Gli italiani hanno davvero capito il rap?

Se non abbiamo gli strumenti per comprendere ciò che arriva dall'estero, riusciremo mai ad avere una scena rap solida e seria, in Italia?
Elia Alovisi
Italy
24.2.16

Tyler The Creator intervistato da PTW. Foto via SCUSA.

Possiamo dire tranquillamente che nel 2016 tutti ascoltiamo rap. Pure io che dieci anni fa avevo i capelli lunghi, il pizzetto, mi mettevo le magliette dei Megadeth e storcevo il naso quando sentivo gli Anthrax su Bring the Noise coi Public Enemy (a proposito delle magliette dei Megadeth: in realtà ero solo arrivato troppo presto). Oggi il rap lo ascolta pure chi usa ancora il termine "indie" quando la gente gli chiede che genere fa col suo gruppo, pure chi commenta i post su Facebook di Vivo Concerti taggando gli amici. Oggi il rap lo ascolta pure chi mette la sessione privata su Spotify per "provare a capire perché la gente impazzisce per Fedez". E lo stesso fenomeno accade a livello mondiale—non siamo lontani dal dire che oggi un certo tipo di ascoltatore rap è indistinguibile da chi fino a poco tempo fa era il target del pop super-mainstream. E questo non è affatto un male, anzi va tutto bene. Stiamo assistendo a un passaggio importante per la storia della musica: quella che trent'anni fa era una sottocultura nata dalla necessità di espressione artistica in un contesto violento e marginale, una sottocultura nata dalle difficoltà degli afroamericani, oggi è diventata mainstream. Anzi, oggi il rap è più forte del mainstream, del pop, delle chitarre, di qualsiasi altra cosa. L'unico problema, in tutto questo, sta nel modo in cui noi, che non veniamo da quella sottocultura e non abbiamo nemmeno idea di come sia toccarla da vicino, ne fruiamo in modo più o meno leggero. E banalmente non è soltanto una questione di cultura, ma innanzitutto di barriere linguistiche. Un ascoltatore di rap medio, con il suo inglese medio, non può percepire il rap come un suo equivalente americano o inglese. Perché? Ce lo spiega Paulo Freire, che è uno studioso dell'educazione brasiliano. Se non avete sbatti di leggere la citazione potete saltarla, ve la rispiego appena dopo.

L'educazione funziona o come strumento usato per facilitare l'integrazione delle generazioni più giovani nella logica del sistema presente nell'ottica di creare conformità o diventa una pratica di libertà, il modo in cui uomini e donne interagiscono criticamente e creativamente con la realtà e scoprono come partecipare alla trasformazione del mondo.

Queste parole vengono dalla sua Pedagogia degli Oppressi, un testo seminale nel campo della pedagogia critica. In pratica, secondo Freire, l'educazione scolastica, quella scritta, non serve a nulla se lo studente non sviluppa la capacità di porsi criticamente nei confronti della realtà in modo da metterla in questione e migliorarla in un'ottica collettiva e collaborativa. Che riportato al nostro argomento significa che, se mi trovo di fronte il testo di una canzone—rap, in questo caso—e non provo a comprenderlo criticamente, se me lo lascio scorrere addosso diciamo, non sto intraprendendo un processo di arricchimento personale. Questa acriticità semantica con cui approcciamo i prodotti culturali esteri ci porta probabilmente ad un maggiore coinvolgimento sonoro tout court: ci facciamo prendere dal beat, cantiamo il ritornello un po' a caso, sbiascicando sillabe. Ci divertiamo: Dess no mi, actinlaiaueismen dess no mi.

Ma ha senso che il rap americano e il grime inglese siano solo questo, nel 2016? Non è un po' uno spreco fruire del loro ricchissimo linguaggio e del loro enorme potenziale sociale senza avere gli strumenti per applicarne il significato alle nostre vite o al contesto a cui si riferiscono?

Metto in chiaro che usando l'espressione "avere gli strumenti" non pongo una contrapposizione tra un pubblico "alto" e uno "basso". Parlo in termini educativi/linguistici—e il problema, a questo livello, sta nel fatto che la tradizione dell'insegnamento delle lingue in Italia ha un approccio pesantemente grammaticale e poco pratico, e conseguentemente non calato in un contesto. Il risultato è che magari cinque verbi riusciamo a coniugarli, una mail di lavoro la sappiamo scrivere, ma a meno di aver avuto culo coi professori o esserci allenati in modo autonomo, se ci troviamo di fronte un madrelingua molto probabilmente ci caghiamo in mano a parlargli tranquillamente. Questo però meriterebbe una riflessione a parte. Per concentrarci su come questo gap si applica alla fruizione musicale, iniziamo dalle sculture di Rodin. Se me ne trovo di fronte una posso apprezzarla in quanto ho dei personali canoni di estetica. Ma sapere che le sue opere erano brutalmente crude, realiste e volutamente incomplete in un mondo in cui la scultura era decorazione, formula e allegoria le mette in prospettiva. Mi permette di addentrarmi maggiormente nel riconoscerne il valore e non solo spararmi una fotina e dire, "Ah, che bomba l'Uomo che cammina!"

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Mi sono lanciato in questo paragone figurativo soprattutto per poter citare What the Fuck Did He Say? Young Thug and the Abstraction of Rap, un pezzo di Brian Zarley pubblicato sul sesto volume della Pitchfork Review. Nel suo articolo, Zarley traccia un paragone sorprendentemente sensato tra la nascita dell'astrattismo a livello pittorico e il flow di Thugga. "Mondrian sosteneva che la sua 'nuova idea plastica' non potesse essere espressa tramite la rappresentazione, ma tramite i principi puri che la compongono: il colore e la linea", scrive Zarley. Allo stesso modo, il potenziale rivoluzionario di Young Thug sta nell'essersi concentrato non sui parametri secondo i quali normalmente giudichiamo il valore di un MC—flow, vocabolario, retorica—ma sulla fonetica, sulla pronuncia. O, in altre parole, sul modo in cui usa i fonemi, "i principi puri" che che compongono il linguaggio.

Il valore di Thug sta quindi nel fatto che le sue canzoni non parlano-di-qualcosa ma sono espressione astratta e fine a se stessa. Il suo ultimo singolo "F Cancer (Boosie)" è, a quanto traspare dal titolo, un omaggio all'amico Boosie Badazz, recentemente sopravvissuto a un cancro ai reni. Ma i riferimenti alla malattia si esauriscono nella prima riga del primo verso. "Fanculo il cancro, un saluto a Boosie", dice Thugga, e nel giro di trenta secondi lo troviamo a sparare boiate tipo "Ho un sacco di ali che mi circondano il corpo", "Sono Rey Mysterio, la mia vita su HBO" e "Sai che ho pane come un croissant". Che cosa importa il contenuto quando è pronunciato in quel modo così fuori dagli schemi, così nuovo e strano che anche un americano medio fatica a comprenderlo ad un ascolto disattento? Basta guardare il processo di trascrizione dei suoi testi che scatta su Genius ogni volta che esce un suo nuovo brano per rendersi conto di come diverse interpretazioni si sovrappongano nella ricerca di un significato comune. Il punto è che non c'è la necessità di trovarne uno.

Ora, se in Italia chi normalmente ascolta rap—dal ragazzo che sta al centro sociale a fare freestyle cercando di diventare il nuovo Kaos, ai pischelli che vanno a vedere Moreno quando firma le copie del disco all'Auchan di Cesano Boscone—si ascolta Young Thug, probabilmente non lo fa per apprezzare le sue sfumature di pronuncia. Gli piace la musica, così come qualche parte del testo, e probabilmente si gasa a sentire il ritornello di Check e ride ogni volta che Thugga dice SHEESH! perché gli viene in mente Matteo Renzi che prova a parlare inglese (viene in mente anche a me, purtroppo).
In breve: per il modo in cui generalmente siamo abituati a percepire la cultura estera—sempre doppiata, sempre italianizzata, riadattata secondo i nostri standard—non ci è immediato comprendere il significato di una canzone rap non italiana, quindi non è possibile il più delle volte cogliere le stratificazioni di questo genere tutt'altro che semplice.

Questa non-astrazione del linguaggio del rap si nota nel momento in cui i media musicali mondiali si concentrano a decifrare e speculare sull'universo linguistico e fonetico dada di Young Thug, mentre qui da noi ogni tentativo di allontanarsi dalla linea semantica classica, come quello di Bello Figo Gu, viene liquidato come parte di quell'orribile filone chiamato LOL RAP. Che poi sia vero o no, è comunque assurdo che non ci rendiamo conto della particolarità del suo universo linguistico e del parallelismo con quanto avviene all'estero. Anche Bello Figo non usa solo lemmi esistenti e ha i suoi neologismi: facciaml, bonegiare, minghie, felicio. Anche Bello Figo si lancia in metafore e paragoni praticamente insensati in cui è il suono e non il significato ad acquistare importanza. Se fosse solo un povero coglione buono per due risate, perché molti rapper italiani più che rispettati non si fanno problemi a sostenerlo e, anzi, a seguire indirettamente le sue orme? Perché non è scomparso come i vari TruceBaldazzi e compagnia bella? Ora, Bello Figo vuole far ridere, e non è che abbia automaticamente il valore di Thugga – ma i paragoni ci sono, ed è divertente ascoltare, per dirne una, "Mussolini" pensando a cosa sarebbe successo se Gu fosse nato a Little Mexico, dall'altra parte dell'oceano.

A Little Mexico non ci è nato Bello Gu, ma Future, che è un altro al centro delle polemiche sulla de-semantizzazione del linguaggio nel rap: un flow fatto di parole mezze mugugnate, annacquate e ripetute fino all'ossessione che sicuramente dà fastidio ai maestri della tecnica e del flow.

L'impressione è che noi, che rimastichiamo quanto arriva dall'estero in maniera distratta, ci perdiamo alcune sfumature essenziali di un gioco che non solo ha importanza a livello musicale, ma sta travalicando all'ingerno del sociale e del politico, in alcuni casi.

Pensiamo all'immagine di Thug, alla volontaria de-machizzazione che promuove vestendosi da donna ad Atlanta, in una scena decisamente maschio-centrica come quella trap: non è nemmeno la scelta degli abiti, ma il luogo, il contesto sociale e il rapporto con i suoi predecessori che rendono importante una banale scelta di abbigliamento. Nel momento in cui in Italia la stessa de-machizzazione viene riproposta da Achille Lauro, ecco che di nuovo rischia di ricadere nello sfottò. Lì ci sono ragazzini e ragazzine seriamente influenzati da questo cambio di traiettoria, qui è qualcosa di divertente e strano, è un gioco che al limite porta come risultato che un paio di major mettano sotto contratto giovani tamarri di Vimercate.

Avvicinandoci al rap come mero prodotto commerciale, perdiamo di vista l'enorme impatto sociale che alcuni personaggi stanno avendo nella storia degli Stati Uniti, ci sono battaglie in atto che, come spesso succede, ignoriamo perché la nostra non-cultura mediatica le tiene lontane da noi. L'esempio più lampante del 2015 è stato To Pimp a Butterfly di Kendrick Lamar, un concept che (prendere il respiro) parla di depressione, afferma fragilità in una scena in cui fare il duro è linfa vitale, intavola un discorso sulla pace tra gang in nome di una comune identità africana discesa dagli Zulu, passa per un'aspra critica delle violenze della polizia nei confronti della comunità afroamericana, si concentra sulla parziale ipocrisia della stessa nel reagire alla cosa per concludersi con una semi-identificazione di Lamar nella figura di 2Pac (espirare).

Questi numerosi livelli di significato che molti ignorano hanno invece una ricaduta pratica semi-immediata sulla società. "Alright" è diventata un canto di protesta nel giro di qualche mese dall'uscita dell'album. Noi, che oltre a stare dall'altra parte del mondo abbiamo anche uno sguardo terribilmente parziale, per avvicinarci almeno a uno di questi livelli dobbiamo prenderci almeno un pomeriggio per studiare su Genius il testo di "King Kunta", capire chi era Richard Pryor e che senso ha la patata dolce nella cultura africana.

Un altro grande spartiacque che una maggiore comprensione immediata della lingua e un conseguente approccio critico facilitato ci aiuterebbe ad identificare sta nella contrapposizione tra bragging e umiltà. Bragging è "tirarsela", "fare i grossi", ma suona meglio in originale. Il concetto di indipendenza è una pietra miliare tematica del genere, indipendentemente dal livello di penetrazione nella cultura dominante dell'artista—dal Voi non siete come noi dei Dogo ad Egreen che se ne va da Unlimited Struggle e se ne esce con il livore di Beats & Hate. C'è però una tendenza a sviluppare questo concetto in due modi contrapposti. Da un lato, l'ormai generico approccio massimalista. Chiediamo a Drake: Started from the bottom now we here, e poi I got a bigger pool than Ye and look man, Ye's pool is nice, mine's just bigger's what I'm saying. Dall'altro, esiste un modello che trova orgoglio nell'evitare i denti d'oro, i party di Philipp Plein e un proprio brand di cartucce per il vaping. Il punto è che rischiamo di non renderci conto di quanto questo approccio culturalmente sano, marcatamente politico e potenzialmente rivoluzionario stia già penetrando nel profondo del mondo-che-parla-inglese, mentre il nostro modo di trattare la politica a livello mainstream è decisamente annacquato.

Oltremanica, i Boy Better Know (e Stormzy, e Novelist, così come un sacco di altri) stanno proponendo un modello di rap sostenibile, DIY, schierato e con una risonanza mediatica non indifferente. L'esempio più lampante sono i fratelli Adenuga, Skepta e Jme, le due figure principali dei BBK. Entrambi fanno gli MC da più di dieci anni, entrambi hanno iniziato a farsi sentire fuori dalla scena grime a partire da "That's Not Me"—probabilmente il loro pezzo più famoso, una di quelle canzoni che chiunque, nel Regno Unito, ha almeno sentito una volta. E la cosa particolare è che il successo non è arrivato con la CoCo o i meme o le vocine autotunate, ma con un pezzo effettivamente e letteralmente grime: sporco, grezzo e minimale, e un testo che va contro il modello dominante di rapper famoso che l'industria e la scena in gran parte auto-perpetuano. "Ti scopi qualsiasi tipa? Non sono io. Limoni qualsiasi tipa? Non sono io", dice Skepta nel ritornello. "Sì, un tempo vestivo Gucci / Ma ho buttato via tutto perché non sono io. Vero, una volta vi assomigliavo / Ma vestirmi a cazzo? No, non sono io." Versace Versace Versace Versace chi? E simili proclami di indipendenza, dichiarazioni stile ce-l'ho-fatta (ma per davvero) sono onnipresenti nella stragrande maggioranza della produzione di entrambi.

Il successo che Skepta ha avuto nel 2015 con la forza, praticamente, di tre pezzi ("That's Not Me", "It Ain't Safe" e "Shutdown") è incredibile. Era sul palco assieme a Kanye West quando questo ha presentato per la prima volta "All Day" agli scorsi BRIT Awards (e con lui Jme, e Stormzy, e Novelist, e un sacco di altri giovani rapper londinesi, e due lanciafiamme). Ha fatto concerti in tutto il mondo, ma sempre con un'umiltà clamorosa. A tal punto che, a New York, il nostro è andato a fare freestyle per strada e a regalare copie del suo mixtape. Drake è uscito di testa e si è tatuato "BBK" sulla spalla. E tutto questo senza un album, senza un ufficio stampa, senza un'etichetta – dato che a gestire tutte le cose di BBK ci pensa Jme, che è ugualmente entrato nella coscienza musicale collettiva d'oltremanica con il suo ultimo album Integrity>. Il suo è stato un "farcela" meno clamoroso di quello del fratello, ma un perfetto completamento del suo messaggio. Mentre Skepta propone a livello mondiale una coerente dichiarazione di umiltà, Jme fa la stessa cosa applicandola a livello pratico e locale, regalando copie di Integrity> in cambio di carte dei Pokémon e andando a regalare di persona una Playstation 4 a un fan.

L'importanza di comprendere questi modelli è enorme. Perché possiamo tranquillamente andare avanti a cantarci iteinseif ondeblo, notivenfodecops lungo il Naviglio Pavese, ma intanto chi da noi fa rap portando un messaggio veramente politico e anti–ostentazione resta ben lontano dal poter raggiungere il potenziale eco che i suoi colleghi londinesi hanno invece creato. E questo per la quasi-assenza della coscienza critica da cui abbiamo iniziato. La cosa strana è che ce li abbiamo eccome, i nostri esempi di esperienze rap con potenziale di miglioramento sociale. Per intenderci: non Gué che fa il pezzo sull'Italia cattiva dicendo "come mai l'epicentro del terremoto non è mai a Montecitorio". Altra roba—che però o si è persa con gli anni per personale evoluzione dell'artista in questione, o rimane in una nicchia, o sembra avere un potenziale ma si perde nella banalità. Facciamo qualche esempio.

Via: Dargen D'Amico. A me piace "Bocciofili", molto, così come tutto Vivere Aiuta a Non Morire. E sono piuttosto sicuro che se Dargen avesse voluto inserire ragionamenti sul sesso e l'accettazione di sé come quelli che ha fatto in "The Sleepy Molotov (Analità universale)", "Lo amore per tutti" o "Di vizi di forma virtù" (la canzone) nel suo album più pop e più ampiamente pubblicizzato tra i media italiani avrebbe potuto benissimo farlo. Non siamo ai livelli di, chessò, Le1f, ma Dargen è stato ed è una figura rivoluzionaria per il modo in cui gioca, tra le varie cose, con IL SESSO in una società pesantemente portata a farne molto, e pure a farlo strano, senza però farlo sapere a nessuno e pronta a tirare su un'indignazione viscerale ogni volta che si parla apertamente di coito non-riproduttivo, e magari non eterosessuale.

Riprendendo i pezzi citati prima, in ordine, D'Amico ha scritto di 1) quanto sia normale e bello essere pelosi 2) quanto sia normale e bello scopare liberamente, in tutti i modi, con una varietà di posizioni e incastri che mancava nella cultura italiana da quel bellissimo passaggio sull'accoppiamento ne La Vita Agra di Bianciardi 3) quanto sia normale e bello non essere sicuri del proprio orientamento sessuale. E poi chissenefrega se sono solo parole o se è davvero l'esperienza personale dell'artista, l'importante è il messaggio che arriva e la conseguente ricaduta pratica, l'arricchimento personale dell'ascoltatore, il passaggio di un'idea su cui ragionare. Però ora il regazzino-tipo si prende bene se sente le parole "Esci quelle bocce che le voglio / Cospargere con l'olio", non "Però anche il tuo uomo è messo ok / In quanto a glutei, entrambi vi farei". Anche in questo caso, come per Achille Lauro che si veste da donna, il messaggio rimane sempre confinato a una nicchia, per gli altri la portata è solo LOL.

Un altro messaggio vittima di questa nicchia è quello del TruceKlan: i loro pezzi sono spesso onesti e potenti spaccati di disagio sociale, potenzialmente in grado di introdurre argomenti scomodi come i diritti umani nelle prigioni e la marginalizzazione dei problemi delle periferie. E sono, in più, pieni di mazzate al clero e di riferimenti a cose splatter. Il risultato (e in parte la realtà) è quindi che i vari "Sparo sangue quando piscio / Scambio Satana per Cristo" possono prendere il sopravvento sui "Prego pe' i pischelli sotto chiave". Quando Chicoria va in TV a parlare di droga con Giovanardi non viene visto come una persona che ci è passata in mezzo e parla con cognizione di causa, ma solo come un debosciato che bestemmia nei suoi pezzi. Che poi Chicoria È un debosciato che bestemmia nei suoi pezzi, ma il valore della sua musica e della sua opinione nasce proprio dalla sua esperienza di vita e dal suo essere la persona che è.

…aka il nostro eroe.

La nostra perpetua travisazione della cultura estera ha, tra l'altro, come conseguenza l'appiattimento delle distinzioni, laddove andrebbero fatte: non è citare il Parlamento, non è andare sul palco di Sanremo e sbraitare WAKE UP GUAGLIU'. Ogni livello del nostro sistema educativo, dalle scuole ai media, dovrebbero rendersi conto di quanto siamo lontani dal resto del mondo. Mentre negli Stati Uniti Kendrick stringe la mano a Obama e Killer Mike accompagna la campagna elettorale di Sanders, qui la maggiore interazione tra politica e rap è Giovanardi che chiama Fedez "Coso Dipinto" e Fedez che in tutta risposta nomina così l'edizione deluxe del suo album.

La possibile soluzione a questo ritardo culturale sta nell'educazione. Al punto dell'evoluzione umana e sociale in cui siamo arrivati, "formare" deve significare soprattutto comprendere con cognizione di causa le complessità del mondo, dell'arte e della cultura in un'ottica di arricchimento personale e reciproco, ma soprattutto attuale. Se non riusciamo a percepire le possibili ripercussioni del rap, ma più in generale della musica, dell'arte, sulla realtà è perché nessuno ci insegna che è così che si fa oggi, è così che si parla ed è così, in parte, che si combatte per cambiare le cose. Se non ci allineiamo realmente a quello che succede all'estero, non rischiamo solo di non comprendere seriamente il rap, ma rischiamo di continuare ad avere una distanza incolmabile tra la strada e la politica, e non avremo certo un nostro Kendrick come colonna sonora alle lotte sociali. Dovremo accontentarci di marciare sulle note di "Fischia il Vento".

Elia scrive per Rumore e gestisce il sito Traduco Canzoni. Non usa mai Twitter, ciononostante eccolo qua: @elia_alovisi