Dall'arresto ai processi: una storia del caso Stefano Cucchi

In occasione dell'uscita di "Sulla mia pelle," abbiamo ripercorso le tappe della morte di Stefano Cucchi e le successive indagini.

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12 settembre 2018, 6:18am

Foto via Facebook/Ilaria Cucchi.

È uscito Sulla mia pelle, il film di Alessio Cremonini che racconta gli ultimi sette giorni di vita di Stefano Cucchi. Ancor prima di essere visibile al pubblico, il film ha suscitato diverse polemiche—le ultime, in ordine di tempo, hanno visto fronteggiarsi le sale cinematografiche, la casa di produzione Lucky Red e il distributore Netflix a causa dell’uscita in simultanea su schermo e streaming.

Le associazioni di categoria hanno operato una specie di “boicottaggio,” con il risultato che il film è stato “confinato” in una lista piuttosto ristretta di sale (tre a Milano, e solo una a Torino). A questo si è poi aggiunta la querelle tra Lucky Red e le varie associazioni e spazi sociali che intendevano promuovere una visione collettiva del film, con la richiesta da parte dei primi di attendere almeno un mese dall’uscita del film “per non danneggiare chi ha investito sulla pellicola e gli esercenti che hanno scelta di trasmetterla nelle loro sale.” Nel calderone è finito pure Facebook, che ha cancellato tutti gli eventi dedicati a tali proiezioni—attirandosi non poche critiche.

Come avevamo già raccontato, infine, ci sono state le critiche di alcuni sindacati di polizia e di quello dei carabinieri, che hanno parlato a vario titolo di “gogna” e di improprio processo parallelo a quello giudiziario.

Una simile attenzione testimonia quanto il caso di Stefano Cucchi sia talmente attuale, e talmente incandescente, da riguardare davvero tutti. In occasione dell’uscita di Sulla mia pelle, abbiamo pensato di fare un riepilogo della vicenda dal suo inizio—nell’ottobre del 2009—fino al processo in corso a Roma contro cinque carabinieri, sulla base di quanto emerso da tutti i processi e le indagini finora condotte.

L’ARRESTO

La sera del 15 ottobre 2009 Stefano Cucchi esce dopo aver cenato a casa dei genitori—a Tor Pignattara, Roma—e viene fermato dai carabinieri in via Lemonia, a ridosso del parco degli Acquedotti. Addosso e nella sua macchina vengono trovati venti grammi di hashish, due dosi di cocaina e dei medicinali (il 31enne era epilettico) che vengono scambiati per ecstasy.

Qualche ora più tardi, dopo un primo trasferimento alla caserma Appia, Cucchi viene riportato nell’abitazione dei genitori da cinque carabinieri, i quali effettuano una perquisizione nella sua stanza alla ricerca di altra droga—che non viene trovata (la troveranno successivamente i genitori nell’appartamento nel quartiere Morena, dove Cucchi effettivamente viveva).

Come ricorda il padre Giovanni Cucchi nel libro di Carlo Bonini Il corpo del reato, uno dei carabinieri gli assicura che è tutto a posto, che l’avvocato di famiglia è stato avvisato e che il figlio dovrà restare in caserma per la notte. “Funziona così,” dice, “domani torna a casa.” In quel momento, le condizioni fisiche di Stefano sembrano normali (“sembrava solo mortificato”).

IL PESTAGGIO IN CASERMA

Per i pm dell’inchiesta-bis (su cui torneremo più avanti) Giuseppe Pignatone e Giovanni Musarò, il “violentissimo pestaggio” ai danni di Cucchi—con conseguente frattura di due vertebre e numerose lesioni—avviene nella notte tra il 15 e il 16 ottobre alla stazione Casilina, dove sarebbe dovuto avvenire il fotosegnalamento (poi grossolanamente contraffatto nel registro della caserma).

A Musarò, in particolare, l’ex moglie di uno degli imputati—Raffaele D’Alessandro—ha raccontato i dettagli della serata secondo quanto riferitole dal carabiniere: “Ricordo le sue parole esatte: ‘Gliene abbiamo date tante a quel drogato di merda’. […] Mi parlò di un violento calcio […] che aveva fatto cadere Cucchi in modo rovinoso, facendolo volare dalle scale. Raffaele rideva mentre me lo raccontava, e diceva che si erano divertiti a picchiare, e quando provai a dire che quella roba mi faceva schifo, lui mi rispose: ‘Chillo è sulu nu drugatu e’ merda’.”

Verso le tre di notte, Cucchi è trasferito alla caserma di Tor Sapienza per passare la notte nelle celle. “Durante l’accompagnamento,” mise a verbale un maresciallo, “il prevenuto non lamentava nessun malore, né faceva alcuna rimostranza in merito.” Poco dopo l’arrivo, tuttavia, è necessario chiamare il 118. Come ha riferito il piantone di quella sera, “trascorsi 20 minuti circa il Cucchi suonava al campanello di servizio e dichiarava di avere forti dolori al capo, giramenti di testa, tremore e di soffrire di epilessia.”

L’UDIENZA IN TRIBUNALE

Il giorno seguente si svolge l’udienza di convalida dell’arresto al tribunale. Come riferirà ai pm il carabiniere Stefano Mollica, che accompagna Cucchi dalla caserma di Tor Sapienza a piazzale Clodio, “il rossore del viso di Stefano Cucchi faceva impressione, io non ho mai visto niente del genere in vita mia... Camminava a fatica, era claudicante, stava malissimo era molto sofferente.”

Questa sofferenza emerge anche dalla voce registrata di Cucchi, che la sorella Ilaria ha pubblicato sui social qualche anno fa.

Anche la famiglia, presente in aula, si accorge che qualcosa non quadra. “Non era normale,” racconta il padre, “aveva il viso gonfio come un pallone. Uscito dall’aula, si avvicinò a me dicendo: ‘Papà, è finita’.” Il genitore riferisce anche che Stefano era convinto di essere stato “incastrato.” Sarà l’ultima volta che un familiare lo vedrà vivo.

GLI SPOSTAMENTI TRA REGINA COELI, IL FATEBENEFRATELLI E IL REPARTO PROTETTO DEL PERTINI

Una volta finita l’udienza, Cucchi è portato al carcere Regina Coeli. La sera del 16 ottobre un detenuto, Luigi Lainà, lo vede arrivare presso il centro clinico e descrive così la scena: “Aveva il volto gonfio come una zampogna, con evidenti ematomi in faccia e sugli zigomi. Aveva un colorito violaceo, perdeva sangue da un orecchio e faceva fatica a parlare.”

Lainà chiede a Cucchi di alzare la maglietta, e lui gli mostra la schiena. “Era uno scheletro, sembrava un cane bastonato, roba che neanche ad Auschwitz,” dichiara. “Aveva il costato di colore verdognolo-giallo, come quello di una melanzana.” Stefano spiega al detenuto di essere stato picchiato dai carabinieri, e non dagli agenti della penitenziaria.

È proprio il detenuto a sollecitare l’intervento del medico di Regina Coeli Pellegrino Petillo, che ne dispone il ricovero al Fatebenefratelli. “A Petillo dissi che non se non fosse intervenuto in tempo, Cucchi sarebbe morto subito a Regina Coeli per quanto stava male,” aggiunge. “Io una cosa così non l’avevo mai vista.”

Il 17 ottobre—dopo la visita in ospedale—Cucchi viene spedito al reparto di medicina protetta del Pertini, dove il suo quadro clinico si aggrava di giorno in giorno, al punto da dover rimanere in posizione prona.

Come scrive Bonini nel suo libro, “in quei cinque giorni al Pertini la catena di omissioni sembrava non essersi mai interrotta. Tormentato da dolori indescrivibili, isolato dal mondo esterno […] Stefano era stato lasciato scivolare lungo un piano inclinato che nessuno aveva saputo o voluto tempestivamente raddrizzare.”

LA MORTE

Tra il 21 e il 22 ottobre 2009 Cucchi è praticamente un fantasma. Ormai è arrivato a pesare 37 chili, perdendo quindi quasi dieci in appena sei giorni. Quando è stato arrestato, Stefano era magro ma sano; al punto tale da essere andato in palestra il pomeriggio del 15 ottobre.

Secondo quanto ricostruito ne Il corpo del reato, le ultime ore della vita di Stefano sono andate così. La sera chiede della cioccolata all’infermiere Giuseppe Flauto—che non ce l’ha—e poi si addormenta. Muore tra le due e le tre di notte. Al Pertini però se ne accorgono solo alle sei, quando è il turno dei prelievi: per circa mezz’ora i medici cercano di rianimarlo, ma ormai è troppo tardi.

Il decesso viene comunicato alla famiglia da un maresciallo, che la mattina del 22 suona alla porta di casa dei genitori con una carta intestata. Dopo aver letto il foglio la madre di Cucchi si rivolge al carabiniere: “Ora lei mi deve dire come è morto mio figlio.” Risposta: “Noi non c’entriamo con quello che è successo a suo figlio. La divisa che porto non ha colpa, mi creda.”

IL PROCESSO DI PRIMO GRADO

Dopo la famosa pubblicazione delle foto del cadavere—avvenuta il 29 ottobre—il caso esplode a livello mediatico, politico e giudiziario. Le indagini della procura di Roma si concentrano su tre agenti della polizia penitenziaria (tirati in ballo da alcuni detenuti), tre infermieri e sei medici. Dei carabinieri, almeno in questa prima fase, non si parla ancora.

Per i medici i reati contestati sono falso ideologico, abuso d’ufficio, abbandono di persona incapace, rifiuto in atti d’ufficio, favoreggiamento e omissioni di referto; per gli agenti, invece, i capi d’accusa sono di lesioni aggravate e abuso d’autorità.

Il processo inizia nel marzo del 2011, e appare sin da subito complicato; le perizie delle parti sulle cause della morte non sono per nulla concordi tra loro, e quella disposta dalla corte sostiene che Cucchi sarebbe morto per “inanizione,” cioè per malnutrizione. Molte delle accuse sono pertanto ricondotte alla colpa medica—e secondo la parte civile (cioè la famiglia Cucchi, assistita dall’avvocato Fabio Anselmo) c’è il rischio che non reggano il vaglio della corte d’assise.

I timori diventano realtà con la sentenza, emessa il 5 giugno del 2013: gli agenti e gli infermieri sono assolti, mentre i medici del Pertini vengono condannati per omicidio colposo. Il dato più rilevante, però, è che nessuno è considerato responsabile del pestaggio.

GLI ALTRI GRADI DI GIUDIZIO

Il 31 ottobre del 2014 la corte di assise d’appello accoglie in toto le richieste della difesa, e assolve tutti gli imputati per insufficienza di prove. Nel marzo del 2015 la procura generale di Roma e la famiglia Cucchi fanno ricorso in Cassazione contro la sentenza, che viene parzialmente accolto: i tre agenti sono definitivamente assolti, ma le assoluzioni di cinque medici sono annullate. Tuttavia, nel luglio del 2016, il secondo processo di appello li assolverà un’altra volta.

Le motivazioni della corte d’assise d’appello, che sono depositate nel gennaio del 2015, lasciano però aperto uno spiraglio. Nella sentenza, infatti, si scrive nero su bianco che i responsabili del pestaggio potrebbero non essere gli agenti: “È opportuna la trasmissione della sentenza al pm perché valuti la possibilità di svolgere nuove indagini per accertare eventuali responsabilità di persone diverse dagli agenti di polizia penitenziaria.”

IL PROCESSO-BIS

L’indagine-bis, aperta nel novembre del 2014 e portata avanti dal procuratore Pignatone e dal sostituto Musarò, riscrive da cima a fondo la storia giudiziaria del caso Cucchi.

I due, infatti, mettono sotto indagine cinque carabinieri: i tre che lo hanno arrestato in via Lemonia (Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco), l’allora comandante della stazione Appia Roberto Mandolini e Vincenzo Nicolardi. Per i primi le accuse sono di omicidio preterintenzionale, mentre per Mandolini e Nicolardi calunnia e falso. Anche Tedesco è accusato di calunnia.

Le nuove indagini sono state rese possibili anche grazie alle cruciali testimonianze dei carabinieri Riccardo Casamassima e Maria Rosati. Ai pm, Casamassima ha raccontato di aver sentito dire a Mandolini—la mattina dopo l’arresto di Cucchi—che “è successo un casino, i ragazzi hanno massacrato di botte un arrestato.” Secondo il teste, “il pestaggio di Cucchi era finalizzato a farsi dire dove era custodita la droga che i colleghi pensavano di trovare all’interno dell’abitazione.”

L’avviso di conclusione delle indagini, depositato nel gennaio del 2017, segna un'ulteriore svolta nel caso. Dopo ben tre giudizi di merito e una pronuncia della Cassazione che non hanno portato a nulla, per la prima volta si forniscono le prove del nesso di causalità tra il pestaggio, le omissioni dei sanitari e la morte.

Nel luglio del 2017, il gup del tribunale di Roma ha disposto il rinvio a giudizio. Il processo-bis è iniziato il 13 ottobre dello stesso anno, e attualmente è in corso presso la III Corte d’assise. La prossima udienza si terrà il 27 settembre del 2018.

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