L'unico film capace di raccontare gli anni d'oro dell'Italo Disco

Nel 1983 usciva Jocks, l'unico film in grado di raccontare l'epoca d'oro dell'Italo Disco. A trent'anni di distanza ho incontrato il regista per parlare di quei tempi e dell'eredita del genere.

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04 agosto 2015, 7:58am

Foto dell'autore.

Bisogna dirlo, il clubbing è leggermente in crisi. A parte i vari generi riciclati dal passato rimane il grande totem: l'Italo Disco. Viaggiando mi sono reso conto che questo genere ha un'influenza totalizzante sui club underground e non––da Berlino a New York, ci sono da tempo situazioni tese a ricreare quel periodo, anche se all'epoca del boom Italo molti non erano neanche nati. È normale in fondo: c'è il fascino non tanto delle formule musicali, quanto della leggendaria situazione storica in cui si sfondava col minimo sforzo.

Ma in effetti quali sono le REALI testimonianze del sogno Italo? Un genere in cui Den Harrow, italianissimo, si spacciava per natio di Boston non è certamente affidabile, e a dire il vero non esiste un documento filmico puntuale come fu Downtown 81 per la No Wave. Ma ripensandoci un film c'è: ed è Jocks, anno 1983.

Narra di due amici, Dj e Hi Fi (!) che decidono di mettere su il più grande spettacolo dance d'Italia partendo dal nulla. Nonostante una serie di disavventure, da veri visionari decidono di inscenare l'Aida in salsa italo per raccogliere fondi, ottenendo il successo sperato. Proprio quello che accadeva allora, quando col rischio si diventava vere e proprie star.

Il film, nonostante le varie pecche e assurdità tipiche dei B-movie mi colpì per il suo vitalismo, per le sue americanissime riprese. Archiviato come una interessante "stranezza" d'epoca, tempo dopo la visione trovai in un mercato dell'usato il vinile della colonna sonora: giocoforza fu presenza fissa nei miei dj set. Ma non finisce qui: passano un paio d'anni e vengo a scoprire che la ragazza di mio fratello, attrice, sta girando un film con un certo regista, Riccardo Sesani. Curioso controllo su Google chi sia, e come per magia scopro che è proprio Sesani il regista di Jocks! Quindi mi precipito sul set con vinile e pennarello; l'incontro con il maestro è particolare, il momento teso. C'erano da concludere in fretta le riprese a chiusura di una giornata piena di ritardi. Nonostante ciò, appena mi vede con la copia di Jocks in mano, i suoi occhi si illuminano, e comincia a ricordare. Ogni tanto, anche durante le riprese, si ferma e mi parla di Jocks, segno che per lui è un film cruciale. A questo punto, dopo essermi fatto firmare il disco, penso che sia il caso di approfondire.

Sesani, 65 anni, è stato aiuto regista di Damiano Damiani e ha diretto Carmen Russo nel film Buona come il pane, una commedia erotica abbastanza allucinante. È un tipo di cui si sa veramente poco: la critica non lo ama molto, ma è una persona molto gentile, che mi accoglie in un bar di San Cosimato a Roma offrendomi uno spritz. Iniziamo quindi la nostra chiacchierata tra commozione, musica e considerazioni sul cinema italiano attuale.

VICE: Allora Riccardo, ti ho contattato perché è l'anniversario dell'uscita di Dance Fever negli Stati Uniti, ovverosia la versione americana di Jocks. Volevo parlare un po' di questo film perché, secondo me—e non solo secondo me: ci sono molti blog esteri che lo dicono—è uno dei pochi film in circolazione sull'Italo Disco. Se non l'unico.
Riccardo Sesani: Sì sì, è vero. Non solo, ma io ho fatto anche un altro atto di coraggio, che è stato quello di dare la parte del protagonista a un ballerino/attore di colore, per giunta gay, che era Russell Russell. Per l'Italia siamo stati avanti.

L'ambiguità fra i due protagonisti del film è infatti palpabile: Russell era il cantante degli Easy Going. All'epoca andava forte, faceva anche la sigla di Sotto le Stelle alla Rai.
L'altro protagonista è Tom Hooker, un altro nome di punta dell'Italo che ha addirittura prestato la voce a Den Harrow. L'erede del patrimonio dei jeans Lee.

Ma come ti è venuta l'idea di fare un film come Jocks? Per storicizzare questo movimento?
Diciamo che il film mi è stato quasi commissionato dai miei vecchi amici di una delle più grandi discoteche di Rimini, l'Altromondo Studios, coi quali avevo cominciato a lavorare all'età di 16-17 anni con la mia band. Sono stati i miei primi datori di lavoro, quando avevano un localino all'aperto che si chiamava Confidential, nel 1966/67. A un certo punto hanno acquisito l'Altromondo Studios, e io l'ho inaugurato col mio gruppo. Io sono un musicista prestato al cinema, la mia formazione è musicale.

Ecco, infatti il film gira tutto intorno all'importanza della musica come chiave per la libertà, come voglia di esplorare le passioni, di intraprendere nuove strade, di rischiare.
Tutti i miei film hanno qualcosa di inerente alla musica. Ho avuto diversi gruppi. Quello fondato da me si chiamava Junior Band. Poi ho suonato coi Red Devils, coi Wheels... erano tutti della costa adriatica. Abbiamo fatto da spalla a Battisti quando è venuto all'Altromondo Studios. E anche a Mina.

Nel film sottolinei il fatto che Rimini, tua città natale, è come New York e non il contrario, l'America è in Italia: una visione tipicamente Italo. Noi ci siamo inventati questo genere, l'abbiamo esportato con successo: il sogno italiano che supera il sogno americano. È una cosa molto interessante.
Infatti il film è stato venduto in tutto il mondo! Economicamente è andato molto bene. Però sai, dopo la critica aveva un po' la puzza sotto il naso... lo considerava un film di genere.

Be' chiaramente non pensava che nel 2015 l'Italo potesse essere ancora in auge. E non per il revival, ma perché i giovani trovano una risposta concreta alla confusione musicale di oggi.
All'epoca era considerata musica usa e getta: questa analisi a largo raggio che stai facendo tu, la critica non l'ha mai voluta fare.

Come conferma Cecchetto nel documentario di Pierpaolo De Iulis, che stranamente non parla dei film musicali dedicati all'Italo. Quali erano quelli che parlavano della scena a parte il tuo?
Bah... credo nessuno, nessun altro. In America sì. C'è stato e ha avuto un successone, ma è uscito dopo il mio: Flashdance.

In effetti le tematiche musica e ballo = riscatto e la filosofia del partire da zero ricordano moltissimo Jocks. E poi c'è lo score di Giorgio Moroder, figura che ha influenzato molto l'italo, e come suoni ci stiamo...
Anche se Flashdance è uscito dopo, e quindi è stato pensato dopo. A noi ha fatto molto comodo, perché ha aperto il mercato all'Italia. E da lì Dance Fever, che è lo stesso film con qualche inserto in più.

A parte i protagonisti, nel film ci sono anche dei nomi importanti del cinema italiano. Penso a Giuliana Calandra, che tutti ricordiamo in Profondo Rosso. Quindi una produzione che in qualche modo aveva i numeri.
Anche Brancia, quello che faceva il padre in Amarcord. Se lo rifai oggi quel film lì ti costa una barca di soldi, perché l'Altromondo Studios poi mi ha messo a disposizione tutti gli effetti speciali che avevano dentro la discoteca. Se lo ricostruissi oggi in un teatro di posa, ci vorrebbero milioni di euro.

Infatti il film cambia direzione. Prima è quasi road, mezzo d'amore, mezzo musical... poi prende il via: come se fossimo al centro della discoteca, nello spettacolo, e lì partono gli effetti speciali. Come riprese è proprio dritto, come se lo stessi vivendo. Non ci sono grandi stacchi di camera.
Sì, perché è un po' la mia cifra stilistica. Il mio maestro è Damiano Damiani, e da lui ho imparato questa tecnica, che poi molti adoperano, del piano sequenza. Quindi sin dai miei primi film è un modo di girare e di raccontare che ho sempre utilizzato. Tant'è che nel mio ultimo film, Canto Finale, abbiamo usato un mezzo tecnico americano che si chiama Gimbal, e che è decisamente adatto per chi ha una concezione di ripresa del genere. È come una steadycam con cui puoi fare le alzate del dolly... quindi la macchina sta sempre in bolla.

Cercavi l'innovazione in Jocks?
Ma sai, devo riconoscere che io ho sempre cercato di muovermi su coordinate abbastanza canoniche. Non è che ho rotto gli schemi, oppure inventato un linguaggio nuovo, assolutamente. Anzi, io ritengo che tutt'oggi le forme di linguaggio cinematografiche siano ferme aOtto e 1/2 di Fellini. Anche a livello tecnico, per Jocks i mezzi usati erano quelli tradizionali. E poi non è facile trovare la propria identità o il proprio modo di raccontare quando fai film commissionati, non è roba che nasce da te. Questo fino al film Una Furtiva Lacrima: ho aspettato 18 anni per poterlo fare, e doveva essere il mio secondo film. Ecco, quello è un film che nasce dalla mia anima.

Be', commissionata o meno la sceneggiatura era tua, no?
Mia e di Bruno Contini. Che è lo sceneggiatore dei miei primi film, e che poi ha debuttato come regista con Sapore di mare 2, dopo aver fatto l'aiuto di Vanzina. È morto di tumore giovanissimo. Lui non faceva parte di quel mondo, è stato mio collaboratore per la scrittura. Ma i produttori ci davano certe coordinate per realizzare la sceneggiatura e noi lo facevamo. A volte non è stato facile, perché ad esempio la scena finale è pensata con 2500 comparse venute appositamente per il film, e non c'era il computer che raddoppiava la gente.

I grandi protagonisti del film sono i The Creatures, una band fondamentale per l'Italo del periodo, e con loro l'immaginario alieno. Come si sono posti rispetto al film?
Erano al settimo cielo, molto contenti di lavorare, anche perché loro erano prodotti proprio dall'Altromondo Studios. La colonna sonora, invece, è prodotta dalla Full Time, quella dei Kano––che infatti sono presenti nel disco.

Ma non ti sei mai messo a fare video? Perché la parte finale sembra quasi un video live dei Creatures.
Sì, questo succede anche nel film successivo, Una Donna da Scoprire, sempre finanziato dall'Altromondo studios con Marina Suma che interpreta una cantante, e cerca per tutta la storia di autodistruggersi con l'alcol. Però no, video veri e propri non li ho mai fatti.

Allora ti faccio una domanda precisa. Io all'epoca di Dance Fever avevo otto anni, l'ho vissuta in maniera diversa. Siccome c'è questo mito degli anni Ottanta come un'era piena di possibilità nello spettacolo, con soldi che giravano e via dicendo... era realtà o semplicemente una visione romantica? Ad esempio, non girava droga in discoteca?
Era realtà! C'era molta disponibilità da parte delle banche a concedere finanziamenti, ad aiutare. Poi i miei produttori gestivano quattro o cinque discoteche, producevano dischi, avevano dei fatturati incredibili. Pensa, per girare il film ci abbiamo messo solo cinque settimane, compresi i sabati. Per quanto riguarda la droga, probabilmente c'è stato un aumento del consumo; agli inizi non era così diffusa. L'esplosione è stata proporzionale allo sviluppo economico/sociale degli anni Ottanta. Durante le riprese di Jocks non girava. Poi l'Altromondo Studios era un locale controllato, ci tenevano a certe cose.

Ma tu oggi lo rifaresti un film musicale? I tempi alla fine sono propizi: penso a Whiplash, o a Birdman, che è tutto un piano sequenza e le tematiche sono musicali o riguardanti il mondo dello spettacolo. Sembra un po' la tua cifra stilistica.
No, non credo lo farei. La musica è comunque presente nei miei film. La mia formazione è classica, ho fatto il conservatorio, ecco perché l'Aida in Jocks: sposavo i due mondi.

Facendo un paragone oggi in Italia trovare un produttore e dei distributori per fare questa roba è impossibile. Come mai un simile cambiamento?
Be' all'epoca c'era un pluralismo di interlocutori, una serie di distributori. Oggi in Italia, tolti 01 o Medusa, non c'è più nessuno. Ma a parte questo, il sistema era diverso: prima il cinema si autofinanziava. Tu prendevi degli anticipi dagli esercenti e dai distributori, c'erano i famosi minimi garantiti. Erano una serie di cambiali che permettevano al produttore di realizzare il film. Con l'avvento delle televisioni private, della Rai, questo discorso dei minimi garantiti è sparito. Perché la riforma è stata incentrata sui finanziamenti alla produzione, ma lo Stato avrebbe dovuto prendere il posto di questi distributori e distribuire in proprio i film di interesse culturale nazionale. Bene o male riesci a trovare chi ti produce, il problema è la distribuzione. Una volta ce n'erano una ventina, adesso siamo in mano alla televisione.

E l'ultimo film su cui stai lavorando?
Ha come protagonista Jun Ichikawa, si chiama Canto Finale, ed è preso da un fatto di cronaca che ho inserito in una love story al contrario. La storia di due fratelli di cui uno malato di leucemia e l'altro che tergiversa nel donargli il midollo... è un melodramma, insomma. Il che è controcorrente in un periodo in cui vanno di moda le commedie. Me lo sono coprodotto infatti. Ad esempio un mio film, Una Vita Violata, credo che sia stato sabotato da un sistema maschilista, visto che parlava della violenza sulle donne. L'hanno fatto circolare pochissimo. Il mio sogno è comunque un serial su Fellini.

Dopo l'ultimo goccetto ci salutiamo: Riccardo è in partenza per Rimini. Sesani è un artigiano di primo livello, ma è con una umiltà come la sua che si riesce a fotografare un'era nella sua completezza. E soprattutto, non ci si arrende mai fino alla vittoria. Proprio come Dj e Hi Fi: Italo rules.

Grazie a Jun Ichikawa e a Gilberto Capurso per i preziosi input. Segui Demented su Twitter.