Ciao Facebook, grazie e vaffanculo

Una storia d'odio e amore nei confronti del social network che probabilmente accomuna molti di noi.

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set 20 2012, 1:50pm

Bisogna riconoscerlo: a me, e a un buon numero di persone della mia età o più giovani, Mark Zuckerberg ha fatto un bel po' di favori. Per esempio, su Facebook ho incontrato mia moglie. Sostanzialmente Zuckerberg ha fatto un'ottima giocata, dal momento che sia io che mia moglie abbiamo un certo interesse per gli sconosciuti. Facebook è fatto per persone come noi—persone che non hanno problemi a spiare ed essere spiati da tizi che a malapena conoscono. Forse Mark è dell'idea che, se l'amore è cieco, gli stalker hanno un certo occhio per il dettaglio. Nel caso del mio matrimonio ha funzionato. Grazie, Zuck.

Ma il miracolo per cui un "amico" si trasforma in coniuge è più unico che raro. L'essenza di Facebook non è tanto l'intessere nuove relazioni, ma, come dice la pagina d'accesso, "connettersi", rimanere in contatto con i propri amici. In altre parole, documentare ogni nostra interazione, comunicare a tutti quelli che abbiamo incontrato nel corso della vita tutto ciò che facciamo. Sono davvero stato da qualche parte se non lo "condivido"? Zuckerberg ha spinto Facebook in una direzione tale per cui la mercificazione dell'esperienza viene usata affinché gli altri siano gelosi della nostra vita e di quanto questa sia bella. Sono appena tornato da un posto incredibile, sto andando a un evento pazzesco, ho avuto un lavoro della madonna, adoro quello che faccio, amo i miei amici, il mio libro sarà pubblicato, mi sono messo con quella, un sacco di gente è venuta alla mia festa, i miei bambini sono adorabili, il mio matrimonio va alla grande, tutto va ALLA GRANDE! La maggior parte delle bacheche è fatta essenzialmente di affermazioni: "Sto piuttosto bene, sono abbastanza intelligente e, cavolo, piaccio a 678 persone!"

Su Facebook, negatività e critiche sono quasi del tutto proibite. L'"abuso" è inaccettabile, e se qualcosa ci fa sentire a disagio possiamo segnalarlo alle autorità del social network. Siamo ripetutamente incoraggiati a comportarci così. A denunciare qualsiasi cosa violi la nostra sensibilità: foto, status, link, commenti, informazioni, pubblicità da parte di sconosciuti, ecc. Paragonatelo a Twitter, dove risse verbali e insulti fanno parte del gioco, o alla vita vera, dove non c'è nessuno con cui lamentarsi delle "offese". 

Per non parlare della lampante assenza della possibilità di cliccare "non mi piace". Non molto tempo fa, milioni di utenti avevano creato un gruppo per ottenere il tasto "non mi piace", il che suggerisce che Facebook sia ben consapevole di quanto le persone possano essere contrarie ai loro "amici". Ma ammettere il "non mi piace" significherebbe disaccordo, e questo non è certo permesso. L'unico modo per attaccare è ribattere. È come il cortile del liceo il lunedì mattina, dove tutti si trovano a discutere animatamente di quanto sia stato FIGO il fine settimana appena trascorso, in caso non si sentissero già abbastanza male per non aver combinato nulla. Ma, dopotutto, chi può mai incolpare un altro di godersi la vita? Se proprio non riusciamo a non parlarne è perché la nostra vita è cosi fantastica che tenerlo per noi diventa impossibile!

Così, in tutto questo farsi pubblicità e dare conferme, il mandare a farsi fottere passa nel silenzio. In realtà, però, è pieno di vaffanculo che circolano.

Apparentemente siamo su Facebook per stare in contatto con gli "amici". Eppure, in molti casi aggiungiamo gente per evitare di vederla di persona. Una delle grandi prodezze dei messaggi è sapere che ci fa risparmiare tutto quel tempo che avremmo sprecato bevendo un caffè con persone che altrimenti ci sentiremmo obbligati a vedere. In molti casi ottengo ciò che voglio sapere delle vite altrui grazie al loro farsi pubblicità da soli. Il fatto è che, online, la gente condivide più di quanto non farebbe di persona. Riesco a vedere la maggior parte delle mie "amiche" in bikini durante una di quelle fantasmagoriche vacanze in compagnia dei cosiddetti super amici da cui sono appena tornate, e via così... Tutte le persone con cui preferirei non avere niente a che fare se non nella vita virtuale le posso osservare come pesci esotici in un acquario. 

Ma il punto è che non stiamo solo osservando pesci in una vasca. Anche noi siamo pesci in quella stessa vasca, e veniamo a nostra volta osservati. E l'acqua dentro l'acquario di Facebook è salata, mentre noi siamo da acqua dolce. Invece di apprezzare questo nuovo modo di rimanere "connessi", stiamo peggio. Più soli, più scollegati, meno sicuri di noi stessi e di chi siamo e se la vita ci stia andando bene. Basta dare un'occhiata al lavoro che ha appena ottenuto il mio compagno di laboratorio di terza media, o il tizio che si è sposata la mia igienista dentale, o quanto ancora oggi sembri felice quella coppia del liceo.

Le pressioni esercitate affinché la gente si faccia Facebook sono le stesse che ci hanno spinto a comprare un cellulare. Quali erano i motivi principali per comprare un telefono quando ancora non lo avevate? Stare in contatto! Famiglia! Amici! Lavoro! E se c'è un'emergenza? Risparmiare tempo. Così, il cellulare diventa un modo di evitare gli amici e la famiglia. Non ci dobbiamo mai più preoccupare di dar buca a nessuno. Basta fare una chiamata e inventare una scusa, e nessuno potrà metterlo in discussione. Ma perché telefonare? Ci sono gli SMS. Sono ancora più efficienti, e non c'è nemmeno bisogno di aprire la bocca. (Quante persone hanno completamente smesso di usare i telefoni per parlarsi?). Nessuno metterà mai in discussone i motivi per cui non ci siamo fatti vedere, perché tutti fanno lo stesso e vogliono un margine di sicurezza per evitare di impegnarsi.

Ad un certo punto i cellulari sono passati dall'essere una comodità all'essere una necessità. Sono sempre accesi (pensate a come vi sentireste se qualcuno vi chiedesse di spegnerlo per quell'ora in cui siete assieme). Una telefonata è in grado di frapporsi a qualsiasi cosa. (POTREBBE ESSERE UN'EMERGENZA, e chi può metterlo in discussione?)

Con Facebook siamo ben oltre, ora. Quelli che non ce l'hanno sono gli strani. Perché non sono su Facebook? Cosa combinano nella vita? Hanno qualcosa che non va, visto che non ci si sono fatti trascinare dentro? Sono più tosti di noi, o meno? Quali sono le dinamiche di questo loro resistere? Perché anche solo l'affrontare l'argomento li mette sulla difensiva? Molti di noi dicono di odiare Facebook, ma sembra che l'unica cosa peggiore del social network siano le persone che si rifiutano di farvisi attirare.

Se parlare in pubblico è la paura numero uno di moltissime persone e la morte è la numero sette, dove si piazza nella lista il rimanere connessi? E la paura di essere disconnessi è più in alto o più in basso? Tutti noi abbiamo deciso—senza in realtà pensarci troppo—di adottare un modello di interazione sociale che spesso ci rende più soli e isolati. Quali saranno gli effetti a lungo termine sulla nostra generazione?

La prima volta che ho "incontrato" mia moglie è stata mentre osservavo il suo profilo Facebook. Nella parte "su di te" aveva scritto che la maggior parte delle volte preferiva la strada verso casa del suo ragazzo che il ragazzo stesso. È una gran frase da mettere su Facebook—un luogo in cui, in fin dei conti, non c'è mai l'obbligo vero e proprio di incontrare un uomo, o chiunque altro. Slavoj Zizek una volta ha detto che la fantasia è per chi non ce la fa nella realtà, mentre la realtà è per chi non ce la fa con le proprie fantasie. Quando ha creato Facebook, Zuckerberg deve aver scommesso che la maggior parte delle persone avrebbe preferito costruirsi una fantasia su social network piuttosto che vivere nel mondo reale. Sembra abbia vinto la scommessa.


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