche un sacerdote.” Il giorno seguente, durante l’omelia domenicale, Govoni si rivolge ai fedeli con queste parole: “È l’ora delle tenebre per me e per tutti voi. Mentre mi preparo con fede a ricevere i sassi e gli sputi di tanti, sono preoccupato per voi affinché non vi sentiate traditi e disorientati.”

Il sacerdote non è indagato in “Pedofili-1,” ma sa che presto toccherà anche a lui. Il momento arriva dopo la sentenza di primo grado—quando è perquisita la sua canonica alla ricerca di materiale pedopornografico (mai trovato)—e nell’aprile del 1999 con l’apertura del processo “Pedofili-2,” che lo vede imputato con altre 15 persone. Oltre a quelli già coinvolti nel primo procedimento si aggiungono la famiglia Giacco, Giuliano Morselli (fratello di Lorena) e la moglie Monica Roda, la maestra Rita Spinardi e un’altra coppia.

Alla notizia del rinvio a giudizio, le comunità locali e la chiesa esprimono supporto e solidarietà a don Govoni. Il vescovo di Modena Benito Cocchi celebra una messa insieme a lui; altri parroci e i consigli comunali di zona scrivono appelli in sua difesa. La procura, però, si mostra inamovibile: è lui la figura di riferimento dei pedofili. Il 16 maggio del 2000, nella sua requisitoria finale, il pm Claudiani chiede 14 anni di carcere.

Qualche giorno dopo, mentre si trova nello studio dell’avvocato Pierfrancesco Rossi, don Govoni muore improvvisamente di infarto. Il suo funerale è celebrato in quattro luoghi diversi e anche nel duomo di Modena, con la partecipazione commossa di migliaia di fedeli.

Il 5 giugno del 2000 il tribunale pronuncia la sentenza. Le pene sono pesantissime, più di quanto richiede l’accusa, per un totale di 157 anni di carcere. Non potendo condannare don Govoni, il tribunale lo indica comunque come il “capo della setta” e il “fidanzato” della maestra Spinardi. I quotidiani rincarano la dose, descrivendolo come “un Satana vestito da prete” che “passava da una parrocchia all' altra, con il suo camion, a caricare i bambini per portarli nei cimiteri.”

Nella chiesa di San Biagio, intanto, i fedeli fanno apporre una lapide commemorativa per il loro parroco defunto. “Vittima innocente delle calunnie e della faziosità umana, ha aiutato assiduamente i bisognosi,” recita la scritta. “Non si può negare che egli, accusato di crimine non commesso, sia stato vinto dal dolore.”

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La tomba di don Giorgio Govoni.

A più di un anno dalle prime rivelazioni di “Dario,” il totale dei bambini allontanati dalle proprie famiglie e affidate ad altre arriva ormai a 16. Tra questi c’è anche il terzo figlio della coppia Scotta, che nel luglio del 1998 viene portato via dagli assistenti sociali direttamente in sala parto.

Nei paesi della Bassa si alternano silenzi carichi di paura e non pochi dubbi sull’inchiesta. La domanda che si fanno un po’ tutti è la seguente: se ci sono state tutte quelle processioni e quelle cerimonie sataniche, come mai nessuno ha mai visto nulla? “Qui la gente si accorge se viene a mancare un gatto,” dice il parroco di Mirandola Paolo Soliani al giornalista Gad Lerner, “si figuri un bambino.” A Massa Finalese nascono “comitati di solidarietà,” e circolano volantini contro “la caccia alle streghe della santa inquisizione.”

Il coinvolgimento di don Govoni è criticatissimo dalla stampa cattolica. Su Tempi, un articolo del 1999 intitolato “L’orco di Mirandola” dice esplicitamente che le modalità di allontanamento dei bambini, in base ad accuse non provate, non stanno né in cielo né in terra. Il parrocco di Finale Emilia Ettore Rovatti—che nel 2003 pubblicherà Don Giorgio Govoni. Martire della carità cristiana, vittima della giustizia umana, il primo libro sul caso—dice che il problema è anche “la cultura di queste parti,” perché “il concetto è che i bambini non appartengono più alla famiglia, ma allo Stato.”

Il quotidiano Avvenire sottolinea l'esistenza della Carta di Noto (pubblicata nel 1996, contiene le linee guida per l’esame dei minori in casi di abusi), che prescrive di evitare le “domande suggestive”, mentre i consulenti dell’Ausl di Mirandola e del tribunale dei minori sembrano aderire ad un’altra scuola di pensiero—quella del “disvelamento progressivo.” L’inviato Giorgio Ferrari la bolla come una “tecnica rozzamente induttiva (ma molto fascinosa in quanto americana)” che parte “da frammenti di sogni o sensazioni per approdare gradualmente a un quadro accusatorio.”

Lo pseudonimo collettivo Luther Blisset, invece, inserisce la vicenda dei “diavoli della Bassa modenese” (definita “un’altra tappa della vandea contro i ‘pedofili-satanisti’”) nel più ampio contesto del grande panico sull’abuso rituale satanico. L’espressione è dello psichiatra Lawrence Padzer, co-autore di Michelle Remembers—un’autobiografia pubblicata nel 1980 in cui la canadese Michelle Smith ricorda gli abusi commessi dai suoi genitori, membri di una presunta “chiesa di Satana.”

Il racconto è del tutto infondato, eppure viene creduto e desta un enorme scalpore negli Stati Uniti. La crescente diffusione presso gli psicoterapeuti della cosiddetta “Terapia della memoria recuperata” ( Recovered-memory therapy) fa il resto: nell’arco di quel decennio fioccano migliaia e migliaia di denunce e testimonianze su abusi e rituali satanici, e si imbastiscono una sequela impressionante di processi penali.

Il più clamoroso è sicuramente quello che travolge la famiglia McMartin, che gestisce una scuola per l’infanzia a Manhattan Beach in California. Nel 1983 intorno a loro crescono sospetti e dicerie; i bambini abusati, si dice, sarebbero più di 400. Il procedimento che ne scaturisce è il più lungo e costoso di sempre della storia giudiziaria americana: dura sette anni, e finisce con l’assoluzione piena dei McMartin.

Complici una serie di débâcle giudiziarie, all’inizio degli anni Novanta “l’abuso rituale satanico” è ridotto al rango di teoria del complotto o leggenda metropolitana. Ma alcuni paesi europei scontano ancora un forte ritardo culturale e sociale sul tema—Italia inclusa. E verso la metà degli anni Novanta, l’humus per una diffusione incontrollata del panico su satanismo e pedofilia è piuttosto fertile.

Nel gennaio del 1996 la procura di Bologna fa arrestare tre esponenti dell’associazione culturale “Bambini di Satana,” tra cui il fondatore Marco Dimitri. Le accuse sono gravissime, e su tutte spicca lo stupro di un’adolescente e di un bambino commesso nel corso di fantomatiche messe nere. I testimoni chiave sono una ragazza minorenne e un bambino di tre anni, che racconta anche di sacrifici umani—di cui però non verranno mai trovati i corpi.

Gli imputati si fanno un anno e mezzo di carcerazione preventiva e subiscono un vero e proprio linciaggio a mezzo stampa, interrotto solo dalla solidarietà di scrittori, artisti e movimenti di sinistra. Il processo si trascina per tre anni, ma fin da subito appare chiara la debolezza dell’impianto investigativo della procuratrice Lucia Musti. Nel 2000 Dimitri e gli altri sono assolti dal tribunale di Bologna, e l’anno successivo dalla corte d’appello.

Secondo Luther Blissett, il caso dei “Bambini di Satana”—influenzato a sua volta dalle scorie lasciate dai vari casi McMartin—ha in qualche modo contagiato quello dei “diavoli della Bassa modenese.” La scena dei bambini chiusi dentro le bare, infatti, è la “scena madre” di quanto si è svolto “pochi mesi prima e a poche miglia di distanza.”

Rifacendosi soprattutto al saggio del 1995 Satan’s Silence. Ritual Abuse and the Making of a Modern American Witch Hunt di Debbie Nathan, il collettivo evidenzia come le controinchieste sui più eclatanti casi americani “hanno dimostrato che spesso gli adulti cercavano una conferma alle proprie fantasie/teorie incredibili, e impostavano le domande in maniera capziosa, o comunque esercitavano un’involontaria pressione psicologica sui minori.”

Quest’ultimi, continuano, “erano spinti a cercare l’accondiscendenza dei ‘grandi’ e delle figure autorevoli, dando le risposte che loro si aspettavano, assecondando le loro paranoie, per ottenere in cambio attenzione e protezione.” Non per niente, dice Luther Blissett, “quasi sempre si tratta di ragazzini con problemi psicologici e disturbi dell'adattamento: è così nel caso di Modena, era così nel caso Bambini di Satana.”

Il pezzo finisce così: “Non è vero che i "garantisti" tacciono, semplicemente non esistono. Siamo noi che dobbiamo parlare. […] Perché intanto i casi di scorrettezza investigativa e abuso giudiziario in materia di pedofilia e satanismo continuano a spuntare come funghi.”

Quando Luther Blissett pubblica quel pezzo è il febbraio del 1999. E il caso dei “diavoli della Bassa” è ben lontano dalla sua conclusione; anzi, è ancora apertissimo.

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L'archivio di don Ettore Rovatti, deceduto nel 2015, conservato nella parrocchia di Finale Emilia.

Il 13 novembre del 1998, all’indomani dell’allontanamento dei figli, Lorena Morselli e Delfino Covezzi si presentano ai servizi sociali per un colloquio. Come prima cosa, viene detto loro che i bambini stanno bene e non vogliono tornare a casa: sono “contentissimi di essere arrivati in un’altra famiglia.”

Morselli è a dir poco perplessa, e continua a fare domande e chiedere spiegazioni. Lo fa ogni volta, per mesi e mesi; perché, mi dice al telefono, “mi hanno portato via i figli senza fare una minima inchiesta, né a scuola, né al catechismo, né agli scout, né in parrocchia, niente di niente.”

L’atteggiamento dei servizi sociali, tuttavia, non è per niente collaborativo. I colloqui sono più che altro “interrogatori” in cui “ci spingono a dire cose contro quelli che già si trovano in carcere.” Morselli rifiuta di stare a questo gioco e insiste, esigendo—tra le altre cose—le prove delle uccisioni. Di contro, gli assistenti rispondono che “non vogliamo bene ai nostri figli perché non confermavamo quello che dicevano loro.”

Per fare pressione e tenere alta l’attenzione, la famiglia Covezzi contatta anche due parlamentari democristiani di Modena—il senatore dell’Udeur Augusto Cortelloni e il deputato Carlo Giovanardi del Ccd (Centro Cristiano Democratico), che li seguirà sempre da vicino. Nel marzo del 1999 i due fanno un’interrogazione parlamentare rivolta all’allora ministro della giustizia Augusto Diliberto; il documento si chiude con questa domanda: “Perché sono stati portati via dei bambini che non hanno mai detto niente, oltretutto figli di genitori che non sono nemmeno indagati?”

A poche ore dalla risposta di Diliberto, tuttavia, i carabinieri notificano ai coniugi un avviso di garanzia: la figlia Valeria ha raccontato alle psicologhe che i genitori partecipavano alle “messe nere.” Anche loro, dunque, farebbero parte della setta. È l’inizio del terzo filone processuale, il cosiddetto “Pedofili-3,” con imputati i soli Delfino e Lorena—la quale nel novembre del 1999 si rifugia in Francia (Salernes, Provenza, dove vive tuttora) a partorire il quinto figlio Stefano, per il timore di vederselo sottrarre.

Non è finita qui. Sono aperti altri due procedimenti: il “Pedofili-4,” in cui i fratelli e il padre di Lorena sono accusati di aver abusato la nipote con la “frasca di un albero” fuori dalla nuova scuola della bambina; e il “Pedofili-5,” che vede imputato il primo avvocato dei Covezzi (poi costretto a rinunciare al mandato) con l’accusa di aver minacciato due figli della coppia durante un’audizione protetta.

L’iter di questi cinque processi è difficile, contorto e a tratti schizofrenico. Seppure le prove e i racconti siano gli stessi, gli esiti spesso e volentieri sono diametralmente opposti. Complessivamente, si contano 24 assoluzioni e 15 condanne.

Per quanto riguarda “Pedofili-1,” la corte d’appello di Bologna e la Cassazione confermano le condanne solo per “abusi domestici,” ma non per i rituali “orgiastico-satanici” (che pertanto non sono mai esistiti). In “Pedofili-2” la corte d’appello e la Cassazione scagionano del tutto don Govoni, Rita Spinardi e Santo Giacco (rimasto in carcere in isolamento per quattro mesi e mezzo); mentre confermano le condanne per “abusi domestici” a Giuliano Morselli e Monica Roda, che muore in carcere nel 2003. “Pedofili-4” e “Pedofili-5” si concludono entrambi con la piena assoluzione degli imputati.

Il processo più lungo e travagliato è quello di Delfino Covezzi e Lorena Morselli. In primo grado, nel settembre del 2002 il tribunale li condanna a 12 anni di reclusione. I racconti dei bambini sono ritenuti attendibili, così come i referti medici di Cristina Maggioni—consulente della procura anche in questo processo—che attestano gli abusi.

Le perizie di Maggioni sono contestate nel corso del dibattimento dai consulenti della difesa e da quella del Gip, l’anatomopatologa di Milano Cristina Cattaneo. Per lei, sui quattro figli dei Covezzi non c’è alcun segno di abuso sessuale; in particolare, Cattaneo fa notare che nella fotografia dei genitali di una bambina è ancora presente l’imene, a differenza di quanto sostiene Maggioni. Quest’ultima risponde che un imene lacerato può persino ricrescere—un’affermazione totalmente priva di basi scientifiche, e che getta seri dubbi sulla sua competenza (già oggetto di polemiche in altri procedimenti giudiziari).

La sentenza d’appello arriva otto più tardi, nel 2010, e ribalta del tutto il giudizio del tribunale: i coniugi vengono assolti. La Cassazione rinvia però ad un nuovo appello, che si conclude nel maggio del 2013 con un’altra assoluzione; Delfino Covezzi nel frattempo muore di infarto nell’agosto dello stesso anno. L’assoluzione definitiva arriva nel dicembre del 2014, a ben sedici anni di distanza dall’apertura del procedimento.

Le motivazioni della sentenza d’appello del 2013 sono durissime nei confronti degli inquirenti e delle psicologhe che hanno seguito tutti i minorenni, definite “oggettivamente inesperte” poiché prima di allora non avevano mai trattato “casi di abusi sessuale in danno di minori.” I giudici non risparmiano nemmeno i servizi sociali, i quali “pur a fronte di un numero sempre maggiore di minori indicati come abusati” non hanno ritenuto “di affiancare alle due psicologhe personale dotato di maggior esperienza.”

Altre critiche si focalizzano sulla “clamorosa assenza di registrazione dei colloqui ‘rivelatori’”—ossia quelli protetti tra bambini e psicologhe—e sull’“approccio assolutamente censurabile nei confronti dei bambini,” visto che “del tutto impropriamente veicola nella loro mente dati e informazioni che ne possono contaminare ogni successivo racconto.”

La fine del processo ai Covezzi sembra mettere una pietra sopra alla vicenda, rinchiudendola definitivamente nei confini della Bassa modenese. Eppure, come mi dice Lorena Morselli, “non c’è solo mio marito morto: c’è una scia di sangue. Non c’è solo un processo, ce ne sono cinque. Ci sono famiglie distrutte, e c’è tanto dolore.” Nonostante le diverse assoluzioni, i figli non sono mai più tornati indietro.

C’è una ferita che non si è mai chiusa, quindi. E soprattutto, c’è una storia che merita di essere ricostruita daccapo.

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Il libro di don Ettore Rovatti su don Giorgio Govoni.

Nello stesso anno in cui si chiude l’interminabile “Pedofili-3,” negli Stati Uniti esce la prima stagione del podcast Serial. La host e ideatrice Sarah Koenig ripercorre in dodici puntate l’omicidio della studentessa Hae Min Lee, e il successo è incredibile: la serie è scaricata più di 68 milioni di volte, e rinnova in profondità il vecchissimo genere del true crime.

Il giornalista Pablo Trincia—volto televisivo e inviato di trasmissioni come Le Iene, Announo e Servizio Pubblico—ne rimane folgorato e decide di voler importare quel formato in Italia. Si mette dunque alla ricerca di un cold case italiano che abbia a che fare con il satanismo, e si imbatte in alcuni articoli sull’assoluzione di Lorena Morselli.

“Ho scoperto subito che questa non era solo una storia di pedofilia o satanismo,” mi spiega al telefono, “ma era molto più ampia e riguardava la psicosi collettiva, il falso ricordo, la giustizia, il sistema dell’affido dei minori, e molto altro. Era come un palazzo con tante stanze. Da lì mi è venuta l’idea di farci una serie.”

Con l’aiuto della giornalista Alessia Rafanelli, Trincia per tre anni scava a fondo nella vicenda recuperando le carte processuali, facendo sopralluoghi nei posti, intervistando protagonisti ed esperti. La netta impressione, spiega, “era che le indagini fossero a senso unico, tutte volte a trovare degli elementi di riscontro anche quando non c’erano.” Il risultato finale è il podcast in sette puntate Veleno, pubblicato nel 2017 sul sito di Repubblica, e il saggio dal titolo omonimo uscito il 12 aprile del 2019.

Il lavoro d’inchiesta di Trincia e Rafanelli ruota molto intorno al concetto di “falso ricordo,” che Trincia descrive in questo modo: “è una deviazione della memoria, che porta alla creazione di finzioni nella nostra testa che non distingui più dai ricordi veri.” Se poi “si fanno delle domande sbagliate ai bambini,” aggiunge, “si rischia di piantare loro in testa prima dei dubbi, poi dei falsi ricordi.” Il sospetto, suffragato come visto anche da alcune sentenze, è che nel caso dei “diavoli della Bassa” sia andata esattamente così.

In Veleno sono riportati stralci di colloqui—contenuti in 50 videocassette ottenute dagli autori—in cui psicologhe, periti, pm e gip fanno una valanga di domande suggestive. In uno di questi, un bambino chiede addirittura se “va bene quello che ho detto”; in un altro, una psicologa dice ad una bambina che “di sicuro qualcuno ti ha fatto male al sederino e alla patatina.”

Trincia è convinto che psicologhe e assistenti sociali “non abbiano agito con dolo; anzi, l’intenzione reale era quella di salvare dei bambini.” Il vero errore, mi spiega, “è stato scambiare i ruoli. Lo psicologo non è un poliziotto: deve accertare che il bambino comprenda la realtà e non abbia suggestioni. Non deve scoprire se ha subito o meno degli abusi. Quello è il compito della magistratura.” È per questo, continua, che “sono anche convinto che senza preparazione ed esperienza, e con un forte pregiudizio iniziale, abbiano fatto dei danni. E lo dicono i bambini stessi, non lo dico io.”

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Federico Scotta.

Trincia e Rafanelli sono infatti riusciti a rintracciare alcuni dei minori dell’epoca—su tutti “Dario,” il “bambino zero” da cui è partito tutto. “Ci ha detto di essere convinto di essere stato plagiato,” mi racconta. “Ci ha parlato molto male della psicologa che l’ha avuto in cura tutti quegli anni, che poi è la psicologa attraverso cui sono passati tutti quei bambini.” È con quell’intervista che i due si rendono conto che “c’era una seconda verità, che dai bambini non era mai emersa. Adesso che però sono diventati grandi, alcuni di loro cominciano a comprendere.”

Nella puntata extra pubblicata nel novembre del 2018, intitolata “Una notte lunga vent’anni,” i due raccolgono altre due testimonianze: quelle di “Sonia” e “Marta.” La prima è la figlia di Daniela, una donna mai indagata, portata via nel novembre del 1998; è l’unica bambina a non aver mai parlato e accusato i propri genitori, resistendo alle pressioni degli inquirenti che sono arrivati a definirla una “piccola omertosa.” “Mi sento e mi sono sentita sequestrata da assistenti sociali, psicologhe, giudici e tutto quello che c’era dietro,” racconta a Trincia e Rafanelli.

La seconda invece è la figlia di Francesca Ederoclite. Ormai 28enne, “Marta” decide di contattare i giornalisti dopo l’ascolto di Veleno perché “in tutti questi vent’anni io ho sempre avuto dei dubbi su quello che mi era successo.” E di più: “Ho la certezza al cento per cento di aver inventato tutto. Tutta la storia che io ho raccontato agli assistenti sociali, alle psicologhe, ai giudici, io sono sicura che quelle cose non mi sono mai successe.”

L’ultimo episodio si sofferma anche sull’enorme costo economico sostenuto dalle comunità. Citando un accesso agli atti fatto dal consigliere di Forza Italia Antonio Platis, l’Unione Comuni Area Nord di Modena (l’ente che raccoglie nove comuni della zona) si è sobbarcata oltre tre milioni di euro per l’affido e le terapie psicologiche di tutti i bambini, che arrivano a quasi quattro milioni se si contano anche le spese legali dei minori. Ogni famiglia affidataria riceveva 550 euro al mese per bambino.

Carte alla mano, inoltre, emerge un potenziale conflitto di interessi che riguarda Valeria Donati. Dopo lo scoppio del caso la psicologa diventa la responsabile del Centro Aiuto al Bambino di Reggio Emilia; e tra il 2002 e il 2013, i comuni della zona versano al Cab oltre 2 milioni di euro per “l’assistenza psicologica e la cura” dei minori.

In pratica, chiosa Trincia, erano state loro “ad individuare i bambini coinvolti, sempre loro li avevano ascoltati presso l’Asl e segnalati al tribunale dei minori, e ora la loro struttura privata veniva pagata con soldi pubblici per curarli dai traumi che loro stesse avevano diagnosticato.”

Tra nuove testimonianze e nuovi documenti, ci sono tutti gli elementi perché il caso si riapra; se non altro a livello di opinione pubblica. “La cosa più importante è stata creare consapevolezza intorno a questa storia sommersa, finalmente tornata a galla,” mi dice Trincia. “È stata un’azione civile, oltre ad un’inchiesta giornalistica.”

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Lorena Morselli con il figlio Stefano.

L’impatto di Veleno è enorme, e smuove le coscienze in tutta Italia. Nel gennaio del 2018 a Finale Emilia si tiene il convegno “In che paese abbiamo vissuto? La frattura ‘ricomposta’” in una sala consiliare gremita, alla presenza dei protagonisti della vicenda e di Pablo Trincia.

La sorella di “Dario,” Deborah, parla pubblicamente per la prima volta e afferma che il fratello “in famiglia non è mai stato toccato, e si è inventato nomi e famiglie che neanche conosceva.” L’avvocata Patrizia Micai, che rappresenta alcune delle famiglie coinvolte, chiede la revisione dei processi; ossia che siano riesaminati sulla base di nuove prove.

L’Associazione Nazionale Magistrati dell’Emilia-Romagna, però, critica l’inchiesta e il dibattito. In una nota rimarca che “l’inchiesta giudiziaria in questione ha condotto a plurime sentenze di condanna, fondamentalmente confermate in Cassazione, salvo per alcuni imputati,” ed esprime la “piena solidarietà” a “quanti si occuparono della vicenda, in un contesto ambientale sicuramente molto complesso e difficile.”

Anche la procuratrice capo di Modena Lucia Musti—la stessa che si occupò dei “Bambini di Satana”—ritiene che “non sia opportuno andare a rimestare dopo tanti anni in una situazione che comunque genera dolore in primo luogo a chi ha lavorato per questi gravissimi fatti. Chi vi ha lavorato non deve subire episodi di pubblicazione e anche rielaborazione che possono essere anche molto pesanti da sopportare.” E alla richiesta di revisione, Musti risponde che “l’avvocato fa il suo lavoro e avrà fatto le sue valutazioni. Siamo in un sistema libero e democratico.”

Nel gennaio del 2018 ai giornali locali arriva una lettera anonima, diffusa dall’avvocata Luisa Vitali di Firenze e firmata da quattro dei sedici bambini allontanati negli anni Novanta. Oltre a confermare le dichiarazioni dell’epoca e rispettare “le decisioni dei giudici,” i quattro scrivono che “non ci siamo mai sentiti ‘rapiti’ dalle istituzioni ma, al contrario, da queste tutelati e protetti. Non abbiamo mai chiesto in questi anni di rivedere i nostri parenti naturali, non abbiamo pianto quando abbiamo saputo che qualcuno di loro non c’era più.”

Un’altra conseguenza importante di Veleno è quella di far mobilitare la politica locale. Nel novembre del 2018, l’Unione Comuni Area Nord decide all’unanimità di non rinnovare la quota associativa annuale (poco più di 200 euro) al Cismai, il Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso all’Infanzia a cui appartenevano diversi assistenti che hanno lavorato al caso dei “diavoli della Bassa modenese.”

Il consiglio, inoltre, vota per convocare in Commissione Servizi Sociali funzionari e assistenti in servizio all’epoca; tra questi figurano Marcello Burgoni e Valeria Donati. All’appuntamento del dicembre 2018 si presenta però soltanto il primo, che—riporta Trincia su Facebook—sceglie di rispondere “non subito e solo in forma scritta, di fatto impedendo un confronto diretto con chi lo voleva interpellare.” Donati e altre psicologhe hanno sempre respinto ogni addebito sul loro operato, dicendo che le sentenze parlano chiaro.

La svolta giudiziaria arriva nell’aprile del 2019: la corte d’appello di Ancona, competente per i casi di Bologna, accoglie l’istanza di revisione del processo “Pedofili-1” per Federico Scotta—condannato nel settembre del 2000 e rimasto in carcere 11 anni. “Noi genitori della Bassa modenese abbiamo diritto alla verità,” dichiara in un’intervista. “Il fatto di non essere soli ci dà forza.” L’avvocata Patrizia Micai riferisce che “di settimana in settimana arrivano elementi nuovi rispetto all’inchiesta giornalistica.” La prima udienza si è tenuta il 20 maggio del 2019, ma è stata rinviata all'autunno per "acquisizione di documenti."

Di fronte a quest’ultimi sviluppi, Lorena Morselli spera che sia la volta buona per “far luce su tante tenebre” e provare a dare “l’innocenza a tutti, anche all’ultimo, quello più in difficoltà.” La donna però non ne ha mai fatto una questione individuale; ha sempre difeso la “causa comune,” puntando l’attenzione sulle prime vittime della vicenda: i bambini.

“La mia sofferenza è la mia, sono adulta e cerco di difendermi,” mi dice. “Ma i bambini? Cosa ne so io se i miei bambini hanno mai pianto? Non rimane traccia. Nessuno lo sa.” Per questo, la sua richiesta principale è che “i miei figli non soffrano più. Hanno diritto di chiedere qual è la verità. Poi sono liberi di credere a quello che vogliono—sono già grandi, hanno 30 anni ormai.”

E oggi, conclude, “la giustizia e la società, accompagnati dal giornalismo, hanno il dovere di dare un’altra verità a questi ragazzi.”

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