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Perché le Olimpiadi di Roma non mancheranno a nessuno

I grillini esultano, il comitato promotore si dispera e il PD parla di occasione mancata, ma a Roma restano gli stessi problemi. Ecco come si è arrivati alla rinuncia alla candidatura di Roma per le Olimpiadi del 2024.

di Leonardo Bianchi
22 settembre 2016, 1:13pm

È capitato a tutti di organizzare una grande festa in casa, no? All'inizio le intenzioni sono le migliori, e le procedure per ridurre i danni sono seguite scrupolosamente—si fa una grossa spesa al supermercato, si toglie l'argenteria, si spostano i mobili e si mette un bigliettino nell'ascensore per informare i propri vicini che si farà un po' di casino, ma che se vogliono passare sono i benvenuti (chiaramente non viene mai nessuno).

Quando tutto sembra andare per il meglio, a un certo punto la situazione sfugge di mano e degenera: arrivano gli imbucati, qualcuno ruba qualcosa, l'alcol finisce troppo presto, ci sono mozziconi ovunque. Certo, alla fine magari ci si è anche divertiti; ma restano i danni da pagare, l'intero condominio che è inferocito con te, e una lunga serie di rotture che si trascineranno a lungo.

Ecco: le Olimpiadi dell'era moderna sono più o meno lo stesso, ma in una scala infinitamente più grande. Studi su studi e articoli su articoli hanno dimostrato che le città che le ospitano hanno un ritorno disastroso, finendo puntualmente in una spirale di debiti e sprechi. Le ultime Olimpiadi di Rio sono costate 12 miliardi di dollari, e gran parte di questi soldi sono finiti nelle tasche di chi era già ricco. Le Olimpiadi di Atene del 2004—per fare un altro esempio eclatante—sono ormai considerate l'atto iniziale della più grave crisi economica che ha colpito uno stato membro dell'Unione Europea.

Nulla faceva presagire un destino diverso per Roma 2024, una città che negli ultimi anni è stata ampiamente funestata dalle grandi opere (ricordate i mondiali di nuoto del 2009? O la Vela di Calatrava?). Al netto della propaganda del comitato promotore—secondo la quale si sarebbero addirittura ricoperte le buche—e quella renziana, i dossier critici sulla candidatura olimpica della Capitale avevano evidenziato quanto fossero vaghe e immaginifiche le proposte contenute nella "vision" della candidatura.

Di veramente concreto, invece, c'era l'imbarazzo che suscitavano certi nomi del comitato promotore; e soprattutto i precisi interessi economici che stavano dietro a certe scelte e certi luoghi—su tutti la costruzione del Villaggio Olimpico a Tor Vergata, che secondo l'ex sindaco Ignazio Marino era stata "ossessivamente caldeggiata da Giovanni Malagò, da Luca Cordero di Montezemolo e suppongo da Matteo Renzi."

Ne sto parlando al passato perché ieri, come noto, Virginia Raggi ha annunciato il suo Grande Rifiuto, e citando le recenti defezioni di Amburgo e Boston ha detto che "è da irresponsabili dire sì a questa candidatura." La decisione era comunque scontata ed era stata più volte indicata da Beppe Grillo sul blog; ma è fin troppo evidente che il No sia servito a Raggi per ricompattare il Movimento in un momento di difficoltà.

Proprio per questo, deputati e simpatizzanti del M5S hanno festeggiato l'evento come se fosse stato gettato l'Anello nel Monte Fato, e Alessandro Di Battista ha scritto che Raggi ha resistito alle pressioni "inimmaginabili" di "palazzinari senza scrupoli presidenti del CONI in attesa di rielezione e giornali di proprietà di Caltagirone." Su Facebook, intanto, la sindaca si è trasformata in una specie di Power Ranger anti-Casta.

A non prenderla altrettanto bene è stato invece il comitato promotore—come si può evincere dalla homepage di Roma2024.it di queste ore.

Citando tutte le occasioni perse—i posti di lavoro, la riqualificazione urbanistica, ecc.—il comitato si rammarica soprattutto di "dover raccontare ai nostri figli, con la morte nel cuore, come la nuova classe dirigente che governa Roma non abbia il coraggio di assumersi la responsabilità del loro futuro."

La mancata occasione per il "futuro" torna anche nelle parole di diversi esponenti del PD, che nell'ultima campagna elettorale per le amministrative avevano puntano molto sul sostegno alla candidatura. "Il no alle Olimpiadi è uno schiaffo al futuro di Roma: così i romani perdono opportunità di sviluppo, di crescita, di lavoro," ha twittato Matteo Orfini. Lo sfidante di Raggi alle comunali, Roberto Giachetti, ha detto che il M5S è "incapace di governare" e "ha deciso di fare un dispetto pesantissimo alla città di Roma."

La persona più arrabbiata di tutte è sicuramente il presidente del CONI Giovanni Malagò, ha parlato di "demagogia e populismo," attaccato duramente i Cinque Stelle ("ora dovranno assumersi le loro responsabilità") e promesso di chiedere i danni erariali visto che il comitato promotore ha speso 10 milioni di euro per portare avanti la candidatura. Tutto ciò, peraltro, è arrivato dopo che il presidente del CONI ha aspettato invano più di mezz'ora nella sala d'attesa Raggi, che nel frattempo era tranquillamente a pranzo in un ristorante in piazza Indipendenza.

L'occasione di umiliare pubblicamente personaggi del genere era fin troppo ghiotta, e non ci vuole molto a rendersi conto di quanto una cafonata istituzionale del genere sia stata apprezzata dai sostenitori del M5S. Al contempo, è su questo punto che si deve aprire un altro capitolo: quello sulle modalità con cui si è arrivato al No, che in decisioni di questo tipo contano eccome.

Anzitutto, non si può trascurare che nel dicembre del 2015 Luigi Di Maio aveva detto chiaro e tondo che "sosterremo la candidatura di Roma alle Olimpiadi solo se vinceremo noi le elezioni nella capitale." Inoltre, durante la campagna elettorale, la sindaca aveva dichiarato che si sarebbe tenuto un referendum per consultare i cittadini. Ieri la questione è stata liquidata con queste parole: "Il referendum sulle Olimpiadi i romani lo hanno già fatto, in quasi 800mila hanno scelto il loro voto."

Be', non proprio: stando a diversi sondaggi, non tutti i romani erano contrari alle Olimpiadi; se ne poteva discutere, insomma. Il problema è che la città non è mai stata veramente coinvolta in questa discussione, perché tutte le parti in gioco si erano già fatte i loro calcoli economici e politici. In questo senso sono d'accordo con quanto scritto dal segretario dei Radicali Riccardo Magi, secondo il quale la consultazione avrebbe aperto "un dibattito pubblico sui costi e i benefici reali della candidatura [...], fatto emergere i limiti del progetto del Coni e per questo offerto l'opportunità di superarli, guardando all'eredità duratura dei Giochi per tutti i cittadini e non ai guadagni di pochi."

Ma in fondo una strada del genere non è mai stata presa veramente in considerazione—nonostante l'assessore all'urbanistica Paolo Berdini avessero fatto trapelare qualche apertura, e sottolineato come un processo del genere si potesse anche governare, poiché le "occasioni della straordinarietà possono essere utilizzate per il governo ordinario delle cose, l'ordinarietà."

Alla fine, dunque, la rinuncia alla candidatura è stata da un lato una promessa mantenuta, mentre dall'altro ha mostrato che almeno un gesto simbolico è stato fatto. Anche perché sui gesti concreti—tipo la nomina del nuovo assessore al bilancio, solo per citarne uno—sono ancora tutti quanti in attesa.

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