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La crisi migratoria europea è una crisi di coscienza, anche se i suoi leader non vogliono ammetterlo

È ora che i leader europei accettino la verità: i principi sui diritti umani su cui si fonda l'Unione sono stati abbandonati, e se insisteranno a negarlo, continueranno a morire persone innocenti.

di Milene Larsson
18 marzo 2016, 11:25am

Foto di Alexia Tsagkari

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"Aprite le frontiere! Salvate i nostri bambini!" recitavano i cori disperati di centinaia di rifugiati siriani e iracheni bloccati al confine greco-macedone durante una protesta il 3 marzo scorso. Donne e bambini reggevano dei cartelli con le scritte "Fa freddo, per favore aiutateci" e "Siamo umani." Accanto a loro, un gruppo di ragazzini stava seduto sui binari con la testa tra le mani, mentre la polizia antisommossa guardava oltre.

La situazione si sta facendo sempre più disperata al campo profughi vicino al villaggio greco di Idomeni, dove si è fatto improvvisamente sentire il peso di più di 10.000 persone — dieci volte la sua capacità massima. Ovunque si guardi, i campi e le strade sono affollate di persone che si dirigono verso il campo sovraffollato. Le famiglie trasportano quello che è rimasto delle loro vite: alcuni oggetti, sacchi a pelo bagnati, e bambini in lacrime.

Centinaia di uomini e donne aspettano in fila per prendere l'acqua o le razioni giornaliere di pane o formaggio. Il cibo è scarso, e spesso si fanno ore di coda per nulla quando si esauriscono le scorte. I malati e i feriti aspettano fuori dalle tende gestite da Medici Senza Frontiere (MSF), dove sui cartelli in inglese e in arabo si legge, "MSF non può fornirvi i documenti per attraversare il confine. Possiamo offrirvi assistenza medica gratis!"

Foto di Alexia Tsagkari

Marie-Elisabeth Ingres, capo della missione di MSF nel campo, spiega che l'organizzazione sta cercando di fornire più di 30.000 pasti al giorno, oltre a gestire un bisogno enorme di cure mediche. "Questa situazione è inaccettabile per queste persone, sia in termini di protezione che di dignità," dice a VICE News. "Le politiche messe in atto qui dai paesi europei avranno un impatto, e potrebbero creare una crisi umanitaria — una cosa completamente folle e incredibile nell'Europa di oggi."

In lontananza, le bandiere gialle e rosse della Macedonia ondeggiano al vento, irraggiungibili per quei migranti e rifugiati che solo alcune settimane fa potevano passare liberamente nel loro cammino verso l'Europa occidentale. Il 19 febbraio, l'Austria ha deciso di limitare il numero di richieste d'asilo a 80 al giorno. Altri paesi hanno seguito a ruota poco dopo, causando blocchi ai confini lungo la cosiddetta rotta balcanica.

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Le ONG sopraffatte dal lavoro avvertono che, con circa 2.000 nuovi arrivi al giorno, la chiusura del confine macedone potrebbe intrappolare in Grecia fino a 100.000 persone senza assistenza nel giro di qualche settimana. Altri campi simili a quello di Idomeni stanno già comparendo in diverse zone del paese, mentre il Primo Ministro Alexis Tsipras avverte: "Ci rifiutiamo di accettare la trasformazione del nostro paese in un deposito permanente di anime."

Molti stati membri dell'Unione Europea accusano la Grecia di non aver gestito le proprie frontiere e non aver rispettato il Regolamento di Dublino, che prevede che le domande d'asilo siano registrate nel primo paese di ingresso dei migranti. Ma la Grecia sta affrontando una grave crisi economica, esacerbata da sette anni di recessione, e nel 2015 più di 900.000 persone sono entrate nel paese illegalmente. La loro registrazione è una responsabilità che, secondo Tsipras, dovrebbe essere condivisa con l'Europa.

In risposta alla crisi, l'UE è riuscita solo a concordare il trasferimento di 160.000 persone dall'Italia e dalla Grecia, ma finora ne sono state spostate solo 700. A gennaio, l'Unione Europea ha dato alla Grecia tre mesi per iniziare a registrare le persone, o verrà esclusa dall'Area Schengen, impedendo ai cittadini greci di viaggiare liberamente al suo interno.

Invece di risolvere la situazione con la cooperazione, gli stati membri dell'UE si sono scontrati sulle responsabilità individuali e non hanno prodotto alcun messaggio coerente sull'accoglienza dei rifugiati. Il summit europeo della scorsa settimana è stato un ultimo, disperato tentativo di affrontare la crisi, e si è concentrato soprattutto sul cercare di convincere la Turchia a fermare le barche piene di rifugiati che partono dalle sue coste.

"Al momento sono a rischio l'unità dell'Unione e molte vite umane," aveva detto, nei giorni precedenti al summit del 7 marzo, il Commissario Europeo Dimitris Avramopoulos. Tuttavia, il fallimento tutto eruopeo nello stilare una politica migratoria comune - e un sistema di gestione delle frontiere e delle quote in cui i 28 paesi membri dell'UE si spartiscono in maniera equa i rifugiati - ha portato all'attuale situazione in Grecia e in tutto il continente.

In pratica, l'Unione Europea è emersa dal crollo della cortina di ferro, ma presto avrà più confini chiusi di quelli che aveva durante la guerra fredda.

Foto di Aexia Tsagkari

Il summit della scorsa settimana non ha portato ad alcuna decisione finale, e i negoziati stanno proseguendo in queste ore. Una bozza che delinea un possibile accordo include una regola per cui per ogni "migrante irregolare" rimosso dall'UE, un rifugiato sarà accolto dalla Turchia, dove milioni di persone vivono in squallidi campi profughi.

I dettagli di quest'ipotesi rimangono scarsi, ma l'inefficacia del sistema di ricollocamento già istituito fa sorgere dei dubbi su quanto a lungo la Turchia riuscirà a rispettare l'accordo — anche se la promessa di miliardi di euro di aiuti e del rilassamento dei requisiti richiesti ai cittadini turchi per ottenere un visto terranno alto l'interesse del paese per un po' di tempo. Ma finché l'accesso legale all'Europa rimarrà così limitato, tutto questo sembra solo un rimandare costoso e temporaneo del problema, fino a quando i trafficanti troveranno una nuova rotta per far entrare i migranti e rifugiati sul continente.

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Il Presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk ha detto che l'UE ha "accettato di aiutare la Grecia e di fornire un'assistenza umanitaria imponente" — facendo poco per alleviare la paura di Tsipras che la Grecia possa diventare un enorme punto di raccolta. Il 14 marzo, circa mille persone hanno attraversato un fiume per entrare in Macedonia, e altri potrebbero cercare di abbattere le recinzioni — come è già accaduto a Idomeni il 29 febbraio.

Da quando nel 1985 è entrato in vigore l'Accordo di Schengen, l'Europa ha ridotto i suoi confini interni e ha invece rafforzato quelli esterni — un programma definito solitamente "Fortress Europe." Il processo ha risucchiato miliardi di contributi senza essersi dimostrato particolarmente efficiente.

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In quanto firmatari della Convenzione ONU sui Rifugiati del 1951, i paesi europei non possono negare l'ingresso senza offrire in cambio protezione e assistenza legale, e il rimpatrio in caso le persone non fossero qualificate a ricevere asilo. Questi requisiti molto costosi hanno portato l'Europa a cercare soluzioni al flusso di migranti presso paesi terzi. L'accordo con la Turchia è solo l'ultimo esempio: simili collaborazioni sono già avvenute in passato con il Marocco e con la Libia di Muammar Gheddafi, e hanno portato al trattamento disumano delle persone vulnerabili che cercavano un rifugio in Europa. Le famiglie di rifugiati ricacciate indietro con i bastoni dalla guardia costiera turca hanno sentito tutto il peso delle proposte europee di sorvegliare il confine marittimo nel Mar Egeo.

Nonostante la Convenzione sui Rifugiati sia inclusa nell'Accordo di Schengen, è garantita solo quando qualcuno mette piede sul territorio UE, ed è per questo che sono nate le collaborazioni con i paesi esterni all'Unione per scoraggiare le persone che cercano di raggiungere l'Europa. Ma, se da una parte questi accordi forniscono una scappatoia legale all'obbligo di fornire protezione, possono essere giustificati eticamente? Coloro che scappano dallo Stato Islamico, o da Bashar al Assad, hanno bisogno di protezione sia quando hanno già attraversato i confini europei che prima? La scomoda verità è che queste politiche non sono state create per proteggere vite umane, ma per proteggere le frontiere europee.

Foto di Alexia Tsagkari

Senza vie legali per raggiungere l'Europa, i rifugiati sono spinti nelle braccia dei trafficanti e costretti a compiere viaggi terribili in cui rischiano di essere rapiti, abusati sessualmente o uccisi. Nel frattempo, l'Unione Europea è impegnata in una guerra costosa contro i trafficanti di esseri umani, a cui imputa l'aumento dei migranti, senza guardare al fatto che il cambiamento climatico, la povertà e i conflitti sono le cause principali della crisi. Ci sono ora 2.7 milioni di rifugiati siriani in Turchia, e 3 milioni divisi tra la Giordania e il Libano. Anche se in Siria dovesse tornare la pace, ci vorranno decenni per ricostruire un'infrastruttura necessaria a garantire sicurezza, istruzione e assistenza sanitaria a tutti coloro che sono scappati — ed è per questo che vogliono raggiungere l'Europa e rifarsi una vita invece di rimanere nelle terribili condizioni che devono sopportare nei campi sovraffollati.

Guarda il documentario di VICE News Le prigioni dei migranti in Libia: Intrappolati e dimenticati

Nell'estate del 2015, quando l'UE ha lanciato la sua missione militare per combattere i trafficanti in Libia - chiamata EU NAVFOR Med - ho incontrato un ex trafficante che vive sotto protezione nel sud della Sicilia. Ha detto che l'unico modo con cui l'Europa può combattere i trafficanti è di offrire modi legali per arrivare nel continente. "Le persone scappano da guerre e povertà: è la loro speranza [di raggiungere l'Europa] a mantenere in affari i trafficanti." "Non c'è modo di fermarli, perché quando uno muore, ne nasce un altro," ha aggiunto. "Quando uno viene attaccato, 10 prendono il suo posto."

François Crépeau, l'Inviato speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani dei migranti, monitora da anni la situazione. Quando l'ho incontrato nel suo ufficio di Montréal, ha detto che l'idea di chiudere i confini è un'illusione, qualcosa che non ha mai funzionato nel corso della storia. È impossibile controllare perfettamente i fiumi, le montagne e i mari che formano i confini europei: l'obiettivo del controllo di frontiera - ha detto - è di conoscere chi entra nel territorio, mentre costringere le persone a passare dai trafficanti produrrebbe l'effetto contrario.

Foto di Alexia Tsagkari

Per Crépeau, è chiaro che serve un nuovo modo di gestire le migrazioni e l'asilo. Ha fatto l'esempio del proibizionismo negli Stati Uniti durante gli anni Venti per spiegare la sua posizione. "Per dieci anni, gli Stati Uniti hanno avuto un enorme mercato nero degli alcolici, con trafficanti e criminali. Come hanno risolto il problema? Hanno legalizzato, regolamentato e tassato." Lo stesso vale quando si ha a che fare con le migrazioni di massa.

L'Unione Europea deve accettare il fatto che non c'è confine abbastanza solido da ridurre il numero di persone pronte a morire per cercare una vita migliore. E i leader europei devono accettare che quella nota come la "crisi migratoria" è in realtà un sintomo della loro crisi di coscienza, del fallimento di esercitare i principi sui diritti umani su cui l'Unione si fonda — che vogliano ammetterlo o meno.

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