Di cosa parliamo quando parliamo di ISIS in Libia

In questi ultimi giorni si è tornati a discutere moltissimo di Libia, arrivando anche a ipotizzare un intervento militare dell'Italia. Ma chi è l'ISIS libico, e cosa c'è dietro questa isteria collettiva italiana?

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feb 16 2015, 11:49pm

In questi ultimi giorni—dopo diversi mesi di totale indifferenza—si è tornati a discutere moltissimo di Libia, arrivando anche a ipotizzare un intervento militare dell'Italia.

La recente escalation è iniziata quando si è diffusa la notizia che, nella notte tra il 12 e 13 febbraio 2015, l'Isis libico avrebbe preso il controllo di una parte rilevante di Sirte, città a 450 chilometri da Tripoli. Il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha parlato di "minaccia terroristica attiva a poche ore di navigazione dall'Italia," aggiungendo che "l'Italia è pronta a combattere, naturalmente nel quadro della legalità internazionale." All'uscita del Consiglio Europeo, Matteo Renzi ha dichiarato che "la Libia è un grande problema del nostro tempo, da risolvere con decisione e probabilmente anche con impegno ulteriore," e la possibilità di una missione militare è stata ribadita anche da altri ministri.

La reazione dell'Isis alle parole di Gentiloni non si è fatta attendere. Al-Bayan, la radio ufficiale dello Stato Islamico, l'ha definito "il ministro degli Esteri dell'Italia crociata." Nel frattempo l'ambasciata italiana a Tripoli (l'unica sede diplomatica europea ancora aperta nel paese) è stata chiusa, e sessanta italiani residenti in Libia sono stati rimpatriati a bordo di un mercantile maltese.

Il 15 febbraio, con perfetto tempismo, l'Isis ha pubblicato l'ennesimo snuff movie di propaganda in cui si mostra la decapitazione di 21 copti egiziani e l'equivalente del "Jihadi John" libico minaccia Roma brandendo un coltello.

Il combinato disposto delle minacce dell'Isis e dei messaggi confusionari delle autorità italiane ha portato a una diffusa isteria collettiva—isteria che il premier Matteo Renzi, nonostante sia stata fomentata anche dal suo esecutivo, ha poi cercato di sgonfiare ieri affermando che "non è tempo per una soluzione militare."

Il punto è che il pubblico italiano sa molto poco di quello che è successo in Libia negli ultimi anni e ancor meno delle recenti involuzioni. Ho chiamato Mattia Toaldo, esperto di Libia e ricercatore dello European Council on Foreign Relations di Londra, per chiedergli com'è concretamente la situazione sul campo.

VICE: Visto che in Italia si titola che "i tagliagole sono alle porte" o "lo Stato Islamico è quasi da noi," volevo chiederti: chi è questo ISIS libico? Da chi è formato?
Mattia Toaldo: Non sappiamo tantissimo sull'Isis libico perché è una formazione abbastanza recente. Il primo gruppo, che era il Consiglio dei Giovani Islamici di Derna, fu creato la primavera di un anno fa appunto a Derna, prevalentemente da alcuni islamisti locali e da altri jihadisti libici che avevano combattuto in Siria, e che avevano deciso di tornare in Libia perché vedevano nel loro paese di origine le condizioni per il jihad.

Nell'orbita jihadista libica, comunque, gravitano vari personaggi che avevano combattuto in Afghanistan negli anni Ottanta, Gheddafi negli anni Novanta, e che poi sono stati liberati dalle prigioni da Gheddafi tra il 2009 e la guerra civile del 2011—un po' come ha fatto Assad, che ai primi segnali di rivolta ha liberato i jihadisti perché il paese precipitasse nel caos e lui fosse l'unico soggetto in grado di garantire l'ordine.

In più, altri gruppi jihadisti (non Isis) stanno perdendo combattenti a favore dello Stato Islamico, che appare in questo momento l'unica formazione con un progetto. Si tratta anche dell'unico soggetto con appeal regionale e internazionale.

Di che numeri parliamo? Quanti militanti può avere l'ISIS a Sirte, ad esempio?
A Sirte non penso più di qualche decina. Sarei stupito se uscisse fuori che ce ne sono più di qualche decina. Stiamo parlando, appunto, di gruppi piuttosto recenti, molto agguerriti e pericolosi—perché possono fare da polo di attrazione verso altri gruppi jihadisti che invece sono molto più grandi ma in questo momento sono in crisi—e che possono allearsi con gruppi criminali, ad esempio quelli che gestiscono il traffico di esseri umani.

A Derna, invece, parliamo di qualche centinaia. È difficile quantificarli, non c'è una struttura statale che li conta: non sappiamo quanti jihadisti libici sono andati in Siria e sono effettivamente ritornati in Libia.

A leggere la stampa italiana si ha quasi l'impressione che ci siano migliaia e migliaia di terroristi praticamente sulle nostre coste.
Dubito che si possa parlare di migliaia, in questo momento. Questo ovviamente non ne riduce la pericolosità. L'attacco contro l'Hotel Corinthia di Tripoli dello scorso 27 gennaio è stato condotto da un commando i cui membri si potevano contare sulle dita di una mano—ancora non è chiaro se fossero tre, quattro o cinque.

Per il tipo di azioni che conduce l'Isis in Libia, per ora va bene così. È preoccupante, invece, se l'Isis riesce a stabilire delle alleanze con altri gruppi jihadisti.

Per esempio, c'è stato un attacco a un'installazione petrolifera a Mabrouk più in forze rispetto a quello del Corinthia. Pur essendo stato rivendicato dallo Stato Islamico, non sappiamo se era condotto unicamente da loro o se c'erano stati altri gruppi.

Ci sono legami tra l'ISIS libico e quello della Siria e dell'Iraq?
Apparentemente sì. Al Baghdadi è già dalla scorsa estate che inserisce la Libia nei suoi proclami, e dichiara che il paese dev'essere il nuovo territorio di espansione. Ci sono poi dei legami personali, perché alcuni leader dell'Isis libico avrebbero rapporti di "fratellanza" con quelli che combattono in Siria perché hanno combattuto in Siria insieme, nel passato.

Il vero punto di domanda è se ci sia un coordinamento delle azioni giorno per giorno, o se c'è soltanto un sostegno politico-propagandistico.

Tornando sull'ipotizzato intervento militare italiano: i ministri Gentiloni, Pinotti e Alfano sembrano piuttosto orientati; Renzi invece sembra aver frenato. Cosa potrebbe succedere nel caso in cui si decidesse di andare fino in fondo?
Se l'Italia veramente partecipasse a un intervento internazionale, penso che potrebbe rivelarsi la peggiore catastrofe politico-militare per il paese dalla Seconda Guerra Mondiale. Nel senso che interverremmo senza avere un obiettivo chiaro dal punto di vista militare—non si capisce cosa vuol dire "combattere l'Isis." In più, andremmo in un paese dove susciteremmo parecchia ostilità: c'è un passato coloniale e di sostegno al regime di Gheddafi, e un sentimento diffuso di ostilità nei libici di fronte a qualsiasi intervento straniero.

Inoltre, non c'è un governo di riferimento. Ci può essere un interlocutore libico solo se si fa un accordo di unità nazionale, cosa a cui stanno lavorando le Nazioni Unite. Se decidessimo di intervenire ovviamente sarebbe terminato, perché sarebbe un intervento a favore di un solo governo—quello di Tobruk, e quindi l'altro governo lo percepirebbe come un intervento ostile.

Voglio sperare che fosse un abbaglio di qualche giorno e che poi qualcuno faccia ragionare il governo italiano.

L'Egitto ha effettuato dei bombardamenti in Libia contro l'Isis, principalmente per "ritorsione" nei confronti dell'esecuzione di 21 egiziani copti. Quale ruolo ha l'Egitto nella crisi libica?
In realtà gli egiziani giocano un ruolo da un bel pezzo, e uno dei fronti in Libia si ispira apertamente alla figura di Al Sisi, e dicono sostanzialmente che bisogna fare in Libia ciò che è stato fatto in Egitto, cioè eliminare gli islamisti.

C'è anche una presenza di consiglieri egiziani già da molto tempo, ci sono armi egiziane, programmi pubblici di assistenza al cosiddetto esercito libico da parte del governo egiziano. Molte di queste cose erano già note. C'era anche l'accusa da parte di anonimi funzionari americani rivolta all'Egitto e agli Emirati Arabi di aver condotto attacchi aerei in Libia.

Con gli attacchi di oggi, insomma, è la prima volta che c'è un riconoscimento aperto del ruolo egiziano.

Recentemente hai definito il conflitto in Libia come una "guerra medievale." Che situazione c'è in Libia adesso?
Ho parlato di "guerra medievale" perché è una guerra basata soprattutto su città contro città e gruppi contro gruppi. Possiamo anche pensare di semplificare e vedere due grandi coalizioni, ma in realtà abbiamo venti diversi fronti, la maggior parte dei quali si spiegano con lotte per il potere e le risorse, piuttosto che lotte politiche o ideologiche.

Le due coalizioni che stanno dietro ai governi di Tripoli e Tobruk si stanno frammentando. Ci sono state lotte all'ultimo coltello a Tobruk, ad esempio, tra il generale Khalifa Haftar e i politici; mentre sull'altro versante c'è una forte spaccatura tra la città di Misurata—che fornisce la stragrande maggioranza delle forze militari—e il governo di Tripoli che ha ammesso di non avere il controllo della situazione.

Un caos ingovernabile, insomma.
Diciamo che è un cancro che si è metastatizzato. Quindi bisogna stare molto attenti dove si fa l'intervento, perché altrimenti si rischia di accelerare la metastasi.

Cosa si sta facendo dalla parte libica per fronteggiare l'ISIS?
Fin dal maggio dello scorso anno il governo di Tobruk e il generale Haftar hanno cominciato a combattere gli islamisti, prendendoli tutti insieme—dai più moderati fino a quelli più estremisti. È una lotta che è prevalentemente condotta con attacchi aerei, da un'aviazione molto piccola che si è recentemente allargata includendo anche degli aerei di produzione russa (che non direi, però, forniti dai russi).

Finora questa lotta non è stata particolarmente efficace. La città di Bengasi è stata fortemente danneggiata da questi combattimenti—se si guardano le foto sembra Beirut negli anni Ottanta o l'Aleppo di oggi—e ci sono state più di 700 vittime solo negli ultimi due mesi. Il governo ufficiale libico non può comunque tenere le proprie riunioni a Bengasi, se non saltuariamente, perché c'è ancora una fortissima presenza di gruppi come Ansar al Sharia, e l'ultima notizia è che lo Stato Islamico controllerebbe un posto di blocco, che nelle dinamiche libiche è praticamente una base militare dell'Isis dentro Bengasi.

Il "premier" Al Thani ha chiesto alle "potenze mondiali di stare a fianco della Libia e lanciare azioni militari contro questi gruppi," perché secondi lui Al Qaeda e l'ISIS "sono a Tripoli e vicino Ben Jawad."
C'è una presenza dell'Isis in diverse città libiche, ma non controllano sette città come è circolato in questi giorni. Se uno guarda quelle città ci sarebbe anche Tripoli. Ora, l'evacuazione degli italiani è avvenuta senza incidenti, e se la città fosse stata controllata dall'Isis tutto ciò non sarebbe potuto accadere—avremmo avuto una ritirata che neanche gli americani da Saigon.

Per il resto, il governo di Al Thani chiede un intervento internazionale da agosto dello scorso anno, e chiede sostanzialmente agli europei di schierarsi nella guerra civile. La sua definizione di "terroristi" include tutti i suoi avversari: non solo l'Isis, ma tutti quelli che si oppongono al governo di Tobruk.

Dobbiamo comunque capirci su chi sono i terroristi in Libia: ce ne sono tanti, ma non tutti quelli che combattono contro il governo di Tobruk sono terroristi; e non tutti quelli che portano delle armi in Libia sono dei terroristi. Con alcuni si può stringere un accordo politico, con altri come l'Isis è impossibile oltre che moralmente inaccettabile. Questo è il motivo per cui bisogna stare molto attenti nel parlare di intervento, perché ci sono due tipi. Uno sarebbe quello di stare al fianco dell'Egitto, sostanzialmente schierandosi dalla parte del governo di Tobruk. L'altro, nel caso in cui venga raggiunto un accordo di unità nazionale, fornire delle truppe di peacekeeping per controllare alcune istituzioni chiave.

A livello più generale, quello che colpisce è come in Italia si sia passati dalla sostanziale indifferenza dei mesi scorsispecialmente sulla stampa italianaai tamburi di guerra che sentiamo in questi giorni. Come te lo spieghi?
Questa è un po' la psicosi dell'Isis, che ovviamente è alimentata dalle decapitazioni. Il video è una cosa spaventosa, basti pensare all'immagine del sangue nel mare tinto di sangue, che sembra una cosa concepita da Dario Argento. La cosa triste è che in Libia si moriva anche prima dell'Isis. Sono morte 3000 persone nell'ultimo anno, e ci sono stati 250 omicidi politici soltanto a Bengasi. Ora ci accorgiamo di queste vittime soltanto per l'Isis.

Dietro un intervento militare potrebbe esserci un tentativo di riempire un vuoto, quello del ruolo politico dell'Italia nel Mediterraneo, o c'è dell'altro?
La mia paura è che tutte le considerazioni sulle difficoltà politiche e militari dell'intervento siano sovrastate dall'entusiasmo di alcuni politici italiani per l'idea che sarebbe l'Italia a guidare questa missione. Avremmo quindi un ruolo preponderante nella guerra occidentale allo Stato Islamico, e questa sarebbe questa carta da giocarsi nelle visite a Washington.

Il problema è che non ci si rende conto che non solo faremmo una figuraccia, ma esporremmo il paese anche a dei rischi enormi, senza tra l'altro risolvere alcunché. Aggiungersi agli sforzi militari già in atto in Libia vuol dire continuare a somministrare una medicina che non ha funzionato finora, e che non si vede come possa funzionare in futuro.

Una ragione per intervenire in Libia potrebbe essere quella di difendere gli interessi di Eni, Finmeccanica e altre aziende italiane. È così?
Io penso il contrario. Se si volevano preservare quegli interessi, l'approccio doveva essere completamente diverso. Perché il risultato concreto dell'appoggio alla strategia egiziana che ha messo in atto Renzi dalla scorsa estate è che l'Italia non ha più un'ambasciata, che gli italiani sono stati evacuati e che le stesse attività dell'Eni sono molto in pericolo.

Se si volevano tutelare gli interessi italiani si doveva puntare alla stabilizzazione della Libia, cosa che la strategia egiziana non portava e non ha portato. Insomma, è il classico esempio in cui facciamo una strategia che non coincide con i nostri interessi.

A proposito dei rischi, una delle maggiori preoccupazionievidenziata anche dai servizi segreti e da certi partiti politiciè che la minaccia terroristica possa venire dagli sbarchi e dai flussi migratori. Secondo te è credibile questa minaccia?
Negli ultimi anni c'è stato solo un caso di jihadista arrestato sui barconi, liberato da Gheddafi e che le autorità italiane hanno consegnato agli Stati Uniti.

È chiaro che se io fossi un terrorista non userei i barconi: prima di tutto perché costano molto; e in secondo luogo perché avrei forti possibilità di morire. Se voglio fare il terrorista e colpire San Pietro vorrei morire a San Pietro, non nel Mediterraneo.

Quello che è vero, invece, è che il traffico di essere umani—incoraggiato dalle politiche europee sull'immigrazione—è sfruttato da organizzazioni criminali che hanno contiguità con le organizzazioni jihadiste, così come da noi è sfruttato dalle mafie.

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