dislessia
Foto per gentile concessione dell'autrice.
Identità

A 18 anni ho scoperto di essere dislessica, e la mia vita è cambiata

Molti convivono con disturbi specifici dell’apprendimento senza nemmeno saperlo. Questa è la mia storia.
Vincenzo Ligresti
come raccontato a Vincenzo Ligresti
11 febbraio 2020, 9:28am

Quando la dottoressa ha letto la diagnosi, abbiamo iniziato a piangere uno dopo l'altro—prima io, poi mia madre, infine mio padre. Erano lacrime di sollievo dopo anni di litigi, dispiaceri, sensi di colpa e domande che mi avevano tormentato fin dai primi anni di scuola.

Mi chiamo Naomi, ho 24 anni, e circa sei anni fa ho scoperto di essere dislessica e discalculica.

Per chi non lo sapesse, la dislessia e la discalculia sono due dei quattro disturbi specifici dell’apprendimento, che non sono malattie o sindromi, ma semplicemente caratteristiche con cui alcune persone nascono, e che rendono più complesso apprendere certe nozioni o abilità, indipendentemente dalla propria intelligenza.

Mettendo in conto che ogni caso è diverso e semplificando molto, la dislessia si manifesta con difficoltà nella lettura, mentre la discalculia nei calcoli; poi ci sono la disgrafia, che consiste in difficoltà nell’abilità motoria della scrittura (un po’ come se scrivessi sempre in brutta copia), e infine la disortografia, che si basa su un’alta frequenza di errori di ortografia.

Tutto questo l’ho imparato poco a poco, dopo che per diciotto lunghissimi anni mi sono sentita un'extraterrestre catapultata per errore in una realtà che non era adatta a me. O peggio: per cui non ero adeguata.

Nel mio specifico caso, data la dislessia, impiego più tempo nel decodificare le parole di un testo scritto, anche se ho una lettura abbastanza fluida—in pratica significa che sforzandomi troppo sulla forma, spesso mi sfugge il significato di ciò che sto leggendo. Ogni tanto mi capita anche di scambiare la "a" per la "e", la "b" con la "d", e viceversa. Da discalculica, poi, non riesco a fare i calcoli in automatico, e di conseguenza ogni volta che mi devono dare il resto e non c'è nessuno che possa controllare al posto mio, è un incubo. Inoltre, anche se coi miei tempi riesco a farlo, ho difficoltà a leggere l’orologio con le lancette.

La primissima volta che ho sentito parlare dei DSA, è stato quando una compagna di classe mi si avvicinò con cautela, per dirmi che aveva dei parenti dislessici, e che secondo lei potevo esserlo anche io. Non fu così chiara, ma apprezzai il gesto: ero a quasi metà del quarto anno di liceo, in una classe nuova, e non avevo molti amici. Anzi, in molti mi prendevano in giro perché, nonostante vedessero che mi impegnavo il doppio, il mio rendimento era davvero scarso; e nonostante cercassi di scrivere gli appunti durante le spiegazioni, le lavagne venivano cancellate troppo in fretta.

Per loro ero quella a cui le barzellette dovevano essere spiegate, e soprattutto quella che era stata bocciata al secondo e aveva fatto “il salto” dopo un anno di privata. Non potevano immaginare quanta sofferenza ci fosse stata dietro, anche in famiglia—all'epoca mia madre aveva addirittura evitato di dire nonni della bocciatura, e del successivo periodo nella scuola privata ricordo soprattutto l’aria pesante che si respirava in macchina quando qualcuno mi veniva a prendere per tornare a casa.

Così, il giorno stesso che la mia compagna mi parlò, arrivata a casa, mi misi a fare delle ricerche su Google, a vedere dei video sui DSA, e alla fine mi convinsi che potesse aver ragione. Ne parlai con mia madre. Inizialmente era scettica. Poi, però, la convinsi.

Andammo prima da una logopedista, e poi da una neuropsichiatra per tutti i test del caso, che consistevano in prove a tempo. Durante la prima il computer segnava gli errori che commettevo nella lettura, e subito dopo una dottoressa valutava la mia comprensione del testo. La seconda invece si basava su una prova di scrittura, volta a controllare come scrivessi e quanti errori ortografici commettessi. Successivamente si passava alla prova di logica, e infine ai calcoli matematici—divisioni, sottrazioni, e così via.

Quando si scopre di avere dei DSA, soprattutto se avviene piuttosto tardi e non si è più dei bambini, è altamente consigliabile iniziare un percorso terapeutico. All'inizio rifiutai: ero passata dal ritenermi una nullità al sentirmi improvvisamente la persona più forte del mondo, e non mi rendevo conto che le mie reazioni a ogni critica fossero diventate quasi sempre eccessive, se non aggressive. In quel periodo, mi capitava di pensare spesso a episodi che mi avevano eroso in precedenza l'autostima, come quando un professore fermò il mio ex ragazzo per chiedergli: “Ma perché stai con Naomi, tu che sei tra i più bravi della scuola?” Non volevo più si ripetessero.

Quello che successe dopo, invece, fu una lotta contro il tempo.

Dal 2010 esiste una legge (la 170/2010) che “tutela il diritto allo studio dei ragazzi dislessici"; sulla base di ciò, e presentando una documentazione adeguata, lo studente con DSA ha diritto a un piano educativo personalizzato con strumenti alternativi e compensativi: mappe concettuali, registrazione delle lezioni, testi in digitale e sintesi vocale, uso della calcolatrice e altri.

Dato che ormai eravamo ad anno scolastico inoltrato e i termini per presentare la documentazione per il pdp erano scaduti, alcuni professori non volevano credermi—mi diedero della “furba che vuole superare l’anno,” e una arrivò addirittura a dirmi “Ma Naomi, mica sei malata!” (e no, certo che non lo sono). Con molta fatica alla fine la domanda venne accolta dalla scuola, e per fortuna, perché per me gli strumenti compensativi sono stati fondamentali: mentre i miei compagni studiavano sui libri, io imparavo guardando documentari; poter registrare le lezioni mi ha permesso di prendere appunti; e strumenti come Duolingo sono sempre un grande aiuto per imparare l'inglese.

Una volta diplomata, poi, dato che come molti dislessici ho una grossa propensione alla creatività, mi sono iscritta a una Accademia. Non ero più la ragazza insicura del liceo, ma la ragazza che ormai aveva i suoi metodi, li metteva in pratica, e aveva iniziato nel frattempo anche un percorso terapeutico. E che si è laureata con un annetto di ritardo, come succede a moltissimi.

Oggi mi sto prefissando altri nuovi obiettivi. Innanzitutto, vorrei riprovare a prendere la patente, e usufruire finalmente della recente possibilità per i dislessici—che ai tempi in cui sono diventata maggiorenne non esisteva—di poter ascoltare i quesiti della prova scritta, invece di leggerli. Questa novità è stata introdotta perché se di base i test a crocette per la patente sono già ostici, per chi è dislessico sono un vero e proprio rebus, e gli audio ne aiutano la comprensione.

Poi, vorrei raccontare il più possibile la mia storia tramite l'Associazione italiana Dislessia, e portarla nelle scuole. Leggo ancora troppo spesso testimonianze di genitori o ragazzi con DSA che vedono tutto nero. Secondo date del Miur, negli ultimi quattro anni nelle scuole italiane le certificazioni per dislessia sono aumentate dell’88,7 percento, arrivando a quota 177mila casi; quelle per disgrafia del 163,4 percento, passando da 30mila a 79mila alunni. Non si tratta di veri e propri aumenti, ma del sistema che si è accorto che i DSA sono più diffusi di quanto si credesse. Nel complesso, in Italia, i DSA interessano circa il 4 percento della popolazione, circa due milioni—anche se i dati su persone come me, che lo scoprono in età adulta, sono più difficili da recuperare.

È più semplice reperire la lunga lista di personaggi importanti con DSA—in cui si possono leggere nomi come Michelangelo, Walt Disney, Albert Einstein. È capitato che qualcuno mi chiedesse se trovo le loro storie d'ispirazione. Sono sicuramente affascinanti, immortali, ma la mia risposta è no. O meglio: per me è d'ispirazione chiunque ogni giorno cerchi di affermare se stesso (famoso o meno), mio padre e mio zio che hanno scoperto di essere dislessici dopo di me, chiunque dica “vaffanculo, io sta patente prima o poi me la prendo.”

Per ottenere supporto e consulenza su diagnosi in età adulta, inserimento lavorativo, crescita professionale, AID ha attivato un servizio di Help Line.