L'Italia non è ancora pronta per governare Internet
Flickr

L'Italia non è ancora pronta per governare Internet

Abbiamo parlato con il deputato Stefano Quintarelli di tutti i motivi per cui l'Italia non è ancora pronta all'impatto con internet.
Riccardo Coluccini
Macerata, IT
21.3.17

In Code and Other Laws of Cyberspace, Lawrence Lessig delineava quattro pilastri fondamentali sui quali si basa il controllo di internet o — per utilizzare lo stesso termine di Lessig — il controllo del cyberspazio.

I quattro pilastri, che ancora oggi ricoprono un ruolo di rilievo, sono le leggi, le norme, il mercato, e l'architettura stessa del web: le righe di codice. Queste quattro entità sono in grado di influenzare e regolare ciò che è possibile fare in rete, e bisogna riconoscere che solo dalla loro combinazione è possibile ottenere i risultati desiderati.

Pubblicità

Per esempio, è possibile fare leva sulle norme della società sfruttando gli strumenti offerti dalle piattaforme digitali per cercare di scongiurare determinati comportamenti online, oppure si possono introdurre delle leggi che sanzionino l'utilizzo illecito di materiale protetto da copyright e conseguire il risultato sfruttando anche le dinamiche del mercato. Ma come siamo messi in Italia per ciò che riguarda il "controllo del cyberspazio"?

Se ci focalizziamo sull'aspetto delle leggi, e lo circoscriviamo alla sfera italiana, potremmo essere percorsi da brividi lungo la schiena.

Se ci focalizziamo sull'aspetto delle leggi, e lo circoscriviamo alla sfera italiana, potremmo essere percorsi da brividi lungo la schiena. Quando i politici italiani sono chiamati a legiferare sui temi del digitale non è insolito trovarci di fronte a persone poco preparate sugli aspetti tecnici e con una visione di internet piuttosto distorta.

Uno dei casi più recenti è sicuramente la proposta di legge contro il cyberbullismo che, a causa delle draconiane misure previste, era stata addirittura considerata a livello internazionale come la legge "più stupida nella storia europea". Fortunatamente, dopo il passaggio al Senato, la legge sembra essere stata ridimensionata e fatta tornare entro dei limiti ben definiti.

Altra sciagurata proposta di legge è quella nata a seguito della recente ondata di discussioni internazionali sul tema delle fake news che in Italia ha prodotto un vero e proprio mostro e, come è stato segnalato anche da diversi politici, rappresenta un'idea folle e completamente fuori fuoco.

ACCESSIBILITÀ E CONTROLLO DELLA RETE

Eppure, nel 2015, l'Italia ha introdotto la Dichiarazione dei diritti in internet, un documento fondamentale che ha catapultato la nostra nazione in una posizione di avanguardia sul tema del digitale — è stata infatti la prima nazione europea ad introdurre una tale carta dei diritti in internet, seguendo le orme del Brasile. Privacy, anonimato, diritto di accesso, questi ed altri temi digitali sono stati riconosciuti come diritti fondamentali e la Dichiarazione riconosce internet come "una risorsa globale e che risponde al criterio dell'universalità."

Viste le proposte di legge citate sopra, sembrerebbe quindi che questo documento non abbia avuto alcun effetto. Parlando al telefono con Stefano Quintarelli, deputato ed esperto di temi digitali, il quadro che emerge è diverso.

Pubblicità

Stefano, infatti, sottolinea che in un Parlamento in cui il numero di politici esperti in materia di digitale — come ad esempio tecnici informatici ed ingegneri — è veramente ridotto, la possibilità di avere un testo di riferimento come la Dichiarazione dei diritti in internet è fondamentale ed ha migliorato un po' la legislazione. "Non si tratta certamente di una vera e propria legge ma l'effetto dal punto di vista culturale è stato sicuramente importante," chiarisce Quintarelli.

I casi delle fake news e del cyberbullismo citati sopra sono quindi da ascrivere ad inciampi in cui l'emotività del momento ha avuto la meglio e che, come nel caso del cyberbullismo, sono stati già modificati ed in parte corretti.

Pur avendo correttamente delineato i diritti nel mondo digitale, rimane purtroppo la questione dell'accesso ad internet. Secondo alcuni dati riportati sul The Internet Health Report di Mozilla, non tutti i cittadini possono godere allo stesso modo dei diritti digitali poiché la percentuale di popolazione italiana online è intorno al 65,6%, mentre la media degli altri stati europei è sopra al 80% — ad eccezione del Portogallo che si assesta su cifre di poco sopra a quelle italiane.

Molto spesso le cause di questo digital divide vengono ricondotte a carenze infrastrutturali della rete italiana ma Quintarelli è di un altro parere, "In Italia le persone che si trovano in una situazione di digital divide infrastrutturale sono sicuramente in numero inferiore rispetto a quelle negli Stati Uniti d'America," ed aggiunge che "il nostro vero problema è un digital divide culturale." Le persone, quindi, non avrebbero ancora compreso come internet possa modificare le loro vite, quali immense opportunità celi al suo interno e quali benefici fornisca.

Quel che è certo, però, è che le offerte per la navigazione internet proposte da fornitori di servizi di telecomunicazione sono ampiamente disponibili ed il numero di fornitori è in costante aumento, come indica la recente notizia dell'arrivo in Italia della compagnia francese Free Mobile. Insieme alla diffusione di nuovi attori sulla scena degli Internet Service Provider (ISP) ed alla accesa concorrenza che ne scaturisce si può nascondere il rischio di attacchi alla neutralità della rete, un principio che viene ribadito anche nella Dichiarazione dei diritti in internet.

Pubblicità

Per proteggere questo principio, proprio Stefano Quintarelli aveva proposto, insieme ad altri parlamentari, un disegno di legge specifico e che al momento, dopo essere stato approvato in sede legislativa in commissione comunicazioni della Camera, è al vaglio del Senato. L'obiettivo di questo DDL è tutelare la concorrenza e la libertà di accesso degli utenti ad internet e come si può leggere nell' articolo 3: "Agli operatori non è consentito ostacolare, ovvero rallentare […] l'accesso ad applicazioni e servizi internet".

"Ogni europeo deve avere accesso a un internet libero e aperto — Tutto il traffico internet deve essere trattato allo stesso modo."

Gli operatori non potranno distinguere i pacchetti di dati, effettuando così una sorta di discriminazione in base alla quale alcuni di questi avranno delle corsie preferenziali lungo la rete. Rimarrà comunque possibile commercializzare dei servizi premium che possono permettere un servizio di prioritizzazione che però lascia alcuni dubbi, visto il rischio di pressioni da parte delle aziende più grandi.

Se dal punto di vista della rete abbiamo delle regole e dei meccanismi di garanzia tali da assicurare, almeno in Europa, che ci sia pluralità di offerte, il discorso cambia quando ci spostiamo al livello dei servizi che si appoggiano sopra la rete.

Come sottolinea Stefano, "Mentre nella parte di rete abbiamo dei meccanismi che garantiscono la competitività perché obbligano all'interoperabilità, all'interconnessione, alla portabilità, al livello superiore questi meccanismi non ci sono e le aziende si basano sul lock-in" — i clienti si trovano in una condizione di dipendenza nei confronti del fornitore di servizi tale da non permettere di rivolgersi ad un altro fornitore.

eBay è un chiaro esempio di questo processo: è riuscito a conquistare il primato di marketplace, con un meccanismo di introiti sostenibile, ottenendo, di fatto, il monopolio del suo mercato. PayPal si trova in una situazione molto simile. Secondo Quintarelli "questo meccanismo nel lungo periodo diventa un problema anche politico" oltre ad esserlo "immediatamente dal punto di vista delle perdite di gettito fiscale."

I silos verticali come Facebook e Twitter, su cui sono stati finalmente puntati gli occhi in seguito alla discussione sulle fake news e sulle filter bubble, hanno rivelato come la centralizzazione dei servizi riduca la pluralità e lo scambio di opinioni fino ad influenzare l'opinione pubblica con risultati persino nelle elezioni. Quintarelli è molto chiaro su questo: "noi non possiamo pensare di avere un fornitore unico di alberghi, di trasporti, di news; la politica se ne dovrà occupare." Ed in fretta.

AUTODETERMINAZIONE DELL'IDENTITÀ

Volgendo lo sguardo ai contenuti che popolano la rete, e quindi tutto ciò che pubblichiamo sui social network, le mail che scambiamo e le foto ed i video che carichiamo, c'è stato un chiaro segnale da parte dell'Unione Europea con il regolamento per la protezione dei dati personali (GDPR) che entrerà in vigore nel 2018 — sul quale dobbiamo ancora attendere le indicazioni da parte del garante della privacy italiano per una sua corretta implementazione. In quel regolamento, come sottolinea Stefano, si ribadisce un concetto fondamentale e potentissimo: la portabilità di un profilo.
"La portabilità del profilo è un asset fondamentale per introdurre la concorrenza," chiarisce Quintarelli, "ma bisogna andare addirittura oltre e sancire che il diritto all'autodeterminazione delle identità delle persone è indispensabile" — dove per identità si intende l'insieme delle rappresentazioni e relazioni del soggetto sia materiali che immateriali.

Stabilire che i dati dell'utente sono dell'utente stesso ed in quanto tali devono essere pienamente controllabili da esso è condizione imprescindibile per tutelare le nostre identità digitali e permettere la libera circolazione fra i vari silos verticali che infestano internet.

La portabilità del profilo è un asset fondamentale per introdurre la concorrenza," chiarisce Quintarelli, "ma bisogna andare addirittura oltre e sancire che il diritto all'autodeterminazione delle identità delle persone è indispensabile."

Per poter garantire l'autodeterminazione della propria identità e, come indicato nell' articolo 10 della Dichiarazione dei diritti di internet, l'esercizio delle libertà civili e politiche, è necessario garantire e proteggere anche il diritto all'anonimato.

In questi tempi, però, sia esponenti politici che giornalisti stanno combattendo contro l'anonimato, eletto a sommo capro espiatorio per tutti gli eventi che accadono online. Si parla quindi di impedire l'anonimato per disincentivare l'hate speech o di impedire l'anonimato per risolvere il cyberbullismo.

Pubblicità

L'anonimato non è chiaramente la causa di tutti questi eventi e, come anni di studi continuano oramai a ripetere, gli insulti, le molestie e le discriminazioni online non sono problemi solamente delle nostre vite digitali, sono prima di tutto problemi culturali e sociali.

Contrariamente al sentire comune, l'anonimato rappresenta invece una protezione delle identità essenziale per le persone a rischio online, come ad esempio per figure femminili che potrebbero essere oggetto di insulti sessisti sui forum online e sui social network. Allo stesso tempo attivisti che combattono contro regimi autoritari potrebbero essere incarcerati se fossero costretti a rivelare la vera identità che si cela dietro un post critico nei confronti del governo.

Chiaramente, sottolinea Quintarelli, bisogna che si stabiliscano delle riserve di legge per cui è possibile individuare chi commette un crimine, ma è assolutamente favorevole all'introduzione di una sorta di "anonimato protetto." Viene in mente quindi un anonimato selettivo — simile a quello fornito anche dalla criptovaluta anonima Zcash — che permetta di rivelare ad individui diversi informazioni diverse sulla propria identità, lasciando a noi utenti la possibilità di stabilire cosa, come, e quando rivelare.

Questo è il principio che ha motivato la possibilità di ottenere l'autenticazione sul Sistema Pubblico d'Identità Digitale (SPID)su cui ha lavorato anche Quintarelli — attraverso differenti operatori privati. "Devo poter decidere di utilizzare un'identità digitale per le attività che riguardano il mio lavoro, un'altra per le attività collegate alla mia famiglia, e così via", spiega Stefano, "e nessuno deve poter raggruppare tutti questi dati in un unico posto."

L'anonimato non è chiaramente la causa di tutti questi eventi e, come anni di studi continuano oramai a ripetere, gli insulti, le molestie e le discriminazioni online non sono problemi solamente delle nostre vite digitali, sono prima di tutto problemi culturali e sociali.

Tramite questo sistema, secondo Stefano, sarebbe possibile prevedere una sorta di notaio digitale che certifica l'identità di uno pseudonimo che utilizziamo per scrivere online e, in caso di reato, sarebbe possibile ottenere l'identità di chi si cela dietro il profilo accusato direttamente con una richiesta del giudice.

"In questo modo si salvaguarda sia la libertà di espressione che la riservatezza dell'individuo utilizzando un'identità digitale fornita dallo Stato," chiarisce Stefano.

L'APPROCCIO FUTURO DELLE ISTITUZIONI ITALIANE AD INTERNET

Da quanto abbiamo visto, la politica italiana è in grado di produrre anche leggi valide ed efficaci per regolamentare e proteggere l'attività digitale dei cittadini. Allo stesso tempo, però, ci sono esempi palesi di soluzioni che non solo snaturano completamente l'identità di internet ma possono mettere anche in pericolo diritti fondamentali come quello all'anonimato ed alla privacy. Inoltre, dal momento che la tecnologia modifica ed interagisce con tutti gli aspetti della società e dell'economia, l'approccio italiano sembra essere ancora debole e disorganico.

È per questo motivo che Stefano Quintarelli, nel suo libro Costruire il domani, ha proposto un ministero per il digitale che si occupi trasversalmente di tutte le questioni legate ad internet ma che coinvolgono anche altri ambiti. Come mi ribadisce al telefono, "è necessario che il tema tecnologico diventi un aspetto portante dell'azione di un governo."

Pubblicità

La nomina a commissario per il digitale di Diego Piacentini è sicuramente un buon primo passo ma, come sottolinea Quintarelli, "un commissario non partecipa alle riunioni del consiglio dei ministri; se un ministro del digitale fosse lì mentre si discutono i provvedimenti per gli aiuti alla ricostruzione del terremoto, ad esempio, ci sarebbe sicuramente qualche punto su cui introdurre un elemento di efficienza tecnologica, ma se nessun addetto ai temi del digitale può partecipare ed intervenire attivamente non si possono ottenere risultati concreti."

Inoltre, il potere acquisito da colossi tecnologici come Facebook sta mettendo in crisi il sistema di governo democratico. Recentemente in Danimarca hanno nominato un ambasciatore digitale in grado di lavorare a stretto contatto con le compagnie tecnologiche. Questo, purtroppo, rappresenta un segnale di debolezza da parte dei governi, "un abdicare alle aziende il proprio ruolo di regolatore della società," incalza Stefano.

"Negli Stati Uniti avevano ideato l'antitrust per contrastare il potere dei grossi proprietari petroliferi e di acciaieria, ora è necessario trovare una soluzione analoga per impedire il potere di influenza di poche persone non elette in modo democratico."

Si tratta di una dichiarazione di impotenza, segnalata anche dai continui appelli e lettere aperte dei politici — la più recente è quella della Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini a Facebook — in cui si richiede l'intervento attivo e diretto delle aziende tecnologiche nel processo di garanzia dei diritti dei cittadini.

Come ricorda Quintarelli, "negli Stati Uniti avevano ideato l'antitrust per contrastare il potere dei grossi proprietari petroliferi e di acciaieria, ora è necessario trovare una soluzione analoga per impedire il potere di influenza di poche persone non elette in modo democratico."

Se dobbiamo supplicare Mark Zuckerberg di porsi a garante del corretto svolgimento delle elezioni, facendo in modo che il suo social network non influenzi gli elettori, in quel caso stiamo concedendo un potere enorme ad una persona che si trova completamente al di fuori della sfera politica.

Si tratta di un punto cruciale nella discussione del digitale, sia in Italia che nel mondo, del quale bisogna iniziare a discutere subito. E' necessario istituire un ministero del digitale che riprenda in mano il rapporto della società con internet e che favorisca la piena concorrenza in questo settore, altrimenti ci troveremo ad elevare al livello di stati nazionali delle aziende che non sono e non devono essere considerate delle forze politiche.

L'Italia deve assumere finalmente un ruolo attivo nel processo di internet governance, delineando una strategia organica che segua i princìpi già correttamente esposti nella Dichiarazione dei diritti in internet, implementarla attraverso un ministero del digitale e non prevedere, in alcun modo, la cessione del controllo della rete alle sole aziende tecnologiche.