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Johnny Marsiglia e Big Joe raccontano Memory, il loro nuovo album

"Pensavamo che a Milano succedesse chissà cosa, e invece Palermo non aveva molto da invidiarle".

di Elia Alovisi
11 maggio 2018, 9:32am

Tutte le foto compaiono per gentile concessione di STO Records.

"Mi sono detto fa come credi / E domani non sarà come ieri", dice il ritornello del nuovo singolo di Johnny Marsiglia & Big Joe. Si chiama "La pioggia, gli applausi" ed è il primo assaggio da Memory, il nuovo album del duo di Palermo, l'inizio del loro percorso per STO Records. Ascoltandola, il pensiero torna a quattro anni fa. "Non resta che tentare e non pensare", diceva Johnny all'inizio di "Fantastica illusione", la traccia che dava il nome al suo ultimo album, un piccolo classico contemporaneo.

Sono parole che, sebbene divise da anni di esperienze, dicono molto del loro autore. Johnny è un MC che ha dimostrato lungo il corso della sua carriera di avere una sola grande certezza: raccontarsi senza filtri è l'unico modo che ha per sentirsi in pace con se stesso, continuare a credere nell'esistenza di un futuro migliore. "Dai momenti in cui non sai chi sei e non sai come rifarti / Ai momenti in cui va tutto ok ed è ok pure per gli altri". Lui è il marito, la narrazione la moglie, e si sono giurati fedeltà nel bene e nel male, nella gioia e nel dolore.

Negli ultimi quattro anni attorno a Johnny è cambiato quasi tutto. La città, il lavoro, l'etichetta. A restare uguale è stata la voglia di mettersi in gioco e dimostrare le sue skill da liricista. Memory, nato da un ritorno a casa, è la presa di coscienza di un cambiamento, un album di ricordi immaginario in cui ogni canzone rappresenta una pagina piena di vecchie fotografie in cui leggere un'interpretazione del presente. Johnny e Joe sono passati a trovarci in redazione per raccontarcelo, così che possiate arrivare pronti al giorno della sua uscita: il 18 maggio, venerdì prossimo.

Noisey: Memory è un album nato a Palermo: mi piacerebbe che mi raccontaste la geografia dell'inizio della vostra carriera.
Johnny Marsiglia: Quando avevamo iniziato a beccarci ci trovavamo sempre in un punto di Palermo, Piazzale Ungheria. È in una zona centrale, accanto a piazza Castelnuovo. Avevamo la sensazione di essere fuori dal mondo, era il periodo di Myspace e quella era l'unica forma con cui riuscivamo a creare contatti.Però crescendo abbiamo rivalutato quella situazione. Il sabato eravamo 100, 150 ragazzini a rappare e ballare. C'era fermento, era un periodo figo e c'erano tantissimi nostri coetanei che facevano qualcosa di creativo. Pensavamo che a Milano succedesse chissà cosa, e invece raccogliendo le testimonianze della gente ora sappiamo che Palermo non aveva molto da invidiarle. Anche la nostra musica, volendo, rispecchia questa cosa.
Big Joe: Essendo una città con poche influenze devi crearti qualcosa di solido e tuo per uscire, altrimenti fai molta difficoltà a emergere.

Com'è che cominciaste a stringere connessioni fuori dalla Sicilia?
Johnny: Il primo contatto in assoluto che abbiamo avuto è stato Ensi. Lui era venuto a Palermo e conosceva già MadBuddy, con cui siamo cresciuti. Lo portammo in studio, da Joe, dove abbiamo iniziato a fare le prime cose.
Joe: Era la tipica stanzetta piccolissima, cinque metri quadri, con poster di 2Pac e casse hi-fi attaccate al computer senza scheda audio. Una cosa molto marcia. Ensi disse "Ma voi fate questa musica... qua?" Ma rimase affascinato da noi, e il mio primo beat fuori dalla Sicilia lo feci per lui. "Sporco", in Vendetta.

Una cosa che mi ha colpito di Palermo è che il centro sia un luogo estremamente denso. È come se fosse sovraccaricato, uno stimolo continuo. Al di fuori, invece, mi sembrava fosse tutto molto più pacifico.
Johnny: Dipende, perché in periferia ci sono quartieri come Brancaccio che hanno tantissimi problemi. Il centro ora è molto più curato, Palermo è sempre una città turistica. Le periferie sono più abbandonate.
Big Joe: Ti da questa impressione perché è vasto. Ti sposti, ma sei sempre in centro.
Johnny: In centro c'è via Libertà, la via pettinata dove ci sono negozio di Prada e Gucci, e nella parallela c'è Borgovecchio, un quartiere popolare in cui ti senti in periferia nonostante tu sia a 200 metri dal centro. Lo scenario cambia in un batter d'occhio.

Come è cambiata Palermo nel periodo in cui siete stati al nord? Avete notato delle differenze una volta tornati a casa?
Big Joe:
Il movimento è cresciuto un sacco, c'è molta più attenzione sulla scena. I concerti si riempiono, gli artisti non venivano molto ascoltati.
Johnny: Un ragazzino non per forza appassionato di questa musica ci conosce e ci ferma, magari, mentre prima era una cosa molto più settoriale.

A proposito di concerti, che mi potete dire degli spazi per la musica dal vivo di Palermo?
Johnny:
C'era un locale storico a Piazza Campolo, si chiamava Zazà. C'erano centri sociali... ma non c'è un locale studiato per essere una sala concerti. È un buco che va riempito, magari lo faremo noi!

Che cosa vi resta di Fantastica illusione, ascoltandolo oggi?
Big Joe: Secondo me è invecchiato benissimo, molto più di Orgoglio, che era quasi una compilation. Invece Fantastica Illusione mi fa ancora dire "abbiamo spaccato", sono fiero di quell'album.
Johnny: Lo stesso vale per me, ma penso che con il lavoro nuovo siamo riusciti a capire veramente dove vogliamo andare. Su Fantastica Illusione ci sono ancora momenti che mi fanno stare bene e altri in cui mi chiedo dove volevo andare a finire, perché mi volevo sfogare su un determinato argomento. Nel nuovo album siamo stati più diretti. Ci siamo semplificati, alleggeriti.

Anche a livello di suoni?
Big Joe: Sì, non sono mai stato così minimalista. È un processo che già si sentiva in Astronauta 2.
Johnny: Ci siamo liberati dal peso del voler dimostrare qualcosa, che nasce dalla competizione. Ci siamo detti solo, "Facciamo un bel disco che racconti qualcosa".

Eravate venuti a lavorare Fantastica Illusione a Milano. Come mai avevate deciso di abbandonare Palermo dato che, come canti, "Palermo è per sempre"?
Johnny: Io mi ero trasferito per lavoro vicino a Varese. Ho lavorato a Malpensa come operatore di carico e scarico e poi come magazziniere e autista in una ditta che produceva plastica.
Big Joe: Ci sentivamo comunque ogni giorno al telefono, io ero giù a lavorare nel negozio di mio padre. A una certa ci siamo detti "Facciamo il disco assieme" e ho fatto la pazzia. Sono salito su. Ho caricato la macchina con le tastiere, tutte le mie cose... non riuscivo a vedere un cazzo! Genova, nave e sono arrivato a Somma Lombardo, dove stava Johnny.
Johnny: Dopo il tour di Fantastica Illusione, e quello di Night Skinny a cui avevo partecipato, sono tornato giù dato che intanto Joe aveva preso uno studio a Palermo.
Big Joe: Perché è più complicato. È stata una cosa spontanea, niente di calcolato. E in realtà noi un disco a Palermo non lo abbiamo mai fatto, tranne le primissime cose. Avevamo bisogno di un disco come questo.

"Storie" parla di come i media diffondano terrore nel loro pubblico. Volevo chiedervi com'è nato quel pezzo e come la comunicazione mediatica vi stia toccando.
Johnny: Siamo in un periodo in cui le informazioni ti nauseano. Quel pezzo descrive quel momento in cui sei davanti alla TV, sei bombardato da mille cose... e alla fine che cosa ti rimane? Al contempo non voglio insegnare niente, solo descrivere una sensazione di nausea. Non penso di aver fatto niente di speciale.

Anche solo il fatto di descriverla, però, dice che è una tematica che ti sta a cuore.
Big Joe:
Certo, non è stato però pensato come il classico pezzo politico.
Johnny: Anche inconsciamente può essere un "Oh, guardate cosa sta succedendo!" Quello sì.

Quando in "Clessidra" dici "La farmacia non chiude mai / La medicina ti delude" di cosa stai parlando?
Johnny: Del problema della droga. Negli ultimi anni a Palermo abbiamo visto un sacco di ragazzini che fumano il crack e onestamente la cosa un po' ci pesa. Quando noi avevamo la loro età andavamo in giro, ci bevevamo le birre, tornavamo a casa ubriachi e ci fumavano le cannette. Non hanno la fortuna di avere quella cosa che avevamo noi di conoscere questa musica, che ti distoglie un attimo.

E come si fa ad agire su questo fenomeno a livello culturale?
Big Joe:
Parlandone meno, forse.
Johnny Marsiglia: Non parlarne osannandole, vuoi dire. Abbiamo visto anche un sacco di amici finire male per quella roba, quindi a noi dispiace vedere il sedicenne sotto casa che fuma la stagnola.

Avete sentito il nuovo di J. Cole? Perché parla proprio di dipendenza e di come iniziare a prendere Xanax o a fumare sia un meccanismo di autodifesa dagli stress della vita che però non porta a un cazzo.
Johnny:
Lui è uno dei rapper che seguiamo di più e ci piace di più.
Big Joe: Io ci vedo anche una mossa strategica, siamo nel periodo adatto per parlare di queste cose. Ma lo seguiamo un bordello, è una delle più grandi ispirazioni per la nostra carriera.
Johnny: Però è stato sempre impegnato socialmente. E fa dei live...

Cosa ne pensate del fatto che a molti ragazzini non freghi nulla del fatto che un rapper canti dal vivo o meno?
Johnny Marsiglia: Non so che pensare ma personalmente quando vedo che dal vivo un artista è forte per me si chiude il cerchio. Per noi è importantissimo. Ci metteremo molto sotto a preparare il live per il disco nuovo.
Big Joe: Vorremmo far capire che la performance è importante per un'artista.

A proposito di live, vorrei dirti che "Bars #2 (Outdoor)" mi ha ricordato un sacco il video di "Shut Up" di Stormzy. Avete presente, no? Dice molto sulla bellezza dell'andare fisicamente nei posti a fare e sperimentare musica.
Johnny: Forse involontariamente ci ha ispirato! La prima volta che vidi quel video mi piacque il fatto che i ragazzi attorno gli facevano le doppie... sarebbe stato fantastico! Ma il nostro era un pezzo nuovo che nessuno conosceva. Avevo solo scritto due giorni prima sul mio Facebook privato di spargere un po' la voce a Palermo che avremmo fatto 'sta cosa, e alla fine c'erano tutti quei ragazzini... Figo il mondo dei social, ma quello che conta è beccare la gente dal vivo.
Big Joe: Per un musicista è fondamentale portare la propria musica al pubblico, fargliela toccare. Di sicuro per come stanno andando le cose i concerti sono sempre più rari, e non so come crescerà questa generazione.
Johnny: Quante volte ci siamo detti "Questo spacca, ma dal vivo... mmh."

Ti chiedo di commentare anche altre parole, da "Bars #3": "Scappare resta tra le ipotesi / Ma davvero penso che tutto questo possa evolversi / Per forza positive."
Johnny: Palermo è una città che, come ti dicevo, ti fa sentire un po' escluso dal mondo. Il palermitano medio è uno che si lamenta tantissimo. Difficilmente trovi chi apprezza quello che ha. Quando ero piccolo, ogni cosa che dicevo, anche i primi lavoretti che facevo, quando dicevo "io faccio il rap" ti guardavano dicendoti "ma che vuoi fare, vai a pulire per terra". C'è questa mentalità di fondo. E invece noi vogliamo costruire qualcosa a Palermo, poter dire di avere fatto qualcosa per la nostra città.

Volevo estrarne una parte, ma tutti i versi di "Bars #3 (Home)" in cui parli di soldi si meritano di essere discussi.
Johnny:
Noi che siamo cresciuti con una mentalità un po' diversa rispetto a quella che va oggi, incentrata sul materialismo. Queste cose nascono dal fatto che voglio far capire al mio ascoltatore chi sono e quello che penso. A volte anche mostrare delle debolezze: quando sento artisti che nel testo dicono cose che non li dipingono come fighi per me è una figata.
Big Joe: È qualcosa di molto più complesso e reale.
Johnny: Ora l'imperativo è arricchirsi. In quella strofa lì dico che i soldi sono importanti, ma io al primo posto metto tutte le cose che non si comprano. La mia famiglia, il rapporto che ho con i miei amici. Mi rattrista vedere i soldi messi al primo posto. Forse è perché sono cresciuto in una famiglia umile, in una città come Palermo.
Big Joe: È molto facile scrivere pezzi di strada se sei Palermo, inventarsi un personaggio. Lui invece è cresciuto in una bellissima, tranquilla famiglia numerosa che gli ha trasmesso degli ideali. Questa del personaggio è una cosa che si vede molto nel rap italiano, tutti cercano di crearne uno. Johnny lo è già e ha una storia da raccontare.

In "Clessidra" dite "Devo ripartire / da quando Primo mi diceva che il malessere è strumento per reagire". Queste parole si commentano da sole, ma vorrei chiedervi di raccontarmi un po' il vostro rapporto con lui.
Big Joe:
Conoscere una persona come Primo ci ha insegnato tantissimo. La citazione racconta ciò che ci è rimasto, fin dalla prima volta che lo abbiamo conosciuto. La mentalità giusta era la sua, è quella.
Johnny: Veniva a Palermo quando eravamo ragazzini. Lo abbiamo conosciuto praticamente subito, quando non avevamo ancora un vero nome nel rap. Si è sempre dimostrato una persona gentile e disponibile a dare consigli. Ricordo che suonai una volta a Verona prima di lui e Squarta. Andai con lui in albergo e mi fece sentire i pezzi perché voleva un mio parere. Per me era veramente il capo. Diceva anche, che anche se lui in quel periodo lì non stava andando fortissimo a livello di vendite era contento di avere influenzato altri rapper. Che magari stanno andando forte e che dicono le prime persone che mi hanno dato dei consigli sono stati loro.

Come avete cominciato a collaborare con i ragazzi di Sto?
Johnny:
È successo nel periodo in cui uscì "Bars #2". Mi chiamò Antonio Dikele Distefano, che avevo conosciuto assieme a Ghali qualche tempo prima, per proporci di lavorare assieme. Poi abbiamo incontrato anche altre realtà, ma...
Big Joe: Ci ha colpito il loro entusiasmo e la loro voglia di fare.
Johnny: Ci hanno stimolato un sacco e ci piace il fatto che i ragazzi di Sto siano un gruppo di persone molto vicine che vanno tutte nella stessa direzione. Ci sta dando un'energia che in passato ci mancava.

Per concludere, che cos'è per voi Memory?
Big Joe: Un album in cui il liricismo è in primo piano. Consiglierei di non ascoltarlo alla leggera, su Spotify, ma di mettersi lì e fare un viaggio.
Johnny: È un disco che va ascoltato dall'inizio alla fine, non è fatto di singoli. È un po' un suicidio, in un periodo come questo! Ma la nostra forza è non fare quello che sta già succedendo. In Memory ripercorriamo tantissime esperienze che avevamo fatto da piccoli. C'è un sacco di storytelling. Lo abbiamo visto molto come un nuovo inizio. Rianalizzando tutto quello che abbiamo fatto prima ci è sembrato un po' confuso. Oggi noi siamo questo, ascoltate il disco e capite chiaramente chi siamo. E aspettatevi altro fuoco dalle prossime cose.

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