Cultura

Dentro la chiesa di Napoli in cui ex minori a rischio fanno boxe

Negli ultimi anni il quartiere storico di Napoli è molto cambiato, e la Boxe alla Basilica di Santa Maria alla Sanità ne è un esempio.

di Vincenzo Ligresti
06 agosto 2019, 8:29am

Tutte le foto di Claudio Menna.

Da luglio 2018, dozzine di ragazze e ragazzi si dedicano alla boxe nella sagrestia della Basilica di Santa Maria alla Sanità, nell'omonimo Rione di Napoli. Di primo acchito sembra una sistemazione un bel po' inusuale—e quella statua di San Vincenzo alato sembrerebbe confermarlo—ma se si conosce la storia recente del quartiere, considerato per anni tra i più difficili della città, tutto assume un altro significato.

Claudio Menna lo sa bene. Fotogiornalista, 33 anni, napoletano, Menna ha seguito sin dal primo giorno il progetto della palestra. Così da vicino, che ci si allena—impegni permettendo—due volte alla settimana.

L'ho contattato per farmi raccontare com'era e com'è oggi il Rione Sanità, cosa si prova nel "fare a pugni" in una chiesa, e come mai ha voluto documentare il tutto.

VICE: Prima di parlare nel dettaglio della palestra, mi racconti in che contesto è nata?
Claudio Menna: Da circa dieci anni il Rione Sanità sta vivendo una sorta di rinascita positiva, e ad oggi nel quartiere si contano diverse associazioni e progetti—tra cui l'Orchestra Sanitansamble, una scuola di teatro, le catacombe di San Gennaro e la loro nuova gestione—creati per dare un’opportunità di lavoro, di crescita personale e culturale ai ragazzini e ai minori a rischio del quartiere. Si vedono dozzine di gruppi di turisti passare ininterrottamente.

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La Basilica di Santa Maria alla Sanità è detta anche chiesa del Monacone. Con Monacone si intende San Vincenzo, l’unico santo rappresentato all'interno della Basilica con ali e aureola. Questo perché si dice fossero più i giorni in cui faceva i miracoli rispetto a quelli in cui non li faceva.

Mi dicevi che si parla anche di "Modello Sanità", un'espressione coniata per descrivere una rivoluzione "culturale" in un quartiere che è rimasto a lungo isolato. Da dove nasce questo isolamento?
Volendo trovare una data direi il 1809, quando viene costruito dai francesi l'omonimo ponte (ponte della Sanità) che collega il quartiere alla città. Il cavalcavia ha permesso sì la conservazione dell'identità architettonica sei-settecentesca che incita attualmente il turismo del Rione, ma lo ha indubbiamente escluso dalla città stessa, creando una sorta di enclave abitativa. Anche per questo è stata a lungo roccaforte di tante famiglie malavitose.

La notte ragazzini provenienti da altri quartieri (rivali del Rione Sanità) vengono ancora in "paranze" a sparare in aria, creando panico e terrore tra i residenti, ma si combatte affinché i risultati raggiunti non intacchino la rinascita in atto.

Mettendo in conto che per i cambiamenti ci vuole tempo, possiamo dire che questo processo è nato proprio grazie a una spinta dal basso? Da chi è stata indirizzata?
Da Don Antonio Loffredo, un prete che circa 15 anni fa si è trovato a gestire le cinque chiese del Rione, e con lungimiranza ha compreso che beni e immobili abbandonati—o persino le sagrestie—potessero essere riutilizzati e valorizzati.

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Si tratta di un personaggio sui generis, nel senso positivo del termine. Per farti capire: durante una recente predica, nel periodo in cui si parlava molto di Carola Rackete, ha ricordato di quando San Gaudioso, a cui sono dedicate altre catacombe del Rione [e che era berbero], venne accolto a braccia aperte nel 455 D.C a Napoli.

È una di quelle persone che capisce quando hai bisogno di una parola di conforto, ma te la dà come uomo, non perché indossa un abito talare. Recentemente, per le sue capacità di creare lavoro e progettuali, ha ricevuto addirittura una laurea ad honorem in architettura dall’Università Federico II di Napoli. È, ovviamente, molto amato da tutti gli abitanti del quartiere.

E, quindi, questa palestra di boxe com’è nata?
Sono stati i ragazzi più piccoletti del Rione a richiederla ai più grandi—molti mediatori, educatori, alcuni ex delinquenti—che a loro volta l'hanno richiesta a Don Antonio. Così alla fine quest’ultimo ha coinvolto il reparto sportivo della polizia di Stato, le Fiamme Oro e fatto spazio nella sagrestia della Basilica.

La palestra è gestita dai due maestri Vincenzo Picardi e Donato Cosenza, delle Fiamme Oro e campioni internazionali di boxe. Ci sono anche cinque tutor, che hanno la capacità di portare i ragazzini un po’ più problematici dalla strada all’interno della sagrestia.

Mi hai detto che tu ti alleni con loro sin dall’inizio.
E ti assicuro che non è stato facile. Avevo fatto alcuni anni di boxe in precedenza, ma riprendere e doversi confrontare con ragazzoni di 18/20 anni è faticoso. Io sono un po’ più anziano [ride].

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Quali sono gli insegnamenti che si possono trarre da questo sport? Soprattutto in questo contesto?
I due maestri spiegano sempre alle ragazze e ai ragazzi che la costanza e gli allenamenti sono importanti, che magari tra loro può spuntare pure uno dei prossimi campioni italiani, ma che la cosa da tenere sempre a mente è che è uno sport importante per migliorare se stessi: da un punto di vista fisico, etico, del rapporto con il prossimo, civico—perché rispetto significa anche seguire le leggi fuori dal ring. Non è raro sentire i maestri dire anche cose come: “mettetevi il casco sullo scooter” o “non prendetevi a mazzate per strada, perché sennò non metterete mai più piede in questa palestra.”

A tal proposito, per far capire anche un po’ il contesto da cui provengono i ragazzi, ho inserito come apertura del progetto delle foto che mostrano quanto una ricorrenza tradizionale e per famiglie come quella del Ceppo di Sant’Antonio—che si basa sul dare vita a enormi falò il 17 gennaio nelle piazze dei quartieri del centro storico—si sia trasformata alle volte in una guerriglia tra bande di ragazzini.

Ma, per l’appunto, c’è stato un momento in cui i ragazzi hanno capito che la via che proponeva padre Antonio poteva essere un'alternativa valida?
Nel 2015 vennero dei ragazzi di un altro quartiere a fare una stesa. Per errore, venne ucciso Gennaro Cesarano—un ragazzo di 15 anni che era molto amico, per dire, di alcuni dei ragazzi che oggi si allenano con noi.

L’accaduto ha fatto capire agli stessi ragazzi, che stavano per strada a fare guai, che la vita è preziosa. E quindi in molti si sono aggregati a queste realtà.

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Come si fa a far convivere iniziative lodevoli del genere col fatto che la realtà del quartiere è ancora complicata?
Ormai la presa di coscienza da parte degli abitanti del quartiere è forte. Si è capito che solo con un movimento popolare si può riprendere il quartiere togliendolo alla malavita. Le associazioni, le fondazioni e Ong che operano lì sono un unico tessuto organico che pur occupandosi di materie differenti, con progetti differenti, hanno uno stesso focus, ovvero i minori e il loro futuro.

È indubbio che episodi come le stese degli ultimi mesi siano episodi sgradevoli, ma tutti in coro ci si sono schierati contro. Lo stesso turismo, del resto, ha trasformato il quartiere incrementando notevolmente l'economia del Rione.

In questa prospettiva, cosa c’è nel futuro della palestra?
A voler essere esatti, al momento ufficialmente la palestra non è né una palestra, né un’associazione, né niente. Ma le cose dovrebbero cambiare a breve. Dopo una serie di sopralluoghi, dovrebbe essere trasferita in una struttura più spaziosa e attrezzata, sempre nel Rione Sanità.

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