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Motherboard

Le regole di Google sono più incasinate di quelle del Monopoli

Il CEO di Google è comparso in udienza davanti al Congresso americano, mentre alle sue spalle sedeva l'omino baffuto del Monopoli. E, in fondo, non abbiamo mai capito niente del gioco da tavola esattamente come di Google.

di Riccardo Coluccini
12 dicembre 2018, 12:22pm

Immagine via: YouTube/C-Span

L’11 dicembre, il CEO di Google, Sundar Pichai, è finalmente comparso in udienza di fronte al Congresso americano, dopo essersi già rifiutato una volta di testimoniare. Di fronte ai membri del congresso, però, Pichai non era solo: alle sue spalle lo sguardo vigile dell’omino del Monopoli — baffoni bianchi, tuba e monocolo compresi — lo ha scrutato per le oltre 3 ore di interrogatorio. E mi ha fatto pensare a come non ho mai capito il Monopoli e quanto poco riesco a capire Google.

I membri del congresso hanno continuamente incalzato Pichai sulle colpe dell’algoritmo di ricerca di Google nella soppressione dei contenuti legati alla sfera dei conservatori — fissazione tipicamente americana. Nel frattempo, però, l’omino del Monopoli si trasformava in un gigantesco elefante nella stanza, sottolineando l'inconsistenza e l’inutilità delle domande poste: Google è un titano tecnologico che esercita un vero e proprio monopolio sui motori di ricerca, sul sistema di pubblicità online e sui sistemi operativi — ma le domande poste dai politici hanno raramente scalfito questo tema.

Come già successo nelle due udienze di Facebook prima al Congresso americano poi al Parlamento Europeo, anche in questo caso i politici si sono dimostrati inadatti nel loro ruolo: domande troppo vaghe, persino ridicole se viste dall’occhio di chi studia e vive l’infosfera — e Pichai ha persino dovuto specificare che l’iPhone non è prodotto da Google.

Tutto questo ci fa sorridere e immedesimare un po’ nella parte di Pichai: a Natale saremo tutti costretti a fronteggiare le domande di genitori, nonni e parenti che, con il loro smartphone stretto in mano, ci chiederanno assillanti di risolvere i loro problemi tecnologici. Rideremo di loro e magari riusciremo anche a risolvere qualche problema.

Ma questo parallelo è corretto solo in modo superficiale, perché nessuno di noi è assolutamente in grado di comprendere e capire davvero il funzionamento di Google. La colpa non è dei politici impreparati — sì, forse un po’, diciamo non solo — ma è dello stesso sistema messo in piedi dalle aziende di tecnologia, che è volutamente oscuro, fatto di termini di servizio e policy che si ingarbugliano in una massa incongruente di parole preposte a definire la nostra vita digitale.

Più guardavo l’omino del Monopoli dietro Pichai, più questa condizione di incomprensione senza speranza ha iniziato a pesarmi come un macigno: nel rapportarci con Google è come se stessimo effettivamente giocando a un partita sofisticatissima di Monopoli.

Odio il Monopoli, le sue regole e il suo sistema di gioco. Non capisco mai dove conviene fare un investimento e secondo quali previsioni riuscirò a guadagnare di più. Eppure, puntualmente, ogni anno mi ci ritrovo a giocare costretto dagli amici che finiscono con il ridere delle mie operazioni molto poco profittevoli.

Tutti giochiamo a Monopoli ma quanti di noi conoscono veramente bene le regole e i sotterfugi del capitalismo? Quanti hanno una comprensione dei meccanismi che sono diventati l’infrastruttura della crisi che stiamo vivendo?

Sì, probabilmente questo Natale vinceremo qualche partita a Monopoli ma questo non significa aver capito le vere regole del gioco.

Sì, probabilmente questo Natale vinceremo qualche partita a Monopoli ma questo non significa aver capito le vere regole del gioco. Abbiamo l’illusione che sia tutto facile, che stia tutto nelle pedine e nelle carte disposte davanti ai nostri occhi sul tabellone, ma ci stiamo sbagliando.

E lo stesso vale per il sistema del capitalismo della sorveglianza messo in piedi da Google. I membri del congresso hanno provato a chiedere informazioni sulla raccolta e gestione dei dati degli utenti: Pichai ha abilmente evitato alcune domande, sottolineando come Google lasci nelle mani degli utenti la possibilità di decidere cosa condividere.

Peccato che l’ecosistema delle app sfrutti pienamente i servizi di Google per iniettare le pubblicità agli utenti, come già mostrato da alcuni ricercatori. Le app che usiamo sono piene di sistemi per tracciare le nostre attività — cercare di capire come ogni singolo servizio comunichi con Google o con altre aziende che ammassano i nostri dati digitali è, sostanzialmente, una sfida titanica.

Ci arrabattiamo nel gioco del Monopoli come nella nostra vita digitale, senza però capirci granché — e la colpa non è nostra, ma del sistema messo in piedi da Google e cresciuto senza alcun tipo di controllo e supervisione. Smettiamola di fare finta di aver capito le regole che sottoscriviamo ogni giorno e decidiamo una volta per tutte di aprire questa maledetta scatola della sorveglianza digitale.