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Chi governa davvero a Roma?

La notizia di un nuovo sgombero nel centro di Roma, quello del Cinema America Occupato, ha colto di sorpresa un po' tutti. Così, soprattutto ora, rispondere a questa domanda diventa veramente difficile.
Leonardo Bianchi
Rome, IT
4.9.14

Foto di Federico Tribbioli.

Trastevere è un quartiere di Roma che spesso e volentieri viene descritto come un'area presa in ostaggio da torme di giovani ubriachi che vanno in giro a fare knockout, bruciare motorini e copulare selvaggiamente nei portoni delle palazzine. Naturalmente, chiunque ci abbia passato qualche serata si rende conto di non essere in una specie di zona di guerra in cui gli AK-47 sono sostituiti dalle Peroni. Se si gratta appena la superficie di turismo, “movida” e sensazionalismo mediatico, poi, si scopre che negli ultimi anni c'è chi si è cimentato in una serie esperienze rivolte a dare al rione un’immagine diversa.

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Tra queste c'era il Cinema America Occupato—e uso il passato perché il 3 settembre la struttura è stata definitivamente sgomberata dopo due anni di occupazione. Tutto è iniziato verso le 7 di mattina, quando sulla pagina Facebook del Cinema America è apparso uno status che annunciava lo sgombero. Le forze dell’ordine, presenti con agenti e blindati, hanno trovato dentro il cinema solo un occupante (in pigiama) e l’operazione si è svolta senza il minimo incidente.

La notizia di un ennesimo sgombero nel centro di Roma ha colto di sorpresa un po' tutti, specialmente in un caso come questo: l'occupazione del Cinema America aveva sempre avuto il supporto del quartiere; e più di un'istituzione, incluso il Ministero della Cultura, ha appoggiato le rivendicazioni degli occupanti.

La storia di questo cinema inizia nel 1954, quando viene costruito sui resti della demolizione del vecchio Teatro Lamarmora su un progetto dell’architetto Angelo Di Castro. Le proiezioni cessano nel 1999, e per 15 anni, come molti altri nella Capitale, l’edificio versa in stato di completo abbandono. Nel 2004 una società lo acquista con l’intenzione, si legge in un volantino prodotto dagli occupanti, “di farne un palazzo da 36 mini-appartamenti e due piani di garage sotterraneo.”

Nel 2008 il Comitato Cinema America, formato soprattutto dai residenti di Trastevere, riesce a bloccare il piano. La richiesta di conservare la “destinazione sociale e culturale” dell’edificio, tuttavia, viene sostanzialmente ignorata e il cinema continua a rimanere vuoto. Questo fino al 13 novembre del 2012, giorno in cui un gruppo di giovanissimi attivisti occupa la sala per “restituire” il cinema al quartiere.

Nel corso dei due anni di occupazione—durante i quali si sono proiettati film (e partite della Roma), organizzate rassegne cinematografiche e promosse diverse iniziative—il Cinema America diventa un “punto di ritrovo degli studenti medi e della gente del quartiere” e viene sostenuto da alcuni nomi importanti del cinema italiano, tra cui gli attori Elio Germano e Toni Servillo e i registi Paolo Sorrentino e Francesco Bruni.

A un certo punto arriva anche il riconoscimento della politica nazionale: il 29 luglio del 2014 il Ministro della Cultura, Dario Franceschini, visita la struttura occupata e spiega che lo stabile sarà “vincolato” con una procedura che dovrebbe concludersi entro 90 giorni. La politica regionale e cittadina esulta: il Cinema America è salvo, e la demolizione della sala è sventata. Ma forse i festeggiamenti sono stati prematuri.

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Alla fine di agosto la proprietà pretende che lo stabile gli venga immediatamente riconsegnato e che gli occupanti siano cacciati. La stampa locale menziona anche una denuncia per omissione di atti di ufficio sporta nei confronti del prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, che non avrebbe dato seguito a un'ordinanza del gip (che autorizzava il sequestro e lo sgombero) datata 23 aprile 2013. Quello che succede nei giorni successivi conferma piuttosto palesemente che le richieste della proprietà sono state accolte.

Alla conferenza stampa indetta dopo lo sgombero in piazza San Cosimato, a due passi dal Cinema America, la principale preoccupazione riguarda il futuro: non è chiaro, infatti, quali siano i piani della proprietà; né tantomeno se questi piani si pongano in aperto contrasto con l’iter burocratico avviato dal Ministero della Cultura per vincolare l'edificio.

Valerio, uno degli animatori dell’occupazione, parla esplicitamente di “una prova di forza verso le istituzioni” fatta dalla proprietà, che ora però si “trova uno spazio vuoto, come tutti noi.” Ribadisce anche che il loro obiettivo non era quello di “utilizzare questo spazio come un centro sociale,” ma semplicemente di farlo restare un cinema. A tale proposito, nel corso dell'incontro gli occupanti avanzano la proposta di formare “cordata popolare” per riacquistare lo stabile e sventare l’eventuale cambio di destinazione d’uso, nel caso in cui la politica non riesca a trattare con la proprietà.

La totale assenza della politica locale è indubbiamente uno dei temi che la fanno da padrone nei vari interventi. Già nel corso della giornata, diversi consiglieri comunali e regionali avevano parlato di decisione “incomprensibile” che “rimarca l’assenza di comunicazione tra le istituzioni e chi a Roma è preposto alla gestione dell’ordine pubblico.”

Il vicesindaco di Roma, Luigi Nieri, ha riconosciuto che “i cittadini si sono riappropriati di uno spazio abbandonato di città con l’obiettivo di creare un centro di aggregazione a Trastevere,” e ha promesso che il Campidoglio vigilerà “per impedire ogni ipotesi di trasformazione dell’immobile.” Lo stesso Dario Franceschini, su Twitter, ha voluto rassicurare sul destino del Cinema America: “La prima battaglia i ragazzi del #cinemamerica l'hanno vinta. Gli atti per il vincolo di destinazione sono già avviati e quindi già operativi.”

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Mai come in questi mesi, tuttavia, si è avuta l’impressione che la politica romana sia stata completamente in balia degli eventi, quasi succube di decisioni prese da altri su questioni che, teoricamente, dovrebbero essere quantomeno gestite e risolte dalle istituzioni stesse.

Lo scorso giugno, un articolo de Il Tempo annunciava di “giro di vite contro le okkupazioni” deciso da magistratura e autorità amministrative “per aggirare l’inerzia della politica nell’affrontare l’emergenza.” Era in arrivo, sosteneva il pezzo, una “retata di sgomberi da parte delle forze dell’ordine degli edifici che a Roma sono stati invasi arbitrariamente da chi cercava un tetto sotto il quale dormire e da chi ha sfruttato questa disperazione per farne un business.”

Ci sono pochi dubbi sul fatto che quell’articolo si sia rivelato quantomeno profetico. Nel corso di questa estate, ad esempio, solo nel centro di Roma sono state spazzate via esperienze consolidate come l’Angelo Mai, l'ex cinema Volturno e il Teatro Valle Occupato.

Sono tutte esperienze diverse con le proprie caratteristiche, e come tali sono state trattate da chi ha deciso che dovessero finire. Ma alla fine di ogni sgombero—e particolarmente dopo quello del Cinema America, un caso in cui c’è stato l’intervento diretto di un Ministero—rimane una domanda a cui, ora come ora, è davvero difficile dare una risposta: chi governa davvero a Roma?

A prima vista sembra che a farlo non sia di certo il sindaco, che dopo la vittoria alle elezioni del 2013 è progressivamente sprofondato in un cono d’ombra mediatico e politico. La giunta di Ignazio Marino, inoltre, appare debole come non mai: il Partito Democratico di Roma sostiene Marino solo “perché non c’è alternativa,” ma per il resto è fortemente diviso al suo interno; i dipendenti comunali sono sul piede di guerra, e hanno scioperato più volte; e, soprattutto, la voragine nel bilancio del Comune di Roma non lascia grandi spazi di manovra.

Tutti questi fattori, sia interni che esterni, hanno determinato la completa assenza di progetto politico per il futuro abitativo e urbano della città, che attualmente galleggia piuttosto confusamente in un presente fatto di ordinaria amministrazione, interventi emergenziali e predominio di logiche da ordine pubblico.

E forse non ci si deve nemmeno stupire più di tanto: in una città dominata dalla speculazione edilizia e in cui ci sono più di 100mila alloggi completamente vuoti, è evidente che non ci sia il minimo spazio per temi quali riqualificazione urbana e diritto alla città. Tuttavia, non saranno certo i blindati della polizia a risolvere questa situazione.

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