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Ron Rosenbaum: È interessante, la forza di queste parodie. In qualche modo riescono a prendere un qualsiasi meme o fenomeno culturale e applicarlo ad Hitler, banalizzandolo. Eppure, nonostante si tratti di una parodia, la sua figura rimane in un certo qual modo maligna. Le parodie de La caduta non banalizzano Hitler e il male, ma banalizzano la sua banalizzazione.Sembra anche l'unico tipo di ironia sulla figura di Hitler che non viene considerato antisemita. Per esempio, quando Sacha Baron Cohen ha fatto uscire Throw the Jew Down the Well, l'Anti-Defamation League ha risposto con una lettera aperta in cui esprimeva preoccupazione per il fatto che qualcuno avrebbe potuto prendere la canzone alla lettera, come un incitamento a buttare gli ebrei nei pozzi. E il fatto è che guardando i commenti su YouTube, potrebbe avere ragione.
Non ho fatto molta attenzione ai commenti su YouTube.
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Penso che quelli che commentano su YouTube siano il peggio del peggio, il livello più basso tra la gente che commenta su internet. E questo la dice lunga. YouTube è una sorta di calamita per la stupidità, non mi sorprende che vi si possano trovare molti antisemiti.Sono d'accordo. Ma è facile minimizzare e dire che i sentimenti antisemiti appartengono soltanto a gruppi che si identificano come neonazisti, eppure tutto YouTube è pieno di commenti razzisti e negazionisti, lasciati da persone apparentemente "normali."
Be', questo è un po' il lato oscuro di internet. È il motivo per cui vengono pubblicati libri come I protocolli dei Savi di Sion e per cui le copie non autorizzate dei Mein Kampf hanno grande diffusione. Ma ogni tanto ci sono anche delle scintille di intelligenza. Prendi la Legge di Godwin, che dice che più una conversazione su internet prosegue, più la possibilità che Hitler o il nazismo venga utilizzato come termine di paragone si avvicina a uno—ad esempio, se la conversazione verte sul vegetarianesimo, ad un certo punto qualcuno tirerà sicuramente fuori il fatto che Hitler era vegetariano. La Legge di Godwin è molto interessante. Non penso che dovremmo impedire alla gente di utilizzare Hitler e il nazismo come termini di paragone, ma d'altro canto molto spesso vengono utilizzati in modo improprio. Ci sono casi futili in cui non puoi dire "È proprio come nell Germania nazista," perché non è così.
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Forse qui in America non sono in molti a considerarlo convincente, ma ci sono studi che affermano che siano molte le persone nel mondo che credono a quanto scritto nei Protocolli dei Savi di Sion, che è un testo che illustra una teoria del complotto secondo la quale gli ebrei dominerebbero il mondo. È il libro su cui si basa il Mein Kampf, circola molto su internet ed è stato tradotto in moltissime lingue. Ma penso che oggi il negazionismo sia molto più diffuso del nazismo—in un certo senso si tratta di una teoria del complotto, e quasi tutte le teorie del complotto hanno degli elementi in comune con il negazionismo. Si parte da un premessa strana, 'Scommetto che non crederesti alla mia versione nemmeno se potessi portare delle prove a suo favore', ed è proprio questo che fa sì che la gente inizi a chiedersi se la verità non sia un'altra. È affascinante quanto sia diffuso e resistente il negazionismo.È incredibile come alcune teorie che hai analizzato nella prima edizione del tuo testo, pubblicata 15 anni fa, resistano tuttora. Anche sono teorie ormai vecchie di 30 o 40 anni, se ne parla ancora sui tabloid e girano tantissimo su Facebook. Mi riferisco a quelle teorie sulla fuga in Sud America e simili.
In un certo senso, Hitler è sopravvissuto grazie alle teorie del complotto che affermano che sia sopravvissuto. Il mito della sopravvivenza di Hitler—l'idea che Hitler viva o che possa tornare a vivere—è ancora molto affascinante. L'altro giorno sono andato in libreria e ho comprato la nuova edizione de I ragazzi venuti dal Brasile, che è un romanzo che parla delle clonazione di Hitler. È quasi come se ci fosse la necessità di credere che sia ancora tra noi.
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Sì. Le teorie del complotto disorientano e danneggiano le persone, e nel caso di Danny Casolaro si può affermare che l'abbiano spinto al suicidio. Non significa che i complotti non esistano. I complotti esistono––l'assassinio di Giulio Cesare e di Abraham Lincoln, ad esempio, sono i due complotti più famosi della storia––ma bisogna giudicare caso per caso. Il problema sono le persone che, di fronte all'incertezza, reagiscono formulando teorie del complotto basate sul nulla. Teorie che spesso ostacolano anche la ricerca della verità. Quando mi sono messo ad indagare sulla tragica morte di Danny Casolaro, ho scoperto che era rimasto vittima di un gruppo di complottisti che l'avevano convinto che avesse trovato la soluzione di tutti i misteri e la spiegazione di tutte le tragedie dello scorso secolo. A un certo punto lui si è reso conto di non avere prove e ha affermato che presto le avrebbe trovate. A quel punto, credo si sia suicidato per creare l'illusione che qualcuno volesse metterlo a tacere.
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Dopo la sparatoria di Santa Barbara sono emerse varie teorie del complotto secondo cui la presunta omosessualità di Elliot Rodger sarebbe un segno del fatto che in realtà era un 'attore,' quando in realtà Rodger era stato bullizzato per anni perché sembrava gay. Sulla Fox uno psicologo ha parlato della possibilità che Rodger fosse omosessuale, scatenando feroci discussioni tra le varie fazioni di complottisti. I temi affrontati da Il mistero di Hitler sono universali, ricorrono in tutte le occasioni in cui ci confrontiamo con il male—gli scontri tra le diverse scuole di complottisti, i complotti che finiscono per ostacolare la ricerca della verità.
Oddio, ci sono stati un sacco di tentativi malriusciti di spiegare la psicologia di Hitler. Penso che quest'argomento tiri fuori il peggio degli psicologi televisivi. Quelli che cercano di psicanalizzare Hitler sono spesso molto narcisisti. Nel mio libro ho fatto l'esempio di due psicologi—uno che voleva dimostrare che Hitler era diventato Hitler perché veniva picchiato dal padre, l'altro determinato a dimostrare che la colpa era della madre, malvagia e iperprotettiva. Come se tutti quelli che vengono picchiati dal padre e hanno una madre iperprotettiva poi diventano Hitler. Se così fosse, saremmo nei guai. Il fatto che tutti gli psicologi, gli psicostorici e gli psico-qualsiasi cosa che hanno provato a comprendere la psicologia di Hitler abbiano fallito è il fallimento di tutta la categoria. Loro prendono le loro teorie e cercano di applicarle a Hitler. Pensano che se la loro teoria sarà in grado di dimostrare per quale motivo Hitler è diventato Hitler, allora avranno dimostrato di essere dei geni.
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L'aspetto della tesi di Goldhagen su cui sono più scettico è la sua affermazione che sia esistito un "eliminazionismo antisemita", che abbia spinto i tedeschi a sostenere e a partecipare allo sterminio di massa. Sono scettico perché ci sono stati casi di tedeschi che si sono rifiutati di piegarsi a quest'ideologia. Il capitolo che mi piace di più del mio libro è quello sui giornalisti anti-hitleriani del Munich Post. Il Munich Post era un giornale socialista che ha parlato di Hitler a partire dal 1920, quando ha fatto la sua comparsa nell'agone politico, e durante tutta la sua ascesa. Questi giornalisti sono stati molto coraggiosi a opporsi a Hitler, che non esitava a far picchiare e a far uccidere i suoi oppositori politici. Ho trovato molto affascinante il fatto che in Germania non si conosca la loro storia. Sembrerebbero delle figure eroiche, eppure nemmeno i giornalisti tedeschi conoscevano la loro storia prima che io la ricostruissi e la raccontassi. Penso che sia accaduto perché la loro esistenza dimostra che i tedeschi non erano costretti ad aderire al nazismo come afferma Goldhagen, ma potevano opporvisi. Ci sono stati altri casi di oppositori del nazismo, come quelli di Martin Niemöller e della Rosa Bianca. Queste persone sono eroi e allo stesso confutano la teoria secondo cui gli stessi tedeschi siano stati in un certo senso vittime del nazismo.Una volta, durante il tuo corso all'Università di Chicago, hai detto di averci messo dieci anni per scrivere il libro e che scriverlo ti ha reso molto depresso, al punto che il tuo editore ha dovuto praticamente sottrarti il manoscritto per pubblicarlo perché avresti voluto continuare a lavorarci.
Non penso sia andata in modo così drammatico, ma di certo è un libro su cui ho lavorato per dieci anni e su cui avrei potuto lavorare per altri dieci. Penso che il mio editore sia stato saggio quando, a un certo punto, mi ha detto che il libro andava bene così com'era e che se avessi continuato a lavorarci non l'avrei mai finito.Dopo la pubblicazione della prima edizione del tuo libro sono stati scoperti alcuni importanti documenti contenenti nuove informazioni sulla figura di Hitler—come le sue cartelle cliniche e i diari della sorella. A tuo parere queste scoperte sono importanti per spiegarne la figura?
La cosa più importante e demoralizzante in cui mi sono imbattuto è stato il libro di Daniel Blatman, The Death Marches. Racconta di come, quando la guerra era praticamente persa e i campi di concentramento erano stati smantellati, le guardie dei campi abbiano torturato e ucciso decine di migliaia di ebrei, anche se farlo voleva dire condannare anche loro stessi. La dottrina nazista era troppo forte. L'altra cosa che trovo orribile del modo in cui la cultura del dopoguerra ha reagito a Hitler e all'Olocausto è la grande importanza assunta da quel genere narrativo che io chiamo 'l'Olocausto dei buoni sentimenti.' Ovvero quella tendenza a produrre dei film sull'Olocausto che rappresentassero dei commossi tributi alla natura umana, come La vita è bella—film che non rappresentano davvero le profondità della natura umana rivelate da Hitler.All'interno del tuo libro c'è una vasta sezione in cui classifichi i vari tipi di disperazione che le persone incontrano quando cercano di spiegare la figura di Hitler: disperazione probatoria, disperazione epistemologica e un terzo livello dove la disperazione si trasforma in ostilità nei confronti dello stesso processo di spiegazione.
Questo è uno dei punti chiave del libro. Il terzo livello di disperazione è la posizione di Claude Lanzmann. Lui crede che ogni spiegazione diventi una giustificazione. Se si tenta di spiegare la figura di Hitler ci si allontana dagli atti di Hitler, da chi era Hitler e si scarica tutta la sua responsabilità su una serie di fattori psicologici: aveva un nonno ebreo, leggeva i libri sbagliati, sua madre è morta per colpa di un medico ebreo, e così via. Si dà a questi fattori la colpa delle sue azioni. Lanzmann sostiene che ogni spiegazione è una giustificazione, come quando la gente per spiegare i serial killer dice 'Oh, erano degli psicopatici' oppure 'Oh, erano dei sociopatici,' come se dicendo così spiegassero davvero qualcosa. Non spiega nulla. Penso che alcune conclusioni riduzioniste derivate dalle neuroscienze costituiscano delle prove a favore della tesi di Lanzmann. Se avessimo a disposizione una risonanza magnetica del cervello di Hitler potremmo forse constatare un funzionamento anomalo di certe regioni del cervello e attrbuire a quello la colpa delle sue azioni. Io credo che Lanzmann abbia evidenziato alcune problematiche realmente esistenti quando si tratta di spiegare la figura di Hitler, ma credo anche che non dovremmo smettere di cercare una spiegazione per questo motivo. Io non penso di avere la teoria definitiva sulla figura di Hitler, il bosone di Higgs di Hitler, ma Lanzmann vuole che la ricerca si fermi e che non ci si chieda perché Hitler abbia fatto ciò che ha fatto. E io penso che il perché sia la domanda più importante, anche se per ora non si è ancora riusciti a dare una risposta.Penso che l'autoconservazione giochi un ruolo importante. È più facile accettare una spiegazione o rifiutare di porsi una domanda che non decidere di confrontarsi con uno o più di questi livelli di disperazione, o con l'incertezza.
Sì, be', io direi che mi confronto con tutti e tre i livelli.Segui Hamilton su Twitter.
