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Salute

Mi hanno diagnosticato la depressione quando avevo otto anni

"In quarta elementare, farmi alzare dal letto era una battaglia quotidiana tra me e i miei genitori. Cominciai a fare fatica a camminare e a soffrire di terribili emicranie."

di Kieron Passaway; illustrazioni di Owain Anderson; traduzione di Giacomo Stefanini
03 ottobre 2019, 9:26am

L'autore da bambino; collage di Owain Anderson.

Ripensandoci, ero sempre stato depresso. Mentre gli altri giocavano, io mi isolavo. Non ero il monello che stava simpatico ai papà, né il bravo bambino adorato dalle mamme. Ero un bimbo ostinatamente singolare, difficile da capire e fastidiosamente malinconico. Una volta iniziata la scuola, mi feci subito notare come un'anomalia e iniziai a essere preso di mira dai miei compagni.

A otto anni, all'inizio della quarta elementare, farmi alzare dal letto era una battaglia quotidiana tra me e i miei genitori. Cominciai a fare fatica a camminare. Ero preso da terribili emicranie e facevo avanti e indietro dallo studio medico, dove il dottore faceva ipotesi su ipotesi su cosa non andasse in me. La depressione non fu mai menzionata, nonostante il mio comportamento, più che altro perché ero troppo giovane. Con il peggiorare della mia situazione, la preoccupazione dei miei aumentava, e aumentavano anche le visite dal medico. A un certo punto arrivarono a credere che avessi un tumore al cervello. Feci una TAC e il risultato, ovviamente, fu negativo.

La depressione finì per prosciugare ogni piccola riserva di gioia che avevo. Volevo solo stare nella mia stanza, con le luci spente e le tende tirate, lontano dalla scuola e dalla mia famiglia. Capivo la mia stanza e capivo Dragon Ball Z e capivo il buio. Lì mi sentivo normale—non come a scuola, dove mi facevano sentire un alieno—e quindi lì volevo stare.

Nonostante le prove abbondassero, non avevo i mezzi per comprendere un tale tumulto interiore. Da bambino non fai introspezione. A quell'età e con quell'innocenza ti limiti a sentire, senza poter riflettere, capire o spiegare.

Nel Regno Unito, il 12,8 percento dei bambini e dei giovani (dai 5 ai 16 anni) ricevono una diagnosi clinica di un disturbo mentale e l'8,1 percento di questi casi sono disturbi emotivi (depressione e ansia). Ma se consideriamo che il 25 percento della popolazione del Regno Unito ha problemi mentali diagnosticati—e anche tutte le persone che non si fanno visitare da un professionista—e che tre su quattro problemi mentali cominciano durante l'infanzia, non sembra improbabile che quel numero sia in realtà molto più alto.

Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, il suicidio è la terza causa di morte per gli adolescenti. Quindi, il fatto che molti bambini depressi non ricevano una diagnosi è ancora più problematico, specialmente se teniamo presente che la depressione tende a peggiorare se ignorata e potenzialmente può dare adito a ulteriori patologie mentali.

Mentre sulla depressione negli adulti c'è una certa abbondanza di letteratura, tanto istituzionale quanto autoprodotta, sembra esserci un grosso buco quando si parla di bambini. Se cerchiamo su Google "depressione infantile" troviamo molti risultati, ma la maggior parte è composta da consigli per adulti a cui sono stati cambiati solo i riferimenti all'età. Per esempio, l'OMS scrive che, se un bambino diventa irritabile e socialmente distante, sta mostrando dei segni di depressione. Ma c'è un però: quelli sono anche comportamenti tipici della giovane età.

Questa opinione è condivisa dallo psicologo infantile Stefan Lüttke che, quando lo abbiamo intervistato, ha sostenuto che i criteri dell'OMS "non sono concepiti per bambini e teenager, ma per adulti." Dice che "per i bambini è perfettamente normale chiudersi in se stessi e cercare di evitare di andare a scuola," proprio come facevo io, e che "se il bambino rinuncia alle sue attività e abitudini preferite per almeno due settimane, allora è il caso di indagare sul perché."

C'è un crescente numero di psicologi e associazioni (MIND, Rethink Mental Illness) che diffondono informazioni simili, il che è un bene—anche se chiedere a un genitore di essere in grado di riconoscere i sintomi come se fosse un medico è comunque esagerato. Specialmente quando la risposta più semplice è così rassicurante: il bambino sta bene, sta solo crescendo.

Mia madre mi racconta che lei e mio padre decisero a ottobre della quarta elementare che mi avrebbero tenuto a casa da scuola fino all'anno nuovo, quando il piano era che io tornassi e tentassi di essere un vero ragazzino di otto anni che giocava a nascondino e cose del genere. Ho sempre preso le cose in modo molto letterale, quindi, allo scoccare della mezzanotte dell'ultimo dell'anno, fuggii. Lontano dalle decorazioni e dallo spumante, mi chiusi la porta alle spalle e corsi via finché non mi sentii al sicuro (ma arrivai soltanto in fondo alla strada).

Fu a questo punto che i miei si resero conto che c'era qualcosa di più oscuro in me. Quell'anno mi portarono di nuovo all'ambulatorio, ma questa volta mi fu diagnosticata la depressione, mi misero in terapia occupazionale, mi venne prescritto il Prozac e assegnato uno psicologo infantile.

Charlotte, 23 anni, che da bambina ha sofferto di depressione, sentiva lo stesso bisogno di nascondersi. "Volevo soltanto scomparire... La vita mi sembrava molto più brutta che bella," mi ha raccontato in un messaggio su Twitter. Dice che nonostante ne soffrisse fin dall'età di sette anni, non ha ricevuto una vera diagnosi prima dei 15, perché i suoi problemi erano stati sminuiti come tipici comportamenti da ragazzina della sua età.

Si è trovata in una situazione simile anche Molly, che sempre via Twitter mi ha detto che la sua salute mentale era stata similmente ignorata, derubricata come "comportamenti da preadolescente" e "cose che passano".

Seppur i sentimenti di un adulto sono tanto vari e complessi quanto quelli di un bambino—forse anche di più—la maggior parte sa quali azioni rappresentano un segnale d'allarme, conosce il numero di un terapeuta nei dintorni o almeno sa chi dei propri amici chiamare in caso di crisi. Un bambino non ha questi strumenti; la diagnosi e il trattamento devono arrivare da altrove.

Quando mi sono trovato davanti uno psicologo infantile, dice mia madre, mi sono aperto e sono diventato un po' più "normale". Non avevo mai parlato di come mi sentivo, fino ad allora. Lo psicologo suggerì che fossi io a parlare indipendentemente, senza che mi venissero fatte domande-guida. Dovevo essere io a decidere, perché gli adulti spesso tendono a proiettare la propria idea di tristezza sui bambini, ponendo dei limiti alla loro coscienza.

Per fare questo utilizzavamo un sistema semplice: avrei girato il mio pupazzo di Simba verso mia madre quando volevo parlare. Lei aspettava per ore, seduta sul bordo del mio letto, al buio, sperando di vedere il muso di Simba. Di solito il momento arrivava verso le tre del mattino, dice. Straparlavo di chi amavo e perché, cosa volevo fare nella vita, chi mi mancava, chi mi faceva paura. Spesso parlavo finché non mi addormentavo. Per quanto importante per la gestione del mio problema, questo periodo fu molto duro per mia madre. Ogni giorno doveva stare sveglia finché non cadevo addormentato dopo aver pontificato per ore, per andare a letto e piangere finché non era ora di andare a lavorare, buttando via la nottata e, in un certo senso, la sua vita. Nella sua mente mi vedeva fragile come nessun altro. Un bambino senza difese, dice.

Mio padre dice che la difficoltà stava nel fatto che la depressione non si vede: non era come una gamba o un braccio rotto, un occhio nero, la tosse. Non c'era una prognosi. Tutto era interno e, per lui, non aveva una fine visibile, quindi si è spesso sentito disperato e arrabbiato. Mia madre aveva sofferto di depressione, cosa per cui lui non aveva provato alcuna compassione e che aveva sminuito per tutto il tempo. Ma dopo la mia diagnosi, si rese conto del potere assoluto e monolitico di una tale malattia, avendola vista con i suoi occhi consumare una giovane mente innocente.

Quando finalmente tornai a scuola, mia sorella era obbligata a occuparsi di me a ricreazione e pranzo. Tutte e due le mie sorelle si prendono cura di me anche oggi. La rete di sostegno rappresentata dalla mia famiglia oggi mi consente di considerare la depressione una parte integrante di me. È un sentimento di unicità che, per quanto tetro, ho imparato ad amare. Sono fortunato ad avere una relazione così sana con la mia condizione.

Molly dice che prova un simile sentimento di amicizia con la sua depressione oggi, anche se continua a soffrire. "Mi sento quasi fortunata, in un certo senso, per essere stata malata così a lungo," mi dice. "Ho molti amici che hanno iniziato a essere depressi da adolescenti, e a quel punto io mi sentivo in grado di sostenerli e aiutarli senza giudicarli, per via di quello che mi era successo da bambina."

Charlotte non ha ricevuto nessun aiuto di questo tipo. La sua depressione è cresciuta fino a diventare qualcosa di davvero grosso a causa della mancanza di consapevolezza e della negligenza; spesso veniva chiamata "drama queen" o "pigra". Non è mai stata in grado di riprendersi dalla depressione e oggi soffre ancora, ha anche tentato il suicidio più volte, mi dice.

Vent'anni fa, un bambino con la depressione era inconcepibile. Dieci anni fa era possibile immaginarlo. Oggi, sembra che stiamo iniziando a renderci conto che è un dato di fatto in molte giovani menti, una cosa che dovremmo essere preparati a gestire.

Quando parlo della mia famiglia può sembrare che io mi stia vantando di questa specie di benedizione, la fortuna di essere figlio di persone attente e compassionevoli. Ma oltre alla mia gratitudine verso di loro, il messaggio che mi interessa far passare è che l'ascolto e la cura possono avere un potere enorme. Oggi sto bene. Avrebbe potuto andarmi molto, molto peggio. Ma mi è andata bene, perché la mia famiglia ha capito come trattarmi, e questa è la cosa più importante.

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