Cosa pensa davvero un comunista italiano nel 2017

L'abbiamo chiesto a un ventiduenne romano che si professa comunista-nel-vero-senso-del-termine.

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27 gennaio 2017, 7:54am

Foto per gentile concessione dell'intervistato.

Nonostante in queste ore ci sia qualcuno (Bertinotti) che esorta la scena politica a "bandire il termine comunista per i prossimi dieci anni," come se ormai il tutto fosse svuotato di valore, c'è chi nel 2017 ancora si professa comunista.

Nel corso della mia vita non mi sono mai interfacciato con qualcuno che si definisse comunista e lo fosse poi concretamente: la maggior parte lo fa quasi romanticamente, per una sorta di tradizione ideologica familiare ormai lontana da quella che è la realtà. Ma dato che dopo aver pubblicato un'intervista a un "fascista" molti, anche in maniera provocatoria, ci invitavano tramite i commenti a fare lo stesso con un comunista, ho deciso di cercarne uno.

E alla fine ho trovato Enrico, un ventiduenne romano che si professa comunista-nel-vero-senso-del-termine, a cui ho chiesto di spiegarmi cosa pensa e come vive un vero comunista nel 2017.

VICE: Come ti sei "avvicinato" al comunismo? 
Enrico: È stato un processo graduale. Direi che il primo input è stato il riscontrare certe contraddizioni incredibili nella realtà in cui viviamo: una disparità folle a qualsiasi livello, la percezione di un senso di assoluta precarietà che riguarda la stragrande maggioranza della popolazione, dai più giovani ai più anziani. Poi approfondendo la lettura di Marx sono rimasto stupefatto da come fosse riuscito ad analizzare in maniera scientifica tutte le criticità ad oggi presenti nella società, individuandone le cause. 

E pensi che risposte come quelle di Marx siano ancora attuali?
Basta darsi un'occhiata intorno per rendersi conto di come certe questioni siano decisamente attuali. Penso ad esempio al rapporto Oxfam di qualche giorno fa, che mostra come otto super miliardari detengano la stessa ricchezza della metà della popolazione mondiale. Sono problemi che potrebbero essere superati se la società venisse organizzata scientificamente per garantire il benessere e la giustizia sociale, ma ciò non può accadere finché l'obiettivo è la ricerca del profitto.

Ok. Mi sembrano concetti molto ampi. Puoi spiegarmi, molto semplicemente, cosa significa per te dirsi comunista nel 2017?
Vuol dire rendersi conto che il modello sociale in cui viviamo non potrà che portarci al collasso e cercare di costruire una società che garantisca la giustizia sociale, l'equità, una razionalizzazione della produzione e della distribuzione delle risorse. 

La necessità di superare il capitalismo è più attuale che mai, e per un giovane poi dovrebbe essere ancor più naturale. Mi riferisco alla disoccupazione e alla disillusione di chi ha rinunciato a ricercare un impegno o nel proseguire gli studi. Un giovane ad oggi, a meno che non faccia parte dei pochi fortunati con "le spalle coperte" o in grado di permettersi gli studi presso un'università privata, non ha altra prospettiva rispetto a una vita caratterizzata dalla precarietà. E tutto questo non è frutto del caso, ma di una gestione delle risorse totalmente sconsiderata e di una società in cui vige la legge del più forte.

E nella vita quotidiana, la tua fede politica come influenza il tuo stile di vita?
L'influenza si esprime principalmente nell'impegno politico materiale, per cui, chiaramente, cerco di dare il mio contributo per la costruzione di una società migliore. Per il resto vivo tutto in maniera ordinaria, del resto i comunisti non sono membri di una setta o personaggi folcloristici: anzi, è preciso dovere di un comunista non diventare una "caricatura". Inoltre cerco di evitare consumi superflui e mai mi sognerei di iscrivermi a un'università privata, ma per il resto posso garantire che lo stile di vita di un comunista è totalmente ordinario.

A proposito di "personaggi folcloristici": quando dici di essere comunista, come la prendono le persone?
Le reazioni sono chiaramente di vario tipo. Chi è apertamente anti-comunista reagisce abbastanza male, ma fortunatamente nel nostro paese c'è una tradizione comunista abbastanza diffusa e percepita in maniera abbastanza positiva—vedi il ruolo fondamentale nella Resistenza e delle grandi conquiste sociali nel dopoguerra.

Per quel che riguarda i giovani, purtroppo, la reazione spesso è "nulla": molti miei coetanei e molti ragazzi più piccoli hanno vissuto un'epoca di totale de-politicizzazione. Qualche volta mi danno del sognatore, ma del resto la società non si cambia a colpi di disillusione ed il comunismo era originariamente definito semplicemente "socialismo-scientifico," proprio perché traeva le sue considerazioni dall'analisi scientifica del reale e della società. Quindi, commenti di questo genere decisamente non mi toccano.

Il campeggio anti-imperialista. Foto per gentile concessione dell'intervistato.

Oltre a sentirti dare del "sognatore", sicuramente molte volte ti sarai sentito dire che "fascismo e comunismo sono uguali." Come reagisci quando senti affermazioni del genere?
Confutando nettamente. Questa equiparazione dei cosiddetti "totalitarismi" è del tutto strumentale a screditare il patrimonio culturale comunista, ma affermazioni di tale genere si possono smentire facilmente. Innanzitutto basti pensare che il nazi-fascismo è legato a contingenze storiche, non a un corpus dottrinale. Infatti tutte queste esperienze nazifasciste non hanno mai intaccato i famosi "rapporti di produzione." Non vi è stato alcun mutamento sociale concreto, ma semplicemente l'accentramento del potere in certe figure che mai hanno ostacolato gli interessi delle classi dominanti e mai hanno favorito gli sfruttati.

Il comunismo invece non è legato esclusivamente alla sue varie manifestazioni concrete nel corso della storia, anche perché spesso queste hanno ben poco in comune. Basti pensare all'attuale Cina: sebbene formalmente sia definita come una nazione "comunista" di comunista non ha più niente ormai, anzi, è uno dei paesi con la maggiore disparità nel mondo.

E invece, da comunista, come ti rapporti con altre persone di sinistra? Te lo chiedo perché a volte sembra che i comunisti odino i socialisti più dei fascisti.
È vero, spesso può emergere questa sensazione. Personalmente cerco sempre di costruire una discussione quanto più razionale possibile, partendo dal presupposto che spesso e volentieri molti "socialisti" sono semplicemente delle persone in buona fede, con una più o meno incisiva tradizione comunista alle spalle, che nell'attuale disastro ideologico e politico della sinistra italiana hanno perso ogni riferimento. 

Tendenzialmente penso che questa ostilità esista soprattutto in virtù della percezione di una sorta di "tradimento". Le formazioni social-democratiche sono state condannate dalla storia, e presentarle come alternativa vuol dire illudere le classi popolari, che per forza di cose poi si riversano a destra. Così si favoriscono i nazionalismi e le peggiori logiche reazionarie. Penso ad esempio a ciò che accade in Grecia: Syriza e Tsipras sono stati osannati come salvatori della patria, espressione degli interessi popolari, per poi ridursi a esecutori delle direttive europee. L'unico partito a sinistra a far presente ambiguità e criticità di Syriza in Grecia è stato il KKE (Partito Comunista Greco), agendo in maniera chiara fin dal principio. 

A livello globale quali sono i modelli di socialismo reale/comunismo che ritieni riusciti, o a cui quantomeno ti ispiri?  
Credo che i modelli di socialismo reale più riusciti siano quello sovietico, almeno fino al 1953 e quello cubano. Il primo ha aperto le porte alle più grandi conquiste sociali nella storia, anche per quel che riguarda l'Occidente. Ha dimostrato come, grazie all'organizzazione scientifica dell'economia, si potessero raggiungere risultati incredibili, senza piombare in alcuna crisi. Cuba d'altro canto ha dimostrato come anche una piccola nazione, isolata dal mondo e continuamente attaccata con azioni terroristiche da parte della principale potenza mondiale, possa garantire un enorme livello di sviluppo e benessere alla propria cittadinanza tramite una gestione molto più razionale delle risorse. 

Basti pensare che Cuba ha lo stesso PIL della Puglia e vive da circa 60 una condizione di quasi totale isolamento internazionale, potendo vantare su pochissimi sussidi economici. Chiaramente questi modelli hanno o hanno avuto delle imperfezioni, ma è praticamente impossibile non averne quando si vivono condizioni di isolamento. In ogni caso rappresentano di gran lunga un'alternativa migliore rispetto a quella capitalistica.

Secondo te, il comunismo in Italia dovrebbe affermarsi tramite le elezioni o con una rivoluzione?
Dunque, le elezioni non vanno rifiutate a priori, ma non possono e non devono diventare un fine per un soggetto politico che si preponga il radicale cambiamento del sistema economico. Le elezioni vanno usate come strumento per rafforzare un'organizzazione rivoluzionaria. Avere accesso alle istituzioni può anche garantire maggiori strumenti e possibilità di lotta, l'importante è restare consapevoli che un cambiamento reale non potrà mai passare dalle istituzioni.

Il problema è che ora anche solo parlare di speranze elettorali per un comunista non è il massimo, dato che in questi anni i partiti comunisti hanno perso più tempo a fare scissioni che altro...
La storia della sinistra e ancor più delle varie formazioni comuniste dopo il 1991 è a dir poco drammatica, dominata da disorientamento ideologico e opportunismi di ogni genere. Bertinotti rappresenta la cifra di questo decadimento: una persona che ha dato vita ai più bizzarri progetti politici, senza mai avere interesse a mantenere una linea, muovendosi solo ed esclusivamente con logiche elettorali, per poi lavarsene le mani dinanzi al proprio totale fallimento. 

Non pensi che gli attuali partiti comunisti in Italia diano l'impressione di essere qualcosa di spaventosamente vecchio e scollegato dalla realtà?
Il punto è proprio questo: siamo passati da tempi in cui spesso e volentieri i comunisti erano visti come gli elementi più di "avanguardia" all'interno della società, a tempi in cui è venuto a mancare questo approccio materiale e ci si è rifugiati atomisticamente nell'intellettualismo. I "comunisti" sono stati percepiti come persone fuori dal tempo e dalla realtà perché è a quella dimensione che purtroppo si sono relegati. 

Fortunatamente ho il piacere di constatare come ogni volta che si torna a "sporcarsi le mani" e a lottare concretamente con gli oppressi venga meno ogni tipo di pregiudiziale. 

Ok.