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Política

Escludere i fascisti dal Salone del libro era l'unica cosa da fare

Lasciare spazio ai fascisti in nome di una falsa equivalenza “democratica” non ha senso.

di Leonardo Bianchi
09 maggio 2019, 10:29am

Francesco Polacchi. Grab via Facebook.

Ieri sera—all’ultimo momento utile, e dopo una settimana di polemiche e tentennamenti—il Comune di Torino e la Regione Piemonte hanno preso la decisione di escludere Altaforte Edizioni (la casa editrice di CasaPound) dal Salone Internazionale del Libro, che inizia proprio oggi.

La decisione è maturata dopo l’esposto per apologia di fascismo presentato due giorni fa contro Francesco Polacchi, militante di CPI ed editore di Altaforte, su cui la procura di Torino ha aperto un’inchiesta. “La situazione che si è venuta a creare,” si legge in una nota, “rende impossibile lo svolgimento della lezione agli studenti di Halina Birenbaum, sopravvissuta ai campi di concentramento nazisti, e alla forti criticità e preoccupazioni espresse dagli espositori in relazione alla presenza e al posizionamento dello stand di Altaforte.”

In sostanza, continuano, si è resa necessaria la tutela dell’immagine del Salone, “la sua impronta democratica e il sereno svolgimento di una manifestazione seguita da molte decine di migliaia di persone.” Per Nicola Lagioia, direttore editoriale del Salone, l’assenza di Birenbaum “sarebbe stata uno sfregio per l’evento e per Torino.”

Polacchi ha annunciato che farà causa per la rescissione del contratto, e questa mattina si è presentato fuori dai cancelli con alcuni libri in mano contro il “pensiero unico,” mentre i pezzi smontati del suo stand giacevano fuori dalla struttura.

Molti scrittori e intellettuali che nei giorni scorsi avevano annunciato la loro defezione, invece, hanno fatto sapere che andranno a Torino. Il fumettista Zerocalcare, ad esempio, ha scritto su Twitter che “I nazisti stanno a casa e quindi ci vediamo al salone di Torino!” In un’intervista al Corriere della Sera, Halina Birenbaum l’ha ribadito per l’ennesima volta: “Non avrei mai potuto trovarmi nello stesso spazio di chi diffonde un’ideologia che ha prodotto solo sofferenza e morte.”

Come abbiamo scritto ieri, insomma, non si è mai trattato solo di regole—quelle per escludere dal Salone fascisti con un lungo curriculum giudiziario, infatti, ci sono sempre state fin dall’inizio. È sempre stata una questione politica e culturale, che tira in ballo almeno tre nodi molto delicati.

Il primo è quello della “libertà d’espressione”—uno dei grimaldelli polemici usati dall’estrema destra e da editorialisti “moderati.” Lasciando fuori Altaforte, sostengono, si commette un torto alla democrazia. Ma quello della libertà d’espressione non è un campo neutro, perché un’opinione non è mai perfettamente equivalente a un’altra opinione.

In alcuni casi, rileva il collettivo Wu Ming in un post su Giap, “ci sono idee alle quali non si può concedere la dignità del dibattito, perché rappresentano la negazione di ogni dibattito e lo hanno dimostrato in mille occasioni.” E le idee fasciste non sono semplici “idee,” delle quale “discettare belli comodi, seduti sul divano”; nelle strade, quelle stesse idee si trasformano in aggressioni, prevaricazioni, violenze e odio concreto verso i più deboli— come stiamo assistendo in questi giorni a Casal Bruciato, a Roma.

Inoltre, la miopia del mettere sullo stesso piano qualsiasi opinione può pure avere effetti tragicomici—come dimostra plasticamente questo tweet del giornalista “centrista” per eccellenza, Pierluigi Battista, che per il solo atto di poter reperire con facilità i libri di Altaforte testimonia che non c'è nessun "bando" o "censura."

Il secondo punto, invece, è l’argomentazione dell’“aver dato visibilità” a qualcosa che altrimenti sarebbe rimasto sconosciuto; o, come dicono altri, di aver fatto “una campagna pubblicitaria” a costo zero per cui Altaforte dovrebbe solo ringraziare.

Anche qui, c’è un enorme errore prospettico: Altaforte gode già di appoggi istituzionali (uno è la Regione Veneto, nel caso di un fumetto sulle foibe distribuito nelle scuole) e mediatici, che sono indipendenti dalla “visibilità”; anzi, si nutrono alla grande del clima di indifferenza generalizzata. Tant’è che i suoi autori vanno regolarmente in televisione nelle vesti di “esperti,” e nessun conduttore o ospite spiega mai cosa si celi dietro quel logo.

Tra l’altro, non tutta la visibilità è sempre positiva: molte persone ora sapranno che quella casa editrice non è una normale casa editrice, ma il ramo “culturale” di un partito fascista, guidato da una persona con alle spalle aggressioni e pestaggi. È ovvio che c’è sempre il rischio di sovraesporre qualcosa. Eppure, come dice Birenbaum, “è un rischio che bisognava correre. Era inaccettabile dire di sì per assecondare una falsa idea di democrazia.”

Il terzo punto, infine, è quello più odioso: l'inversione dei ruoli. Nel senso che, magicamente, gli antifascisti diventano “fascisti” tout court; e i veri fascisti passano per vittime democratiche di un sistema totalitario.

È il solito refrain del “fascismo degli antifascisti”—una formuletta utile solo a buttare in vacca ogni discussione. Ed è usata non solo dall’estrema destra, sempre pronta a frignare per presunti “soprusi” nei suoi confronti; ma pure da “sovranisti” e “garantisti.”

Riferendosi all’esclusione di Altaforte, Paolo Becchi ha parlato addirittura di “censura fascista,” mentre Annalisa Chirico ha scritto che “il fascismo degli antifascisti, esibito a Torino da intellò e politici che corrono in procura, è solo carburante per Matteo Salvini.”

Traducendolo in maniera brutale, si sta dicendo chiaro e tondo che Halina Birenbaum è una “fascista” nella stessa misura di chi l’ha spedita ad Auschwitz. Non serve spiegare quanto sia delirante una simile posizione, no? E infatti, era proprio questa la linea di demarcazione tracciata dal Museo dell’Olocausto: o noi, o gli eredi politici di chi ci ha mandato nei campi.

Al di là delle magagne, delle indecisioni e della pavidità dell’organizzazione, l’esclusione di Altaforte dal Salone segna un precedente—soprattutto per chi organizza eventi culturali (e non solo). Ed è il seguente: se si vogliono i fascisti, se si lascia loro lo spazio in nome di una falsa equivalenza “democratica,” allora non si possono contemporaneamente avere antifascisti e sopravvissuti all’Olocausto. Non è difficile da capire, no?

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