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Ho passato le selezioni di Masterchef cucinando con la spazzatura del supermercato

Quest'anno ho partecipato alle selezioni di Masterchef Spagna, e siccome non avevo soldi ho recuperato parte del cibo necessario a passare i casting direttamente dalla spazzatura. Sorprendentemente, ce l'ho fatta.
12.4.16

Quest'anno ho partecipato alle selezioni di Masterchef Spagna. In parte per provare l'ebbrezza di apparire in TV, e in parte per dare prova delle mie abilità culinarie davanti al maggior numero di persone possibile. Dalle mie parti (sono basco) è normale sfidarsi tra amici per vedere chi è lo chef migliore, perciò ho pensato che non sarebbe poi stato troppo diverso. Cioè, è la stessa cosa di una gara tra amici, a parte il fatto che ti trovi a competere con cuochi semi-professionisti e che devi vincere perché hai dei debiti da saldare.

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Come molte altre avventure di grosso calibro, tutto è cominciato con la mia ragazza che mi incoraggiava a partecipare. Anzi, è stata proprio lei a iscrivermi—sapete la storia "dietro ogni grande uomo c'è una grande blablabla," no? All'inizio non me ne fregava niente, ma quando ho cominciato a passare le selezioni e mi sono accorto che potevo passare da "benemerito nessuno" a "nessuno che poteva diventare qualcuno" mi sono esaltato.

Per darvi un'idea, ogni anno in Spagna sono circa 20.000 le persone che tentano di partecipare al programma (di queste, circa 4.000 o 5.000 sono estremamente motivate), perciò le mie ambizioni non andavano oltre il rompere qualche piatto e avere un aneddoto in più da raccontare ai miei nipoti. Il casting ha cinque passaggi. Per prima cosa, mandi un video di te stesso mentre prepari un piatto, accompagnato da una presentazione in cui viene fuori il tuo carattere—e il mio, è ovviamente, venuto fuori perfettamente. Se superi il primo step, devi vedertela con 300 concorrenti capaci di tagliarti le dita pur di non farti continuare a cucinare.

Quando sono stato selezionato tra quei 300—la verità è che cucino davvero bene, sì—la produzione ci ha chiamato per il casting regionale in un importante hotel di Barcellona. Non dico il nome perché non me lo ricordo. A questo giro, la prova consisteva nel portare a termine una ricetta che ti eri studiato a casa. L'impiattamento avrebbe fatto parte della valutazione, il tutto di fronte alle telecamere e ad altri 300 concorrenti. Hai un'ora per dimostrare di essere bravo prima che uno dei cuochi-giudici venga a renderti la vita impossibile.

Ho passato tutto il periodo natalizio a pensare a cosa cucinare e come impiattarlo. Ho fatto le prove e le ho fatte assaggiare ai miei parenti. Come cuoco, sono un mix tra la "cucina povera", un occhio impeccabile sul come sfruttare al massimo le risorse a mia disposizione—eredità di una famiglia venuta su in tempo di guerra—e una certa, dubbia creatività quanto a spezie e varianti.

Prima di andare avanti, devo confessare una cosa che solo alcuni dei miei colleghi sapevano: ho fatto i casting usando gli ingredienti buttati via dai supermercati, gli scarti alimentari che non si possono più vendere a fine giornata ma che rappresentano la cena per un sacco di persone indigenti.

Tralasciando questo aspetto etico, alla base c'era un'altra motivazione, molto più banale: dopo Natale non avevo più un soldo, e dovevo risparmiare in tutti i modi possibili. Quindi non era tanto un atto di protesta, ero solo povero.

Quando è arrivato il momento di andare a prendere gli ingredienti, ho trovato un sacco di verdure (bietole, porri, peperoni di diversi colori…), pezzi di pollo, pane in cassetta, yogurt… Sono stato abbastanza fortunato, perché quasi tutti i cibi avevano un buon aspetto. Forse era il giorno delle promozioni del cibo bio—comunque a me servivano pesce e verdure, perciò ho raccattato i peperoni e un vassoio di funghi. A Natale mia madre mi aveva regalato del merluzzo, e potevo considerarmi soddisfatto della mia "spesa". Stavo andando a fare il casting con un piatto a dir poco low cost.

Il casting era infinito. Mentre stavo posizionando i miei umili tranci di merluzzo confezionato sui piatti IKEA, gli altri partecipanti facevano i grossi e disponevano tranci affumicati su piatti che sembravano lavagnette, accompagnandoli con quattro tipologie di purè di zucchine (acido, dolce, amaro e salato) spolverati di erbette, o zuppa di pesce servita in piatti rococò. A peggiorare ulteriormente la situazione, ci è stato severamente vietato di scaldare il cibo in ogni modo, perché tutto doveva essere mangiato freddo. L'obiettivo del provino, infatti, era di valutare la mise-en-scéne.

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Ovviamente, la vedevo grigia. Non c'era speranza che i miei due piatti svedesi vincessero contro l'argenteria del Diciottesimo secolo. Perciò non ho idea di come sia potuto succedere, ma ho vinto. Be', non esattamente—hanno scelto anche la ragazza con l'argenteria rococò. Ma la vittoria morale è la più importante, ed è così che sono arrivato al casting finale.

Consentitemi una parentesi: ero veramente impressionato da me stesso e dall'idea che avevo avuto. Ho presentato il mio piatto a uno che teoricamente avrebbe dovuto accorgersene, e invece mi ha fatto i complimenti. A quel punto ero lì, tra i 20 finalisti regionali, la crema della cucina tradizionale, l'aristocrazia, l'ultimo baluardo della gastronomia. Come riconoscimento per la nostra perseveranza e per i nostri sacrifici, siamo stati premiati con l'ambitissimo cucchiaio con il logo del programma inciso.

Lo stesso giorno c'era la prova regionale finale, di fronte alle telecamere e ad altri nove concorrenti. Il test consisteva nel cucinare un ingrediente segreto nascosto sotto una scatola—che nel mio caso era una pernice. Ho fatto del mio meglio: l'ho avvolta in un prosciutto stagionato e accompagnata con una salsa a base di liquore e un contorno di patate dolci fritte.

La produzione era divisa tra i "buoni", aperti e riflessivi, e i "cattivi"—gli chef, chiusi nel loro alone di autorità e arroganza. Essere chef e famoso è il grande male del 21esimo secolo. Ho cucinato davanti a loro, e alla fine ho portato a casa un piatto.

Ma c'è un motivo se nessuno spagnolo mi ha visto in TV. Il momento in cui ho gettato la spugna è stato al colloquio personale: la partecipazione al programma mi sembrava ormai a portata di mano, ero troppo convinto di me stesso. Anche se ho risposto in modo piuttosto piatto, ho mantenuto l'approccio del "sono qui per vincere": "sono un bravo ragazzo ma ho bisogno di soldi" o "cucinare è sempre stata la mia passione" e altre bugie con cui pensavo di potermela cavare. Ma pare che questa tiritera non venda nemmeno più, o che ce ne sia troppa in giro.

Qualche settimana dopo le mie gesta eroiche, ho ricevuto una mail in cui mi informavano che non avrei preso parte al programma. Per riprendermi dalla cattiva notizia, due settimane dopo ho cucinato uno stufato di fagioli su un fornelletto da campo con indosso un costume da Frozen taglia 12 anni. Ovviamente da ragazza. Per mia madre e i miei amici sarò sempre io il vincitore di questa stagione di MasterChef.

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