Armi di seduzione di massa

A partire da Sofia Loren in "Ieri, Oggi, Domani", un viaggio negli strumenti di seduzione che il cinema ha utilizzato per valorizzare storie e personaggi, materializzando i sogni peccaminosi degli spettatori e plasmando i gusti degli italiani.

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apr 17 2014, 8:08am


Illustrazioni di Camille Vannier.

Passano gli anni, ma la sequenza di riferimento della seduzione cinematografica, tra pizzi, veli e guêpière, resta lo spogliarello di Sofia Loren in Ieri, Oggi, Domani di Vittorio De Sica. Ed è proprio da tale sequenza che voglio cominciare questo piccolo viaggio negli strumenti di seduzione che il cinema ha così abilmente utilizzato per valorizzare storie e personaggi, materializzando i sogni peccaminosi degli spettatori.

L’intimo, sia esso pizzo raffinato o una più ruvida corazza di borchie e cuoio, è, da sempre, un fattore scatenante del desiderio—non sempre e non necessariamente maschile. Di fatto, nel film citato, l’abbigliamento della Loren è studiato con gran cura per stimolare il cosiddetto ‘prurito’ dello spettatore dell’epoca: volano via una vestaglietta, le calze e ci si ferma al bustino. L’efficacia della sequenza risiede nella sensualità prorompente dell’interprete, nei movimenti, e persino nella reazione dell’eccitato Mastroianni. In breve, la regia e gli interpreti danno energia agli indumenti che, da soli, avrebbero ben poca forza.

In quanti film abbiamo visto simili o uguali accessori, ma senza passione, senza sentimento? L’erotismo nasce dalla mente, da ciò che il desiderio prefigura ancor prima di vedere. Christophe Gans (regista e autore, tra l’altro, di Il patto dei lupi che rivela, nella versione integrale, magnifiche immagini di Monica Bellucci fasciata da pizzi settecenteschi di sicura efficacia) raccontava: “A volte penso che il cinema sia un’invenzione degli uomini che l’hanno creato per poter guardare e filmare le donne a loro piacimento.”

Parlava dell’attrice giapponese Joko Shimada, nota per lo scandalo suscitato con Shogun per essere apparsa a seno nudo, circostanza rara nel suo Paese, nel film Crying Freeman. La sequenza in questione era castissima. L’attrice attraversava una stanza con un elegante kimono. Eppure, l’occhio della telecamera riusciva a darne un’immagine molto più eccitante rispetto a una scena poco successiva che mostrava un amplesso più che esplicito. L’abito, l’accessorio sono importanti, ma sono parte del racconto cinematografico, contano per ciò che evocano, non tanto per quello che sono in realtà. È questo che distingue l’erotismo, che è carne ma anche cervello, dalla pornografia.

Ricordo un film hardcore degli anni Novanta di Marc Dorcel con Carolyn Monroe. Una lunga (e a dirla tutta noiosa) inquadratura ginecologica mostrava il bordo di una calza firmato Dior. Dettaglio inutile, giacché tutta l’attenzione era sull’atto nudo e crudo. Se le calze fossero state “smarcate” non l’avrebbe notato nessuno.

Tornando al cinema “vero”, anche se d’intrattenimento, mi piace citare una scena da I miei primi quarant’anni, film dei fratelli Vanzina del 1987 con Carol Alt nei panni di Marina Ripa di Meana. Uno dei frammenti più indovinati mostrava la Alt nuda, di spalle, vestita solo di una lunghissima catena d’oro.

Il cinefilo è un voyeur. Minigonne, string, calze e sandali dai tacchi vertiginosi sono le armi del cinema erotico corrispondenti alle pistole dei film d’azione. Il costume intero di sottile tessuto bianco, trasparente all’acqua, che Ornella Muti indossa in La stanza del vescovo di Dino Risi per provocare Patrick Deware è l’equivalente della pistola costruita pezzo per pezzo da Eli Wallach in Il Buono, il Brutto, il Cattivo di Leone. Dettagli che allo spettatore non sfuggono mai.

La provocazione sessuale è stata il nerbo del cinema italiano per decenni. Se è vero che esiste una barriera, a tratti impalpabile ma reale, tra erotismo e pornografia, ne esiste anche una tra dramma e comicità. Il cinema italiano si è sempre contraddistinto nelle sue opere migliori per la capacità di mescolare il pianto e la risata. E, in questo campo, l’erotismo, suggerito o esplicito, ha giocato un ruolo importante.

Tra le immagini di culto di certo rimane Laura Antonelli in Malizia di Sampieri. Cameriera in bilico tra possesso e seduzione, schiava e padrona tra Turi Ferro e Alessandro Momo, è rimasta impressa nella mente degli spettatori con l’aiuto di una scala, un paio di calze e un grembiule. La cameriera è un classico tra le fantasie erotiche maschili, un po’ come tutte le categorie che vestono un’uniforme. Esiste, però, una notevole differenza tra il classico completo nero con crestina e grembiulino, spesso abbinati a calze velate di nero e decisamente poco pratiche scarpe con il tacco a spillo di moltissime commedie sexy degli anni Ottanta, indossate dalle varie maggiorate di turno da Edwige Fenech a Nadia Cassini passando per Carmen Russo e Lory Del Santo, e l’abito da lavoro della Antonelli.

Diverso il contesto e differente l’abbigliamento. Se riprendiamo i flani originali del film di Sampieri troviamo due variazioni dello stesso concetto. Il più celebre è, appunto, quello che mostra Laura Antonelli inquadrata dal basso sulla scala per lucidare i vetri, con indosso un abito d’epoca di tessuto stampato blu. In un’altra prospettiva sarebbe decisamente pudico, ma non in questa. Lo spettatore s’identifica con i protagonisti maschili e intravede le calze fermate con una giarrettiera (non potevano essere autoreggenti, considerata l’epoca della vicenda). Non si vede nulla di più, ma il grembiulino bianco allacciato in vita—che qualifica la ragazza come “serva”—e lo sguardo rivolto verso lo spettatore fanno il resto. È un’occhiata al tempo stesso indignata e tentatrice, la stessa che appare in un’immagine utilizzata per pubblicizzare il film, in cui vediamo la protagonista seduta sul letto con un simile vestito verde rimboccato mentre sta aggiustando le calze nere. Lo sguardo anche questa volta è rivolto fuori campo, verso Alessandro Momo sorpreso a spiarla dietro un pannello separato. S’intuisce indignazione, onore ferito, ma al tempo stesso una tacita promessa.

È questo vedo-non vedo giocato con pochi elementi che presi singolarmente non sarebbero particolarmente erotici. Un abito, un paio di calze, un letto, una scala. Ma è l’inquadratura che suggerisce una complicità tra l’uomo che spia indiscreto e la femmina-preda-dominatrice che compongono il nucleo centrale del film. All’epoca fu proprio questo alludere a relazioni proibite, tra ceti differenti e tra uomini e donne di età diverse, a creare tanto scalpore.

La coppia Antonelli-Momo riprese il medesimo spunto in Peccato veniale. Qui la lingerie della Antonelli si faceva più varia con un reggiseno a balconcino bianco con bordi merlati in rosa. Tutto, però, giocando sull’allusione. Alla fine Malizia resta l’esempio più efficace. Le calze nere o color carne e le giarrettiere erano indumenti comuni nelle donne italiane, nulla di particolarmente peccaminoso. Era il contesto a esserlo. E da quel momento in poi fu un profluvio di zie e governanti che intessevano relazioni “proibite” usando capi di abbigliamento intimo ma tutto sommato “normali”.

Differente, sempre seguendo il fil rouge dell’erotismo interpretato da Laura Antonelli, il caso dei film “dannunziani”, le pellicole drammatiche o persino grottesche ambientate all’inizio del secolo. Partendo da Mio Dio come sono caduta in basso! di Luigi Comencini sino a L’Innocente assistiamo a un mutamente dello stimolo erotico. Qui la lingerie di classe molto ricercata diventa protagonista. Nel primo dei film citati c’è una sequenza in particolare che gioca perfettamente tutte le carte del filone. Laura Antonelli, insoddisfatta nobildonna costretta a un casto matrimonio con Edoardo Lionello, cede durante una gita in auto al fascino del suo autista. Giovane e aitante, Michele Placido si presenta in divisa che, in un curioso ribaltamento dei ruoli, assume la valenza di un abbigliamento erotico. Stivali e marsina sono l’equivalente maschile di pizzi, mutandoni, bustini bianchi o neri, guêpière e reggicalze usati a profusione dalla protagonista. Diventa uno scontro alla pari nel quale il desiderio (quindi la fantasia dello spettatore, maschio o femmina che sia) si sublima non tanto nell’amplesso mostrato sempre per parafrasi quanto nei capi di abbigliamento, negli accessori.

Sullo stesso sentiero s’incamminerà con successo Tinto Brass, alfiere di un sesso vissuto con allegria, anche un po’ pecoreccio. Soprattutto ne La Chiave, versione italiana di un racconto erotico giapponese di Tanizaki, Brass porta nella Venezia d’inizio secolo eleganza, atmosfera e una visione dell’erotismo vagamente deviante. La Sandrelli che, spiata, si apparta sollevando le gonne per orinare e così mostra grazie e lingerie, provoca in maniera differente la fantasia dello spettatore. Nello stesso film si giunge al paradosso di Frank Finlay che si agghinda con reggicalze e bustino rosso.

Da queste immagini iconiche è scaturito un intero filone. Negli anni del softcore che anticipano la diffusione dell’hard più esplicito, il filone erotico dannunziano trova nell’opera di Joe D’Amato (vero nome Aristide Massacesi) un cantore di qualità. Decisamente meno sofisticati ma a modo loro efficaci film come Lussuria con Lilli Carati, strizzano l’occhio a La Chiave mostrando più esplicitamente il sesso, ma soprattutto una vasta scelta di pizzi, bustini, calze e velette rigorosamente neri.

Come sempre accade, più il prodotto diventa di largo consumo e si fa esplicito, minore è la cura del dettaglio e la provocazione si fa carnalmente più esplicita. Il sadomasochismo è parte della passione erotica e anche il cinema l’ha notato. Il filone “WIP” ossia Women in Prison, Donne in Prigione fa parte del fenomeno noto ai cinefili come “sexploitation”, genere particolarmente in voga sino all’inizio degli anni Ottanta e alla diffusione di massa dell’hardcore, non solo in Italia. In tutto il mondo si aggiravano le barriere della censura con film a volte mascherati da reportage o con sottese morali ma concepiti per mostrare, fino a un certo punto, ciò che era vietato.

Di certo storie di donne prigioniere, vessate e torturate erano molto gradite al pubblico. Finali consolatori e richiami alla morale erano solo etichette. Il vero piacere erotico era mostrare situazioni di giovani donne sottomesse da altre donne. Sopraffazione, rapporti saffici, sadomasochismo, a pizzi e merletti si sostituiscono cuoio e catene.

Nuovi accessori entrano in gioco, stivali e frustini prima di tutti. Icona di questo genere è Ilsa, giunonica capoguardiana delle SS interpretata da Dyanne Thorne dalle forme esagerate, i capelli biondi e un viso androgino, duro, rimasto emblema del WIP, anche se pochi hanno visto i suoi film. La Thorne, che studiò all’Actors’ studio e oggi vive a Las Vegas con il marito predicatore celebrando matrimoni lampo, girò solo quattro film del genere.

I tre capitoli di Ilsa (La Belva delle SS, La Belva del deserto, La Tigre della Siberia) sono una produzione canadese oggi di difficile reperibilità ma noti a tutti. Qui l’abbigliamento diventa predominante. Stivali al ginocchio, frustino, pantaloni da cavallerizza, giubba militare con mostrine varie e immancabile cappello da ufficiale con la visiera. Poco importa che fossero uniformi inventate, disegnate apposta per contenere a stento le forme della protagonista. In questo genere di pellicole erano elementi identificativi e immancabili. Anche nelle imitazioni la “qualità” della pellicola si distingueva dalla presenza fisica della capo guardiana. Ancor più del sesso e delle nefandezze varie mostrate che, a guardarle oggi un po’ fanno ridere. Alla tenuta marziale dell’aguzzina fa riscontro una curiosa visione dell’abbigliamento delle detenute. Queste, senza eccezione, sono sempre sexy, viziose e disposte a tutto pur di sopravvivere.

Se il capostipite del filone è 99 donne di Jesus Franco, il modello è stato ampiamente riproposto quasi uguale in tutti i paesi del mondo. Curiosamente le carcerate indossano sempre camicioni grigi inguinali, e sotto calze autoreggenti nere. Grazie a 99 donne Rosalba Neri diventa l’immagine emblematica delle prigioniere, ma i camici come quello sono indossati anche negli altri WIP, e sotto notiamo cache-sex e tanga in nero e in bianco, visto che alla fine quei camici finivano sempre per essere strappati via.

Abbigliamento un po’ bizzarro per le pazienti di una clinica per turbe sessuali come quella di Greta la donna bestia di Franco con la Thorne, forse meno nei più famosi film italiani del genere come Diario segreto di un carcere femminile (o Le ragazze del blocco 7), e i due film diretti negli anni Ottanta da Fragasso e Mattei, Blade Violent e Violenza nel carcere femminile. In quest’ultimo si distingue Laura Gemser, giornalista infiltrata tra le prigioniere, che indossa i ruvidi ma provocanti abiti d’ordinanza sul fisico scultoreo schivando con la bellezza la volgarità anche nelle situazioni più scabrose.

Il filone ha avuto epigoni in ogni lingua e Paese. In America si sviluppò in senso più avventuroso che erotico. Pellicola di riferimento è Black Mama,White mama–Donne in catene. Qui emergono di prepotenza la nera Pam Grier e la bionda Margaret Markov in fuga tra le paludi legate al polso da una catena con indosso unicamente magliette gialle e slip. Considerato che le due si odiano e spesso lottano nel fango potete immaginare l’effetto scenico. Anche qui i capi d’abbigliamento e gli accessori si ripetono, senza una particolare cura nel dettaglio ma con regole precise. Siamo ancora nel porno soft, quindi tutto si gioca sul vedo-non-vedo.

Un particolare sottofilone del WIP è il cosiddetto “Conventuale”. Vicende per lo più di ambientazione cinquecentesca con velleità d’ispirazione letteraria (Manzoni ma anche Stendhal e Diderot), in realtà lasciano libero sfogo a una delle ossessioni erotiche nostrane più consolidate. Se l’uniforme in sé sul corpo femminile stimola la fantasia (si vedano poliziotte, dottoresse, infermiere a cui accenneremo più avanti), scoprire cosa si nasconde sotto il velo monacale è una tentazione ancora più grande.

Tra tutti citerei Storia di una monaca di clausura di Domenico Paolella, che schiera due tra le (allora) più belle del nostro cinema. Eleonora Giorgi, monaca per forza, subisce una prima umiliazione all’atto dell’ingresso in Convento. Sotto la tonaca le viene imposto un corsetto di tessuto ruvido a stecche, non esattamente un cilicio ma di certo un indumento scomodo concepito per lasciare il segno sulla pelle della novizia. Qui, come in tutti i film della serie, il Convento diventa una prigione e non mancano le caratterizzazioni del WIP. La badessa è quasi sempre lussuriosa e sadica. Compaiono poi schiere di consorelle più che disposte a cercare piaceri saffici e non in ogni occasione.

Nel film citato oltre la scena della spoliazione della Giorgi che ci permette di vedere pizzi e sottovesti d’epoca ed è di per sé un piccolo capolavoro di striptease al contrario, c’è una scena di seduzione con Catherine Spaak che s’agghinda da uomo usando ciocche di capelli come baffi. Anche qui calze nere e tanga, contro ogni logica storica, diventano la divisa abituale delle monache. Fanno eccezione larghi camicioni di lino bianco destinati alla trasparenza nelle immancabili sequenze della doccia.

Eva Grimaldi in La monaca del peccato di Joe D’Amato, mostra abbinate alle solite calze a mezza coscia mutandoni bianchi della nonna che, addosso a lei, sono quasi più erotici dei tanga delle consorelle. Fanno da complemento tutta una serie di accessori da tortura tra i più stravaganti, dal ‘clisterone’ dell’inquisitore sino a un bizzarro strumento usato da Alessandro Gassman in Delitti e misfatti della monaca di Monza. Per sedurre la badessa, il giovane nobilastro lombardo le fa leccare una calamita che sembra avere effetto particolarmente sedativo a giudicare dalla febbre erotica che s’impadronisce della santa (si fa per dire) donna.

Il genere ha anche una sua deriva comica in tutta una serie di commedie ispirate al Decameron pasolinano. La suora interpretata da Edwige Fenech di La bella Antonia prima monaca e poi dimonia o La novizia interpretata da Gloria Guida fanno sfoggio immancabilmente di calze a mezza coscia e mutandine più o meno ridotte.

Come sempre, però non è l’abito che fa la monaca. Due esempi per tutti. Ornella Muti giovanissima in Le monache di Sant’Arcangelo sprizza sesso senza mostrare un lembo di carne nuda con il solo viso incorniciato dalla cuffietta e Barbara Bouchet è sontuosa immagine di bellezza femminile irraggiungibile nei panni della Badessa di Castro di Armando Crispino.

La commedia sexy all’italiana è un fenomeno tipico degli anni Ottanta. Si portava al cinema una serie di visi noti in TV aggiungendo massicce dosi di sesso, per la verità più suggerito che mostrato esplicitamente. Erano, alla fine, film per tutti o quasi, ultimo bastione contro il dilagare del cinema hardcore nei cinemini a luci rosse e in cassetta. Per molti fu la fine del cinema italiano, l’era del film barzelletta. Comparvero schiere di infermiere, questore, poliziotte, novizie, liceali, dottoresse del distretto militare, maestrine.

La lingerie e l’abbigliamento spinto erano parte fondamentale del prodotto assieme all’avvenenza delle interpreti, non potendo più parlarsi di regia e interpretazione. Grossa differenza per prodotti come quelli di Brass curati e veicoli di una sensualità intrigante. Basti ricordare il magnifico derrière di Claudia Koll nel manifesto di Così fan tutte che emerge da una canotta che pare disegnata appositamente per esaltarne la forma perfetta. O la minigonna di Monella, che si alza naturalmente sul sellino della bici mostrando gli slip.

Ma questo è cinema. La commedia sexy invece paludava le protagoniste con una verosimiglianza di uniforme, a volte ben studiata, ma che rivelava sempre capi di lingerie ad hoc. L’intimo era costruito sul fisico dell’interprete. I tanga di Nadia Cassini erano disegnati per i suoi glutei, reggicalze e reggiseni a balconcino per Carmen Russo erano un’uniforme quanto i calzettoni bianchi a righe erano concepiti per esaltare la malizia della liceale Gloria Guida. Persino Michela Miti, maestra di Pierino, aveva una sua tenuta d’ordinanza. Esteriormente baschetto, gonna sfatta ma sotto il ginocchio e maglioncini pastello. Sotto coordinati con giarrettiera. E poi dottoresse, o vigilesse, professoresse o infermiere finivano sempre sotto la doccia (sequenza immancabile) sotto la quale l’unico indumento era la pelle nuda.

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