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Senza gli immigrati, l'economia italiana sarebbe messa ancora peggio

Al di là dei luoghi comuni, degli slogan e delle bufale, la verità è che gli immigrati non "ci rubano il lavoro"—anzi, contribuiscono in maniera fondamentale al PIL del nostro paese.

di Nicolò Cavalli
10 settembre 2015, 7:00am

Un giovane imprenditore italo-cinese nel suo bar, con alcuni clienti. Foto di


Lupo Attardo

Questo post fa parte di Macro, la nostra serie su economia, lavoro e finanza personale in collaborazione con Hello bank!

Volete sapere qual è il nome più ricorrente tra gli imprenditori che hanno aperto un'attività in Italia nei primi otto mesi del 2015? È Andrea Hu, cognome cinese e nome italiano—un'aneddotica meticcia che, da sola, illumina in maniera molto più chiara il fenomeno degli stranieri residenti in Italia rispetto a un dibattito pubblico spesso emotivo e imperniato su luoghi comuni, slogan e bufale.

Eppure i numeri sono lì, a disposizione, e dicono che l'imprenditoria italiana oggi ha nuovi volti: i primi tre cognomi più ricorrenti sono Hu, Chen e Singh. Seguiti da Rossi, in compagnia di Wang, Zhang, Hossain. Un mondo intero in una manciata di nomi, un indizio su quello che potrebbe essere il contributo economico alla vita del paese di quei 5 milioni e 73mila stranieri residenti in Italia secondo i dati Istat.

Di recente, la Fondazione Leone Moressa ha analizzato questo fenomeno in dettaglio. Nel 2014, gli imprenditori stranieri attivi in Italia erano 632.142—l'8,3 percento sulla popolazione totale di imprenditori e quasi il 13 percento della popolazione straniera residente in Italia. Tra il 2009 e il 2014, a fronte di un calo degli imprenditori nati in Italia (diminuiti del 6,9 percento), quelli stranieri sono aumentati del 21,3 percento.

Ma secondo Enrico Di Pasquale, ricercatore della Fondazione, non si tratta di "lavoro rubato," perché "l'imprenditoria straniera ha contribuito alla tenuta del sistema durante la crisi." Affermazione particolarmente vera in regioni come Lombardia, Lazio, Emilia Romagna, Toscana e Veneto.

La maggior parte di questi imprenditori è attiva in settori tradizionali: commercio (218mila imprese, un aumento del 30 percento tra il 2009 e il 2014) e costruzioni (140mila, anche qui un aumento del 9,4 percento nonostante la crisi profonda del settore). Ma appare in forte crescita anche l'attività in settori come i servizi alle imprese (+ 21,8 percento), la manifattura (+ 9,7 percento), l'alloggio e la ristorazione (+ 36 percento), i servizi alle persone (+ 43,3 percento) e l'agricoltura (+ 14,8 percento).

Secondo i calcoli della Fondazione Moressa, il valore aggiunto totale dell'imprenditoria straniera in Italia è pari a 85,6 miliardi di euro. Aggiungendo a questo anche il numero dei lavoratori dipendenti di origine straniera, la somma totale del PIL prodotto dagli stranieri in Italia è pari a 123 miliardi di euro l'anno, concentrati in particolare nei settori dei servizi e della manifattura. Una cifra che vale l'8,8 percento del PIL nazionale—insomma, altro che "ci rubano il lavoro."

Inoltre, un recente studio statunitense ha mostrato infatti che l'integrazione di un lavoratore straniero nel sistema produttivo genera 1,2 nuovi posti di lavoro, contribuendo a un aumento dei salari nell'economia locale. Un risultato a cui si aggiungono le conclusioni dei due economisti Gianmarco Ottaviano e Giovanni Peri, secondo cuil'idea che i lavoratori stranieri competono al ribasso sui salari dei lavoratori del paese d'origine è semplicemente falsa—anzi, la domanda di lavoratori stranieri è complementare (e non sostitutiva) rispetto a quella dei lavoratori non stranieri, così che nelle zone in cui c'è maggiore integrazione in ambito lavorativo si registra, grazie alla migliore specializzazione del lavoro, un aumento della produttività e quindi dei salari dei lavoratori.

Ma di quale lavoro stiamo parlando? Se l'è chiesto Andrea Stuppini, rappresentante delle regioni nel Comitato tecnico nazionale sull'immigrazione. Secondo l'Ufficio Studi di Confartigianato, il 26,7 percento del fabbisogno di manodopera in professioni come installatori di infissi, panettieri, pasticceri, scalpellini, rimane scoperto nonostante l'elevata disoccupazione giovanile.

Spesso sono proprio gli stranieri a svolgere questi lavori: "li troviamo nei campi, nei cantieri, puliscono le nostre case, assistono i nostri anziani. Inoltre sono spesso sottopagati: il loro reddito è circa il 23 percento in meno rispetto al reddito medio dei lavoratori italiani, hanno contratti spesso precari e a tempo parziale."

Gli stranieri rappresentano il 9,5 percento della forza lavoro del paese, con stipendi netti attorno ai 900-1000 euro mensili e un'età media di circa 15 anni più bassa rispetto a quella degli italiani. Costituiscono circa l'uno percento del gettito fiscale complessivo, hanno fatto lievitare di circa l'uno percento la spesa pubblica nei settori di welfare e forniscono quasi il 4 percento dei contributi previdenziali— ricevendo per ora una quota minima dei trattamenti pensionistici."

È infatti grazie al contributo dei lavoratori stranieri—spiega Stuppini—che negli ultimi anni il bilancio dell'INPS, l'ente che gestice le pensioni, è tornato in attivo. In totale, il gettito fiscale netto dei lavoratori stranieri è pari a 3,9 miliardi di euro l'anno, come differenza delle entrate (16,5miliardi di tasse pagate ogni anno dagli stranieri) e uscite dello Stato (12,6 miliardi di euro, l'1,57 percento della spesa pubblica totale). Ancora sicuri di voler fermare l'invasione?

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