salute

Cosa vuol dire se ti vengono un sacco di déjà vu

Questa strana sensazione ci può svelare molto su alcune parti del cervello.

di Shayla Love
08 maggio 2018, 5:33am

Nel 1999, una donna di 42 anni è andata dal medico perché sentiva quelli che descriveva come piccoli scoppi nelle orecchie. Il rumore era così forte che aveva cominciato a tenerla sveglia la notte. Le era stato diagnosticato un tremore palatale, una malattia che affligge alcuni muscoli alla base della gola facendoli contrarre e causando appunto quel rumore.

Le erano stati prescritti dei farmaci miorilassanti come il diazepam, ma non avevano funzionato. Nel 2004, ancora in cerca di un trattamento efficace, la donna era andata da un neurologo che le aveva somministrato del 5-HTP, un aminoacido naturale che agisce sul sistema nervoso centrale. Gli scoppi erano andati via ma era comparso uno strano effetto imprevisto.

"Quando guardavo la televisione mi sembrava sempre di guardare delle repliche, anche se sapevo che non era possibile perché ad esempio stavo guardando il telegiornale," aveva scritto la paziente all'epoca (la sua testimonianza è stata raccolta più tardi, nel 2007). "Poi avevo ricevuto una telefonata di mia sorella, che mi aveva raccontato che i suoi figli erano stati rimandati a casa perché a scuola c'era stato un black-out. Le avevo chiesto perché me lo stesse raccontando di nuovo, visto che me l'aveva già raccontato diversi giorni prima."

Solo che non l'aveva fatto. E per la cronaca non c'erano stati black-out in quella scuola nei giorni precedenti. Quello che la donna stava avendo era un episodio particolarmente intenso e duraturo di déjà vu.

"Dato che il medico non pensava che la causa fossero i farmaci, avevo deciso di riprovare a prenderli," aveva scritto la paziente. "E avevo avuto di nuovo la stessa sensazione di aver già visto e fatto tutto quello che vedevo e facevo. Non era una sensazione inquietante. Sapevo che non potevo sapere quelle cose eppure mi sentivo come se le sapessi."

Il déjà vu, che in francese vuol dire già visto, è un fenomeno che riguarda una fetta che va dal 30 al 96 percento della popolazione e di solito dura pochi secondi. Può essere causato dalla stanchezza, dallo stress ed è particolarmente frequente intorno ai 30 anni, dopodiché tende a diminuire. Capita tanto più spesso quanto più si è andati avanti col proprio percorso di studi, è più comune la notte che la mattina e colpisce soprattutto le persone che viaggiano spesso e le persone che sono più in grado di ricordare i propri sogni.

Per quanto ne sappiamo, i déjà vu sono brevi momenti di stranezza. Ci fermiamo un attimo, ci passano e andiamo avanti e magari poi non ci capitano più per mesi o anni. Ci sembrano senza importanza, ma secondo Adam Zeman, un neurologo che lavoro all'università di Exeter nel Regno Unito, possono essere la chiave per osservare da vicino i molti modi in cui il cervello controlla la memoria, il senso di familiarità con le cose e altri processi collegati. (Secondo Zeman il caso della particolare paziente menzionata all'inizio di questo articolo potrebbe mostrare che la serotonina ha un ruolo nell'origine dei déjà vu, visto che le medicine che la paziente prendeva influivano sulla serotonina).

Secondo Zeman, anche se tendiamo a mettere tutte le esperienze di déjà vu nello stesso calderone, i ricercatori ne distinguono due tipi. Alcune sono così intense da spingere a persino chi ha spesso dei déjà vu a considerarle fuori dal comune.

Quando abbiamo un déjà vu ci sembra che le cose che ci circondano o ci succedono ci siano in qualche modo familiari, anche se allo stesso tempo riusciamo a intuire che c'è qualcosa che non va in quella familiarità.

Ma i déjà vu sono anche stati riconosciuti come una forma di epilessia del lobo temporale mediano o l'inizio di una crisi epilettica. Per una persona che soffre di epilessia un déjà vu può essere un segnale del fatto che sta per avere un attacco e perdere conoscenza. Zeman ha collaborato a uno studio di qualche anno fa che si è chiesto se ci fossero differenze tra i déjà vu di cui fa esperienza un cervello sano e quelli che prova un soggetto epilettico; la risposta sembra essere negativa. Alle persone epilettiche magari i déjà vu capitano più spesso, ma l'esperienza è la stessa.

Zeman mi ha spiegato che poiché gli scienziati a volte sono in grado di registrare i mutamenti delle onde cerebrali di pazienti epilettici—che dopotutto hanno più motivi per subire interventi di neurochirurgia—possiamo determinare quali parti del cervello sono associate alla sensazione di déjà vu. Alla fine degli anni Cinquanta, tramite l'elettrostimolazione e la registrazione di attacchi di epilessia, i ricercatori hanno scoperto che una delle parti del cervello più coinvolte nel fenomeno è la neocorteccia. Alla fine degli anni Settanta, è stato mostrato che si può provocare un déjà vu tramite l'elettrostimolazione del lobo temporale mediano e studi più recenti hanno scoperto in modo ancora più specifico quali parti di questo sono associate con il déjà vu.

Il lobo temporale mediano include l'ippocampo e il paraippocampo, due parti del cervello molto importanti per la memoria. Un famoso paziente indicato cone le iniziali HM aveva attacchi epilettici a entrambi i lobi temporali, che gli sono stati rimossi per fermare gli attacchi. All'epoca non si sapeva quanto quelle due ragioni del cervello fossero cruciali per il suo funzionamento e la vita di HM era essenzialmente finita lì: non era più stato in grado di formare ricordi coscienti o di ricordarsi dei medici che lo curavano e delle visite che riceveva.

Avevo sempre dato per scontato che il déjà vu fosse un fenomeno che riguardava l'ippocampo, ossia il centro della memoria. Ma Zeman mi ha spiegato che molto probabilmente riguarda invece un'area ad esso adiacente, la corteccia peririnale, deputata a permetterci di riconoscere le cose che ci sono familiari.

"Immagina che il tuo capo venga da te e che tu alzi lo sguardo verso di lui—a quel punto proveresti automaticamente un senso di familiarità," mi ha detto Zeman. "Il che è leggermente diverso da un ricordo, perché in un ricordo visualizzeresti l'ultima volta che hai visto il tuo capo, ad esempio."

La teoria corrente sui déjà vu sostiene che siano causati da flussi di elettricità anormali in quella regione del cervello. Quando quell'aerea è iperattiva si prova un senso di familiarità che non si collega subito a un ricordo, ed è per quello che proviamo il senso di stranezza che associamo ai déjà vu.

"Magari sei in un bar dove non sei mai stata prima e quell'area del cervello diventa iperattiva: improvvisamente tutta l'esperienza di star seduta lì ti sembra stranamente molto familiare ma non hai modo di giustificare questa familiarità," mi ha detto. "Perché appunto lì non ci sei mai stata prima. Non puoi inventarti un ricordo. È per questo che questa strana combinazione ci porta a sentire che il senso di familiarità che proviamo è falso."

Mi piacere avere déjà vu. Mi sembra che quando ne ho uno i dettagli più insignificanti assumano un'aura magica. Ma Zeman mi ha detto che per le persone epilettiche possono essere un problema. Non solo perché i loro déjà vu sono più intensi e spesso più lunghi, ma anche perché possono essere accompagnati da paura e ansia e possono essere seguiti da un attacco epilettico vero e proprio.

Ma come può questo campanello d'allarme di un attacco epilettico manifestarsi anche in persone che non soffrono di epilessia? Secondo Zeman non lo sappiamo. Una teoria è che i déjà vu ordinari siano un tipo di attacco epilettico di cui fanno esperienza le persone non epilettiche. (Wilder Penfield, un famoso neurochirurgo canadese, è persino arrivato a definire i déjà vu dei "piccoli attacchi di epilessia.")

Ma quest'idea non è accettata da molti neurochirurghi ed è difficile trovare prove a suo favore perché alla maggior parte delle persone non epilettiche non viene registrata l'attività cerebrale. Uno studio a cui Zeman ha collaborato ha scoperto che potrebbe esserci una sottile riduzione nel volume di aree come il lobo temporale mediano nel cervello di persone sane che hanno déjà vu, rispetto alle persone che non ne hanno mai avuti. Si pensa che un cambiamento nella struttura del cervello possa spiegare come mai una persona che non soffre di epilessia possa avere dei déjà vu.

"Ma penso che la vera risposta," mi ha detto, "è che ancora non sappiamo quale sia il meccanismo dietro ai déjà vu."

Il paziente di cui mi ha parlato Chris Moulin era un uomo sugli 80 anni a cui era stato diagnosticato il morbo di Alzheimer ma che non presentava i sintomi ad esso tipicamente associati.

Non si dimenticava le cose; anzi, affermava di aver già fatto tutto quello che poteva fare: non guardava la tv perché diceva di aver già visto tutti i programmi; si rifiutava di leggere i giornali perché "anche le notizie mi sembrano sempre le stesse," come mi ha raccontato Moulin. L'uomo diceva anche di aver già incontrato Moulin. Aveva già fatto tutti gli esami che Moulin gli aveva fatto fare, aveva già risposto a tutte le domande che gli aveva posto. Era come se fosse bloccato in qualche tempo di loop temporale.

Moulin, un neuropsichiatra cognitivo dell'università di Grenoble, è oggi uno dei massimi esperti mondiali nel campo dei déjà vu. Il suo interesse per la materia è nato quando, dopo aver incontrato questo paziente, ha consultato il suo manuale sui disordini della memoria e non è riuscito a trovare niente al riguardo salvo una breve menzione relativa all'epilessia del lobo temporale.

"Quel dettaglio ha dato il via alla mia carriera nel campo dei déjà vu," mi ha raccontato. "Sono un ricercatore che si occupa di memoria ma faccio anche altre cose. Un tempo amavo dire che quello era il mio lavoro e che il mio hobby erano i déjà vu, ma oggi i déjà vu stanno lentamente prendendo il sopravvento."

Moulin mi ha spiegato che quel paziente era un caso estremo. Oggi che studia i déjà vu da un pezzo, è convinto che la distinzione da fare sia quella tra chi riesce a riconoscere che c'è qualcosa che non va nel senso di familiarità che prova per le cose e chi invece è convinto sinceramente di aver già visto e fatto tutto quello che gli succede.

"In genere quando abbiamo un déjà vu riusciamo a intuire che c'è qualcosa di strano," mi ha spiegato. "Sentiamo qualcosa che ci è familiare ma subito dopo la sensazione passa e allora pensiamo, 'Oh, che strano.' C'è un conflitto nella nostra interpretazione. Ma certe persone sono così sedotte dal senso di familiarità che pensano davvero che tutto quello che gli succede sia familiare perché gli è già successo. Allora tendono a cercare giustificazioni per come potrebbe essergli già successo, per come potrebbero già avuto una certa conversazione o letto il giornale, e si inventano storie per giustificare questa convinzione. In questi casi si parla di un disturbo della memoria chiamato confabulazione."

Nel caso del paziente a cui era stato diagnosticato l'Alzheimer andava così: quando sua moglie gli portava il giornale la mattina e lui non voleva leggerlo diceva, "Mentre tu dormivi io mi sono alzato, sono andato in edicola e stavano scaricando i giornali, così l'ho preso e l'ho letto. Poi sono tornato a casa, sono tornato a letto e mi sono riaddormentato." Ovviamente niente di tutto questo era vero. Era un modo per giustificare e spiegare a se stesso come mai quel giornale gli sembrava così familiare.

In generale Moulin pensa che probabilmente c'è uno spettro di déjà vu che varia per l'intensità dell'esperienza e per quanto ti sembra che sia falsa. Oggi è convinto che essere in grado di riconoscere che si è avuto un déjà vu sia un sintomo di buona salute. Se senti che qualcosa è molto familiare ma sai che c'è qualcosa di strano, sei conscio di ciò che succede nel tuo cervello.

Moulin mi ha raccontato che le teorie più recenti per spiegare i déjà vu chiamano in causa altre parti del cervello oltre a quelle che riguardano la familiarità. Mi ha detto che l'ipotesi del lobo temporale è accettata più che altro perché stimolando quelle aree si è in grado di causare dei déjà vu. Ma Moulin pensa che non sia tutto lì. Un sovraccarico limitato alle aree che si occupano del senso di familiarità in teoria dovrebbe causare solo un forte senso di familiarità—come, ad esempio, portarti a pensare di conoscere qualcuno che vedi per strada e che in realtà non conosci. Ma nel tipico déjà vu non è in gioco solo la familiarità, bensì anche l'autocoscienza del fatto che quella familiarità è falsa.

Questo dettaglio ha spinto Moulin e altri a penare che la corteccia prefrontale sia anch'essa coinvolta in qualche modo, come una specie di meccanismo di controllo che aiuta a monitorare e organizzare l'intero sistema mnemonico. Nel caso di un déjà vu la corteccia prefrontale osserva ciò che succede nelle regioni deputate alla memoria e rileva un conflitto tra ciò che è logicamente possibile e ciò che il sistema mnemonico sta considerando familiare. "Anche questo coincide con la teoria secondo cui avere déjà vu normali sarebbe un indicatore di buona salute," mi ha detto Moulin—perché l corteccia prefrontale è abbastanza astuta da accorgersi che in quest'eccessiva attività nel sistema mnemonico c'è qualcosa di strano.

"I giovani hanno più spesso déjà vu degli anziani," mi ha detto. "Penso che man mano che si invecchia il sistema mnemonico perda di precisione e di controllo su ciò che sta accadendo in quel sistema. Un giornalista con cui ho parlato ha descritto questo processo a una specie di fact-checking e quest'idea mi piace molto: che il déjà vu sia solo un segnale che c'è qualcosa che impedisce al falso senso di familiarità di spingersi troppo in là."

Moulin distingue tra due tipi di déjà vu, distinzione che è stata accettata dagli altri ricercatori che si occupano dell'argomento. Uno è il déjà vu classico—un senso di familiarità per un'esperienza momentanea che sai essere falso.

L'altro tipo, nella definizione che ne da Moulin, è il déjà vécu, traducibile con "già vissuto." Le persone che hanno un déjà vécu non provano soltanto familiarità per una certa cosa, ma gli sembra proprio di aver già vissuto quel momento e credono di sapere quello che succederà dopo—pur essendo comunque consapevoli che quel ricordo non può essere reale. (A differenza della confabulazione, che non presenta auto-consapevolezza riguardo al fatto che i ricordi in questione sono falsi).

Queste due diverse esperienze potrebbero implicare il coinvolgimento di due diverse regioni del cervello. Mentre il déjà vu potrebbe riguardare la corteccia peririnale, o la regione che si occupa del senso di familiarità, il déjà vécu potrebbe riguardare l'ippocampo, perché è molto più simile a un falso ricordo.

Potrebbe del resto esserci bisogno di perfezionare ulteriormente l'analisi delle molte esperienze simili ai déjà vu e ai déjà vecu, per differenziarle soprattutto nel caso che funzionino secondo meccanismi diversi. (C'è persino un fenomeno che oggi si considera del tutto separato dai primi due, noto come déjà-rêvé, che è quando ci si ricorda in modo chiaro e intenso i propri sogni. Anche questo fenomeno si è riusciti a provocarlo tramite stimolazione elettrica del cervello di pazienti epilettici e anche questo può essere negli epilettici un campanello d'allarme dell'arrivo di una crisi.)

A me vengono un sacco di déjà vu. Non in modo persistente, ma più della media credo. Ho chiesto a Moulin cosa voglia dire. Forse il mio fact-checker mentale ha preso troppi caffè? Forse il mio cervello è troppo bravo a cogliere i piccoli errori nella familiarità con le cose?

Moulin dice che non sappiamo perché ad alcune persone succede più di frequente che ad altre. Dice di aver incontrato persone estremamente brillanti a cui non è mai successo, quindi sfortunatamente per me non è una questione di intelligenza.

Si chiede se le persone che esperiscono molti déjà vu e le persone che non ne hanno mai avuti abbiano lo stesso rapporto con la propria memoria. "Le persone che hanno molti déjà vu potrebbero essere quelle che pensano in modo più razionale a quello che succede nella loro memoria," dice. "Magari non si fidano del tutto della propria memoria. Mentre le persone che non ne hanno, forse hanno meno problemi nel considerare una cosa familiare. Non hanno la stessa relazione 'misteriosa' con la propria memoria."

Moulin dice che un tempo aveva molti déjà vu, anche prima di cominciare questa ricerca. "Penso che dipenda dal fatto che mi ha sempre interessato il modo in cui funzionano le cose," dice. "Non puoi creare un déjà vu, ma puoi 'educarti' a pensare a quello a cui stai pensando. Forse è per questo che alcune persone lo notano più di altre."

Mi ha chiesto se mi ricordo la prima volta che ho avuto un déjà vu, specificando che per la maggior parte delle persone succede intorno ai dieci anni. Me la ricordo. Avevo intorno ai nove-dieci anni ed ero al campetto della scuola elementare. Non me lo sono mai dimenticato perché è stata una sensazione potente, strana. È anche strano ricordarselo—un ricordo vero di una sensazione di falsa familiarità.

"Sì, poi entri in quei loop alla Donnie Darko," ride Moulin. Ma il fatto che i déjà vu non succedono spesso in età più giovani confermerebbe la teoria del 'fact-checking' di Moulin. "Prima di quell'età non abbiamo capacità riflessiva," dice. "Non abbiamo ancora imparato a non fidarci o valutare la nostra memoria come fanno gli adulti."

Se non ne avete mai avuti, è una sensazione difficile da spiegare. È potente, ma soggettiva—e questa è una delle problematiche nello studiarla, anche se può rivelare cose importanti riguardo ai meccanismi di memoria, ricostruzione e familiarità. Moulin racconta di aver incontrato studiosi e ricercatori che non ne hanno mai avuto, e non sono dunque certi che esistano.

"Per loro," dice, "è come se facessi ricerca sui fantasmi."

Questo articolo è comparso originariamente su Tonic.

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