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Come dovrebbe essere la 'fase due' per evitare di ripiombare nel caos

A più di un mese dall'inizio del lockdown, da più parti si chiede di allentare le misure restrittive e di pensare ad una ripartenza. Ecco un paio di proposte.
20 aprile 2020, 12:10pm
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Controlli delle forze dell'ordine a Rimini, il 16 aprile 2020, con l'ausilio di un drone. Foto via Comune di Rimini/Facebook.

Nonostante la caccia all’untore teleguidata da Barbara D’Urso, o la polizia municipale di Rimini che prova a ricreare una missione di Grand Theft Auto, la verità è che gli italiani restano a casa—e lo fanno diligentemente da più di mese. Lo confermano i dati sulla mobilità, nonché i numeri molto bassi delle violazioni.

Per quanto necessario a mitigare l’impatto del coronavirus, tuttavia, il lockdown da solo non può bastare. E soprattutto, non è sostenibile sul lungo periodo da svariati punti di vista: economico, sociale e psicologico.

La data di scadenza delle misure restrittive è fissata al 4 maggio, e da quel momento dovrebbe scattare la famigerata “fase due”; ossia una riapertura graduale e molto prudente delle attività produttive (che in realtà sono già parzialmente riaperte) e più in generale della società. Lo stesso scenario sta prendendo forma anche in diversi paesi europei.

Tutti sono consapevoli che non si tornerà automaticamente a com’era prima. Uno studio di Harvard pubblicato su Science sostiene che il distanziamento fisico andrà avanti a lungo, e potrebbero essere necessarie forme intermittenti di isolamento fino al 2022.

Il punto centrale, ormai, non è quando riaprire; ma come. Il problema è che da noi, almeno per il momento, non esiste un vero e proprio piano. Le proposte però non mancano, e qui di seguito ne mettiamo un paio. Alcune si includono a vicenda, altre no.

METTERE SOTTO CONTROLLO IL CONTAGIO

Anzitutto, qualche giorno fa, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha fornito alcuni criteri per uscire dalla fase di contenimento. I principali sono questi: la trasmissione del contagio deve essere “controllata,” cioè messa in condizione di essere gestibile e non continuare indisturbata; il sistema sanitario deve essere in grado di “rilevare, testare, isolare e trattare ogni caso e rintracciare ogni contatto”; il rischio nelle strutture sanitarie e nelle case di cura va ridotto al minimo; bisogna disporre misure preventive nei luoghi di lavoro e altrove; i casi di contagio “d’importazione” vanno gestiti; e le comunità devono adeguarsi alla “nuova normalità.”

La Commissione dell’Unione Europea ha fatto una cosa analoga, sottoponendo agli stati membri una sorta di road map per superare l’emergenza. “Non è un segnale per spingere a eliminare fin da subito le misure di contenimento,” ha detto la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, “ma solo per fornire una cornice alle decisioni dei paesi dell'Unione."

Il documento contempla almeno tre condizioni fondamentali: la significativa diminuzione dei contagi; un sistema sanitario in grado di gestire i malati; e il monitoraggio su larga scala attraverso test diagnostici o sistemi di tracciabilità dei contatti.

AUMENTARE I TAMPONI PER SCOVARE SUBITO NUOVI FOCOLAI, E FORNIRE MAGGIORE ASSISTENZA DOMICILIARE AI MALATI

Quest’ultimo punto è probabilmente il più importante. Diversi professori—tra cui Roberto Burioni, Arnaldo Caruso (presidente della società italiana di virologia), Pier Luigi Lopalco, Guido Silvestri e altri—hanno suggerito la creazione di una “struttura di monitoraggio e risposta flessibile” in grado di fare moltissimi test “virologici” (il cosiddetto tampone) e sierologici (quelli che rilevano l’eventuale presenza di anticorpi), non appena scoppiano nuovi focolai.

Una lettera di alcuni medici apparsa sui social, e rilanciata dal presidente della Federazione degli Ordini Filippo Anelli, chiede inoltre il “potenziamento dell’attività sanitaria territoriale” perché è fondamentale intercettare subito i nuovi casi—a differenza della prima ondata.

Dopo due mesi, prosegue la lettera, è evidente che “i pazienti vanno trattati il più presto possibile sul territorio, prima che si instauri la malattia vera e propria, ossia la polmonite interstiziale bilaterale che quasi sempre porta il paziente in rianimazione.”

ISOLARE I CASI POSITIVI, E SEGUIRLI PER DAVVERO

Come purtroppo succede—e continua a succedere—molte persone che hanno contratto la malattia sono abbandonate a casa. Questo non solo può comportare un aggravamento del quadro clinico, ma aumenta il rischio di infettare interi nuclei familiari.

Lo studio del professore Andrea Crisanti condotto sulla prima zona rossa di Vo’, un piccolo paese in provincia di Padova, ha dimostrato che una persona non infetta che vive con familiari positivi ha una probabilità di ammalarsi 84 volte superiore rispetto a chi vive con persone non contagiate. È un effetto che abbiamo visto all’opera in diversi frangenti, su tutti quello della nave Diamond Princess.

È cruciale, quindi, evitare quello scenario. La giornalista scientifica Roberta Villa suggerisce di impiegare le strutture alberghiere per ospitare e isolare i nuovi contagiati, e di potenziare questa misura ove già attiva ma inadeguata (specie in Lombardia). E questo perché “quando si parla di Cina o Corea del Sud la differenza non la fanno solo mascherine o test, ma soprattutto l’isolamento dei positivi.

MANTENERE TUTTE LE MISURE NECESSARIE ANCHE DOPO L’USCITA DAL LOCKDOWN

Secondo Enrico Bucci, biologo e professore alla Temple University di Philadelphia, la precondizione per poter riaprire è intervenire subito su tutto ciò che è andato storto (spoiler: molte cose).

In un lungo articolo sul sito Cattivi Scienziati, Bucci dice che serve una “vigilanza diffusa sul territorio” in grado di “intercettare i primi sintomi di una ripresa locale.” A differenza della fine di febbraio, quando si sono dovuti forzare i protocolli per scoprire le prime infezioni, ora ogni caso con sintomi riconducibili a Covid-19 deve essere trattato come un caso di Covid-19**.** E dove necessario, vanno disposte immediatamente zone rosse per evitare un’altra Val Seriana.

Per questo, la capacità diagnostica di ogni regione dev’essere decisamente superiore a quella attuale—ancora adesso scarseggiano laboratori, reagenti e personale adeguato. Se la Corea del Sud è un modello nella lotta al coronavirus, lo è anche perché ci sono moltissimi laboratori attrezzati che processano velocemente i test.

A livello sanitario è bene che rimanga l'allarme, in modo da essere preparati per l'eventuale esplosione di nuovi focolai—soprattutto nelle regioni dove il virus è circolato poco. E ovviamente vanno tutelati gli operatori sanitari, che finora hanno pagato un tributo altissimo, attraverso protezioni adeguate e percorsi differenziati nelle strutture.

Infine, scrive Bucci, la fine del lockdown può portare a un più generale rilassamento delle restanti misure di sicurezza. Il risultato, come testimonia l’esperienza di alcuni paesi asiatici, è che il virus torna a circolare. Insomma: se durante la quarantena la protezione è data dalle mura di casa, una volta fuori bisognerà mantenere in vigore tutti i rimedi per ridurre il rischio—tra cui mascherine, distanze e divieti di assembramento.

RICORDARSI CHE NON ESISTE UN UNICO RIMEDIO MIRACOLOSO

Nel dibattito sulla "fase due" sta emergendo la suggestione che, in certi casi, possa esistere un singolo rimedio. In quelli più estremi si parla di "farmaci miracolosi," mentre in quelli più accettabili si ripone un’eccessiva speranza su fantomatiche “patenti d’immunità” date dai test sierologici o sull’applicazione “antivirus” per i cellulari.

A tal proposito, il governo ha recentemente scelto un’app (dal nome provvisorio di “Immuni”) per la gestione del contact tracing. Nessuno l’ha ancora vista, ma in base agli annunci preliminari gli esperti già stanno avanzando svariate critiche—sul fatto che, a quanto pare, non sarà open source; sull’attenzione alla privacy; sulla poca compatibilità con i criteri delineati dalla Commissione UE; sui metodi tecnici impiegati per il tracciamento; e, sopra ogni cosa, sulla "volontarietà" dell'installazione travestita da obbligo velato. [A quanto pare, secondo dettagli pubblicati sul Corriere della Sera, non c'è l'obbligo di scaricarla: chi non lo fa, però, "potrebbe avere delle limitazioni negli spostamenti."]

Di sicuro non sarà un’app da sola a sconfiggere l’epidemia. L’esempio di Singapore è lì a ricordarcelo: sebbene abbia uno dei tracciamenti digitali più avanzati al mondo, la città-stato è dovuta ricorrere al lockdown per fronteggiare la seconda ondata.

Nella migliore delle ipotesi, la “fase due” dovrà essere contrassegnata dall’impiego integrato di varie misure, e da una soglia di attenzione ancora maggiore rispetto alla "fase uno." Nella peggiore, cioè di una riapertura scomposta e non programmata a dovere, sappiamo già cosa ci attende. E giunti a questo punto, dopo tutti i sacrifici fatti, ripiombare al punto di partenza sarebbe davvero la prospettiva più insopportabile.

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