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Cartoline dalla prigione

Sorridi, sei dietro le sbarre!
10.6.12

Se il mondo sembra tutto rose e fiori, tenete a mente questo dato: negli Stati Uniti ci sono più di sei milioni di persone sotto "supervisione correzionale", a cui si aggiungono i due milioni e mezzo che si trovano in prigione. Di fronte a numeri così alti, è facile pensare alla miriade di sottoculture che popolano le celle. Alcune sono talmente particolari che in pochi ne sono a conoscenza, se non coloro che ne fanno parte. Una di queste è legata al "click clik", la pratica di fotografare i carcerati di fronte a sfondi dipinti a mano per farne cartoline da spedire ad amici e familiari. Sono i prigionieri a occuparsi dell'intero processo, dalla realizzazione degli sfondi agli scatti, e sebbene le immagini siano utilizzate esclusivamente per comunicazioni personali, possiedono l'eccentricità, la stranezza e l'impressionante carattere dell'arte grezza. David Adler, un artista, critico e produttore di documentari che occasionalmente tiene corsi in carcere, si è imbattuto nel "click click" qualche tempo fa e ne è rimasto affascinato, tanto da iniziare a raccoglierne esemplari dalle carceri di tutto il Paese. Alcuni degli scatti sono stati trasformati in un'installazione alla Clocktower Gallery a Manhattan (ironia della sorte, la galleria si trova all'ultimo piano di un tribunale). Dopo averla vista, ho chiamato David per saperne di più.

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VICE: Ciao David, hai scoperto queste immagini in uno dei carceri in cui insegnavi. Come è successo?
David Adler: Nella stanza delle visite c'erano diversi murales davanti ai quali i carcerati si facevano fotografare. Ho chiesto al direttore, e lui mi ha detto "Non fa parte dei nostri programmi ricreativi. È un servizio che offriamo ai carcerati." Ho pensato fosse un'usanza propria di quella particolare prigione. Poi, una volta, a una festa a cui partecipavano diversi attivisti per i diritti dei carcerati, ho incontrato un prete che mi ha spiegato come il fenomeno fosse diffuso in tutte le prigioni dello stato di New York. "Lo chiamano programma 'click-click', ma non gli fanno una grande pubblicità." Quando ho contattato l'ufficio stampa delle prigioni dello stato di New York, infatti, ne hanno negato l'esistenza. Ma non è così! Fa parte della cultura carceraria, tanto nelle prigioni federali quanto in quelle statali. Ho pensato "Wow, è una sottocultura enorme." Mi piace il fatto che siano gli stessi carcerati a occuparsene.

È un programma ufficiale? 
Varia di Stato in Stato. Penso che sia classificato più come un servizio. Fa parte della vita carceraria, e in prigione è una cosa così ordinaria che non riescono a credere che io ne parli. Ma, allo stesso tempo, vista da fuori è così straordinaria che non riesco a capire perché nessuno ne parli. È un sistema artistico che mi incuriosisce enormemente. Sì, perché al di là della sociologia che ci sta dietro, di fatto penso che le immagini siano arte. Il fatto sconvolgente, e che credo noterai, è che i carcerati non sembrano minacciosi. Di solito la gente si aspetta tipi assurdi, sullo stile delle foto di Annie Leibovitz con qualcuno con lo sguardo furioso rivolto verso l'obiettivo e il dolore negli occhi.

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Ovviamente vogliono sorridere e avere un bell'aspetto davanti all'obiettivo, come chiunque altro. Però alcuni sembrano piuttosto abbattuti.
Lo sono. C'è una certa componente di tristezza. Parte di questa deriva dal fatto che provano a non sembrare minacciosi, ma dei 'buoni borghesi'. Molte caratteristiche degli sfondi delle immagini sono simboli della vita borghese, come le scene di spiaggia, che i carcerati non potranno mai vedere.

È come guardare ritratti di famiglie che stanno andando in pezzi. Almeno in foto, vogliono dare l'impressione che sia tutto a posto.
Esattamente. Mentre coloro che stanno all'esterno preferirebbero vedere il pathos dei loro tempi peggiori, questo è il modo in cui a loro piacere essere visti.

Come ottieni le foto?
È molto, molto facile. Scrivo ai carcerati. Ci sono siti per amici di penna carcerati, o siti per attivisti. Devo dire che ho qualcuno che mi aiuta molto in questo progetto. Si tratta di Emily Horrowitz, una criminologa molto coinvolta nell'attivismo.

Ci sono degli sfondi che ricorrono?
Innanzitutto ci sono le peculiarità geografiche-sfondi di ponti coperti nel New England, cowboy nel Sud Ovest, e un bel po' di montagne nel Nord Ovest. Il mio prossimo passo per questo progetto è l'avvio di un centro di studi a livello regionale, perché è un fenomeno troppo esteso per una persona sola. I più comuni sono i dipinti con uno sfondo indefinito, disegni astratti. C'è una ragione, ovviamente. Quello del "click click" non è un sistema libero; ci sono guardie incaricate della supervisione, a causa dei simboli delle gang. E si crede che proprio gli sfondi astratti siano indicati per nascondere la simbologia e passare inosservati. Ho anche alcune copie di sfondi.

Quelli veri, del carcere?
Me li ha mandati una guardia, sono enormi. Ho migliaia di foto e tre soli sfondi, ma uno degli obiettivi del centro sarà quello di collezionarne sempre di più, e per far questo, più che collaborare con i prigionieri dobbiamo collaborare con le guardie. Per il momento sono d'accordo. È un servizio che forniscono già ai carcerati, non una delle parti più oscure del sistema carcerario. Io lo definisco una delle parti più luminose.

Che materiali sono usati per fare gli sfondi? 
Quelli che ho io sono tutti su tela, ma ce ne sono anche su cemento. Una guardia si lamentava con me perché avevano trovato un bravo pittore di sfondi, gli avevano dato un po' di vernici, ma è venuto fuori che stava provando a rivenderle. Quindi il sistema non è privo di problemi. Non è una vita facile quella che fanno. È la prigione, e lo devi accettare. In alcune foto c'è un'incongruenza molto forte tra la delicatezza degli sfondi e il materiale su cui sono realizzati. Non ti senti trasportato nel guardarli. È cemento, e lì resterà.