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Macro

Perché essere belli fa guadagnare di più

L'importanza della bellezza sul mercato del lavoro si può misurare empiricamente: qualcuno ci ha provato, e ha scoperto che essere di bell'aspetto fa effettivamente guadagnare di più.
10.8.15

Questo post fa parte di Macro, la nostra serie su economia, lavoro e finanza personale in collaborazione con Hello bank! È un'industria che a fine 2013 valeva 379 miliardi di dollari a livello globale, e che è destinata a crescere fino a 461 miliardi entro la fine del 2018. Espandendosi del 4,5 percento sul quinquennio, nonostante i segnali di debolezza dell'economia mondiale.

Accanto ai prodotti di bellezza, anche i prodotti per la cura della pelle continuano a essere sempre più richiesti: totalizzavano 89 miliardi di dollari nel 2009, che saliranno a 114 miliardi entro la fine del 2015: +28 percento, con un peso sempre maggiore dei mercati asiatici. A crescere persino di più sarà il mercato globale della chirurgia estetica: +35 percento tra il 2015 e il 2019, quando raggiungerà un valore totale di 27 miliardi di dollari. Psicopatologia sociale, si pensa di solito. Viviamo in una società dominata dall'apparenza, e questo crea bisogni indotti che spingono le persone a indulgere in prodotti e comportamenti che sollevano, anche se solo virtualmente, il proprio senso di inadeguatezza. Ed è chiaro che la spiegazione psicopatologica ha elementi di verità, se come ricorda la giurista e femminista di Stanford Deborah L. Rhode, oltre la metà delle giovani statunitensi dichiara di preferire essere investita da un furgone piuttosto che essere sovrappeso, mentre due terzi dichiarano di preferire essere stupide che essere grasse. Eppure oggi la pressione all'apparire non è più una questione di genere, o non lo è negli stessi termini dei decenni precedenti––quando gli uomini avevano il monopolio dei lavori ad alto reddito e prestigio sociale. L'ingresso progressivo delle donne nel mercato del lavoro, iniziato a fine anni Settanta del secolo scorso e ancora oggi in corso (pur tra mille difficoltà), ha messo pressione anche agli uomini. Secondo James Gotting, presidente dell'American Society for Aesthetic Plastic Survery, "Di fronte a un mercato del lavoro sempre più competitivo e discriminante verso gli anziani, gli uomini stanno iniziando a considerare tutte le opzioni per mantenere un aspetto giovanile." Così, tra il 2010 e il 2015 nei soli Stati Uniti il ricorso alla chirurgia estetica maschile è aumentato del 43 percento, spingendo di fatto la crescita del mercato nel suo complesso.

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La spiegazione di Gotting è molto diversa da quella di Rhode. Secondo lui, le persone non ricorrono ai trattamenti estetici, e al limite alla chirurgia, perché sono insicure e somatizzano gli imperativi sociali ma, in fondo, perché vogliono aumentare il proprio reddito (il che potrebbe essere visto come un'altra forma di malattia, ma questo è tutto un altro discorso). Infatti, l'importanza della bellezza sul mercato del lavoro si può misurare empiricamente.

Daniel Hamermesh, dell'Università del Texas, ad esempio ha calcolato che, in un gruppo di Paesi economicamente avanzati rappresentativi (Stati Uniti, Canada, Inghilterra, Germania) il 30 percento delle donne giudicate "molto belle" o "più belle della media" ha un reddito dell'8 percento più alto di donne con caratteristiche simili ma considerate in media meno belle. Al contrario, le donne considerate "meno belle della media" o "brutte" ricevono uno stipendio del 4 percento inferiore alla media. Questo significa che il gap tra "belle" e "brutte" è di circa 12 punti percentuali sullo stipendio. O 120 euro per ogni 1000 euro mensili. Non è poco.

Anche per gli uomini esiste questo effetto, con la differenza che gli uomini "belli" ricevono il 4 percento in più della media e quelli brutti il 13 percento in meno, per un gap di 17 punti percentuali. Così, lungo il corso della proprio carriera, un lavoratore statunitense di bell'aspetto può arrivare a guadagnare fino a 230mila dollari in più di uno considerato "normale". La cosa può sembrare ingiustificata, ma non lo è del tutto: secondo Hamermesh, c'è evidenza empirica che lavoratori attraenti siano in grado di ottenere più clienti, il che rende razionale, per chi ha a che fare con i clienti (non certo per il CERN, ad esempio), valutare anche l'aspetto esteriore nella scelta di assumere qualcuno.

Ma c'è anche un risvolto decisamente meno positivo della medaglia. Una società basata su un mercato del lavoro che premia economicamente la bellezza rischia di creare rilevanti effetti distorsivi che agiscono a livello implicito, culturale, come quelli trovati da due ricercatori statunitensi nel loro studio In School, Good Looks Help and Good Looks Hurt (But They Mostly Help). Secondo questo studio, a partire da prima del college Usa, cioè delle nostre scuole superiori, le persone considerate di bell'aspetto vengono anche considerate più intelligenti, di personalità più gradevole e con maggiore potenzialità di successo. Così, tendono anche ad avere voti più alti e una maggiore probabilità di ottenere un diploma rispetto loro pari considrati meno "good-looking": una vera e propria profezia che si auto-avvera e che si trascina fino al mercato del lavoro, dove persone con titoli di studio migliori guadagnerebbero tendenzialmente di più.

È per questo che Deborah Rodhe, nel suo libro The beauty bias ha proposto l'introduzione di una serie di leggi per evitare la discriminazione sulla base dell'aspetto. Di tutt'altro avviso è la sociologa inglese Catherine Hakim. Secondo lei, la bellezza è innanzitutto "capitale erotico", che può essere utilizzato alla stregua di altri capitali, come quello economico (quello che si possiede), quello umano (cosa si conosce), quello sociale (chi si conosce). Proprio perché le persone tendono a identificare in maniera abbastanza univoca i tratti di "bellezza" (simmetria facciale, portamento, tono di voce, abilità sociali, abbigliamento, consapevolezza di sé, gioventù) ciascuno di noi può utilizzare il proprio capitale erotico a proprio vantaggio. E anzi, secondo Hakim, proprio come un buon investimento, se ben utilizzata questa forma di "capitale" è quella che può essere più utile ai giovani, ai poveri, insomma a quelli che hanno da guadagnare di più perché si trovano in posizioni di marginalità sociale relativa.

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