quarantena
Milano deserta. Foto di Ludovica Desantis.
Attualità

Cosa succederebbe se dovessimo restare molto più tempo in quarantena?

Gli esperti dicono che il distanziamento sociale potrebbe durare ancora a lungo—ma quali sarebbero le conseguenze? Ne abbiamo parlato con un medico, un economista e uno psicologo.
23 marzo 2020, 2:32pm

È passato solo un mese dalla scoperta del “paziente uno” di Codogno, eppure sembra davvero un’infinità di tempo. Quella che sta iniziando è la terza settimana in cui siamo isolati in casa, e questo fine settimana sono state introdotte altre misure restrittive che—per farla breve—sostanzialmente ti permettono di andare al supermercato e pochissimo altro. Lo stesso sta avvenendo gradualmente in altri paesi del mondo, a partire dall'Europa.

In Spagna, la quarantena è stata estesa all'11 aprile. E se il nuovo decreto annunciato sabato sera dal presidente del consiglio Giuseppe Conte dovrebbe teoricamente durare fino al 3 aprile, ci sono restrizioni regionali che portano le limitazioni al 15 aprile. In cuor nostro comunque lo sappiamo già: è meglio non farsi troppe illusioni.

Gli esperti dicono che il distanziamento sociale potrebbe durare mesi e mesi, se non addirittura un anno; e del resto, nella provincia dell’Hubei in Cina ci sono voluti due mesi di chiusura totale per arrivare a zero casi di trasmissione locale.

Oltre a essere privati del confronto sociale quotidiano, uno degli aspetti più frustranti della quarantena è lo sfasamento temporale degli effetti—che non sono immediati. Ogni giorno che passa fotografa la situazione di dieci o quindici giorni prima; e ogni giorno il quadro da paese a paese può cambiare velocemente, generando ancora più incertezza.

Giunti a questo punto, la domanda che ci stiamo facendo un po’ tutti è questa: quali saranno gli effetti di un prolungamento importante? Per cercare di capirlo, tenendo comunque presente che possono intervenire molte variabili, l’ho chiesto a tre esperti nel campo sanitario, economico e psicologico. Ecco cosa mi hanno detto.

NINO CARTABELLOTTA, MEDICO E PRESIDENTE DELLA FONDAZIONE GIMBE

La prima cosa da considerare nell’ambito sanitario è capire se le restrizioni a cui siamo sottoposti siano sufficienti da sole. “In assenza di un vaccino o di farmaci mirati,” afferma Cartabellotta del GIMBE (associazione fondata nel 1996 che punta a diffondere in Italia la medicina basata su prove di efficacia), “le misure di distanziamento sociale (isolamento dei malati quarantena dei soggetti esposti, tracciatura dei contatti, chiusura delle scuole, misure per gli ambienti di lavoro e divieto di assembramenti) sono l’unica arma a nostra disposizione per contrastare l’epidemia.”

Naturalmente, la loro efficacia è “condizionata da un’attuazione tempestiva e da un’elevata aderenza alle raccomandazioni da parte di amministratori locali e cittadini.”

Un’altra circostanza importante da tenere in conto sono le risorse che si stanno immettendo nel sistema sanitario nazionale per far fronte all’emergenza. Basteranno a compensare i tagli fatti negli ultimi anni? L’analisi di GIMBE (associazione fondata nel 1996 che punta a diffondere in Italia la medicina basata su prove di efficacia), afferma il presidente, “dimostra che nel periodo 2010-2019 sono stati sottratti alla sanità pubblica 37 miliardi di euro: 25 per tagli da spending review nel periodo 2010-2015, cui si aggiungono altri 12 miliardi nel periodo 2015-2019 per manovre di ‘definanziamento’.”

Ora il governo ha stanziato fondi straordinari, spiega Cartabellotta, “ma per gestire l’emergenza servono solo a tamponare. Specialisti e posti letto di terapia intensiva non si creano dall’oggi al domani.”

FRANCESCO DAVERI, PROFESSORE DI ECONOMIA E MEMBRO DEL COMITATO EDITORIALE DI LAVOCE.INFO

Pensando alle conseguenze economiche, bisogna pensare sia a quelle immediate—già ampiamente visibili—che a quelle di medio-lungo periodo.

Attualmente, mi dice Daveri, c’è “la completa paralisi della vita sociale e un’incompleta paralisi della vita economica [_ribadita dal dpcm firmato ieri_]. Ci sono alcuni settori non coinvolti dalla chiusura, come quello alimentare e le filiere che gravitano attorno, che generano comunque un po’ di attività economica.”

A fianco di ciò abbiamo poi “i dipendenti con contratto di lavoro a tempo indeterminato che continuano a ricevere i loro stipendi, anche se le loro aziende vanno incontro a perdite a seconda del settore in cui si trovano.” I lavoratori che subiscono “le perdite più evidenti,” invece, sono senza dubbio quelli autonomi e precari.

Per quanto riguarda il lungo periodo, mi spiega il professore, bisogna valutare due effetti del blocco. Il primo è che, se funziona, “consentirebbe una ripartenza che potrebbe essere rapida se non sarà intaccato il potenziale produttivo dei settori e delle zone colpite.” Il secondo è che “si sta scegliendo di pagare il conto adesso, invece di uno maggiorato in futuro.” Non fare il blocco, infatti, “avrebbe comportato uno stress ancora peggiore sul sistema sanitario e allungato la durata delle crisi.”

L’altra cosa da domandarsi è se le prime contromisure dei governi (non solo quello italiano) e delle istituzioni europee servano a qualcosa. Secondo Daveri, il sostegno al reddito di cittadini e aziende “sta avendo un’importante funzione di rassicurazione e assunzione di responsabilità. La fiducia è fondamentale per evitare che un periodo di stop delle attività economiche diventi poi una tragedia sociale.”

L’intervento della Banca Centrale Europea, che pochi giorni fa ha lanciato un programma di quantative easing (in brevissimo: l'acquisto di titoli di stato e di altro tipo per immettere nuovo denaro nell’economia europea) da 750 miliardi di euro, “è invece più indiretto, volto a fornire alle banche commerciali e ai governi una sorta di garanzia sul fatto che non venga a mancare la liquidità.”

Il problema è che partiamo da debiti pubblici molto più elevati rispetto a quelli della grande recessione del 2008, quindi “è possibile che gli interventi siano meno efficaci.” Se non altro, rispetto al passato recente in cui c’erano state molte più resistenze, tutti hanno capito che bisogna agire subito di fronte a una crisi “dai contorni ancora sconosciuti e che non avevamo mai visto prima d’ora.”

RENATO TROFFA, PSICOLOGO E DOCENTE DI PSICOLOGIA SOCIALE

Partiamo da due dati di fatto: l’isolamento è duro per chiunque, anche per chi prova a negare la difficoltà del momento; l’obiettivo dei decreti, per ovvie ragioni sanitarie, è quello di privare gli esseri umani della dimensione sociale che è costitutiva di ognuno di noi.

“Siamo spaventati non solo dalla malattia,” dice Troffa, “ma anche dal fatto che stiamo vivendo una situazione nuova. Non riusciamo a vedere un tempo dato in cui possa finire, e immaginare come sarà, tra la speranza che finisca tutto ritornando esattamente alla vita di prima, e il terrore che non finisca mai o che non si ritorni alla vita di prima.”

Le conseguenze di questa situazione, dal punto di vista psicologico, sono sia personali che sociali. “Più andrà avanti questa situazione,” puntualizza il docente, “più la depressione sarà importante come effetto. La intendo sia come fenomenologia depressiva—carenza di stimoli, di visione del futuro e di sé stessi nel futuro—sia purtroppo come patologia.” Questo può diventare ancora più pericoloso quando non si ha l’occasione di fare attività motoria all'aperto (il decreto del governo lo permette nei pressi dell'abitazione e in solitudine, ma varia da regione a regione), che è una delle “più forti strategie di coping.”

Per Troffa, poi, potremmo essere esposti a fenomeni come ansia, stress, ipocondria (“anche comprensibile, visto che siamo nel mezzo di una pandemia”), paranoia, sindrome da stress post-traumatico o del sopravvissuto, dissonanza cognitiva e disturbi di tipo ossessivo-compulsivo—ad esempio legati alla pulizia maniacale della propria casa.

A proposito dell’allungamento della quarantena, Troffa nota che molti stanno reagendo con un “ottimismo irrealistico,” percependo la data di scadenza come la fine del problema. “Quando ci si accorgerà che non sarà così ci sarà una frustrazione altissima, e questa è psicologicamente connessa con l’aggressività. Avremo dunque più episodi in strada, nei supermercati, nei social, e purtroppo in casa.”

Passando al piano collettivo, è probabile che “tenderemo a evitare con sospetto gli altri, perché le ferite impiegheranno molto tempo a sanarsi—e in alcuni casi potrebbero non farlo. Ci sarà bisogno di un grande lavoro di facilitazione.” Anche l’ansia sociale salirà, e dovremo temporaneamente modificare il nostro modo di relazionarci “per far fronte a quei fenomeni di inadeguatezza percepita.”

In tutto ciò non potremmo addirittura arrivare a forme di “accettazione” dell’isolamento, magari favorite dai social e da Internet? “I social sono fondamentali,” risponde Troffa, “ma non sono in grado di sopperire del tutto. Non penso che potremo abituarci; assuefarci sì, parzialmente, ma mancherà comunque qualcosa.”

Di sicuro, una volta usciti dall’emergenza sanitaria bisognerà “ricostruire il tessuto connettivo umano, psicologico e sociale di questo paese.” Perché se è vero che le emergenze tendono a compattare i gruppi sociali, una pandemia è un caso particolare. “Non è una guerra dove siamo noi contro un nemico esterno,” conclude lo psicologo, “è un’emergenza che ci sta isolando, e questo bisognerà considerarlo.”

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