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Handmade Festival è il piccolo Coachella sostenibile della Bassa Padana

Siamo stati al festival in provincia di Reggio Emilia che ha eliminato tutto il superfluo in favore di una formula semplice: birra, balle di fieno e rock'n'roll.

di Diego De Angelis; foto di Giuliana Capobianco
25 giugno 2019, 10:50am

Lasciare Bologna per la via Emilia fa sempre uno strano effetto. Bologna è una città affollata di architetture medievali ed eleganti, ma anche grigi, alti edifici a tratti alienanti, come le strutture fieristiche progettate da Kenzo Tange negli anni Settanta; un ammasso di cemento e portici che con il caldo si trasforma in una serra piena di sudore e spritz Campari.

Verso nord si apre una pianura padana che sembra non voler finire mai. Da un mondo del quale cogliamo soprattutto la verticalità si passa ad uno orizzontale, fatto di lunghi piani americani. Sulla via Emilia vive e si respira la storia: attraversarla vuol dire viaggiare una terra colonizzata da immaginari lunghi cinquant’anni e spesso diversi da loro. Ci pensò già Guccini nel 1984 a far uscire un album che si chiamava Fra la via Emilia e il West, ma quello che mi viene meglio è citare l’immenso Pier Vittorio Tondelli, che in un pezzo dedicato al successo di Zucchero scrisse un pensiero sulla musica dei luoghi:

“È curioso notare che in pochi chilometri quadrati, fra Reggio e l’appenino tosco-emiliano, si concentrano esperienze diversissime, ma tutte approdate al successo internazionale: Vasco Rossi, cantore dell’inestinguibile anima rockettara della regione; i CCCP-Fedeli alla linea, con il loro punk filosovietico; la pazzariella e geniale Lady, oh Lady Spagna, con la sua dance music, nata quasi per le megadiscoteche della bassa e finita, invece, a primeggiare nelle classifiche di mezzo mondo. Tutti lì, fra Reggio, Modena e Bologna: i Nomadi, l’Equipe 84, Francesco Guccini, Lucio Dalla, Claudio Lolli, gli Skiantos, i Ladri di Biciclette (di Carpi), Ligabue (di Correggio)… Anime diverse di una terra, di un mito americano, ora inseguito, ora prepotentemente rifiutato, generazione dopo generazione: i simboli di un modo di guardare e, soprattutto, di sentire il mondo, la vita, con una particolare pensosità, riflessività, entusiasmo, forse anche struggimento. E su tutto, una concretezza, una carnalità non solo dei corpi, ma proprio delle campagne, degli alberi: la carne del cielo, la carne del fiume.”

Mi scuserete per la citazione un po’ lunga, ma mi era doverosa e adesso non ho bisogno di dover inventare niente di meglio per parlare della via Emilia. Quelle parole bastano, anche se la terra descritta da Tondelli un po’ sarà cambiata. Oggi i paesini che galleggiano nel verde mare padano sono sempre meno abitati e le loro tradizioni, le loro feste estive, i loro santi laici e non, i loro bar legnosi, diventano delle vere e proprie resistenze socio-culturali. Paesi vecchi dei secoli che lasciano lentamente spazio al silenzio e alle cattedrali nel deserto, cioè industrie, e industrie su industrie: tessili, di pezzi e ricambi di automobili, marchingegni meccanici, bulloni, metallurgia, prodotti chimici, prodotti alimentari, via così. Come in quella bellissima copertina di Tabula Rasa Elettrificata dei CSI, anche se quella prateria disegnata dovrebbe essere la Mongolia. Ma fa niente.

handmade festival giuliana capobianco

L’Emilia è terra di musica, di festival preziosi e che chi abita da queste parti conosce bene, come Musica nelle Valli o Rottura del Silenzio. L’Handmade Festival, che da ormai più di dieci anni si tiene a Guastalla (comune in provincia di Reggio), è nel cuore di questa affascinante terra di resistenze culturali e narcolessia dell’immaginario. Il festival è nato dodici anni fa per idea di tre persone: Jonathan Clancy, Alessio Artoni e Danilo Incerti (ex Welcome Back Sailors) e conta un centinaio di volontari ogni anno.

Oggi come negli ultimi anni, il posto da raggiungere è sempre quello: non siamo proprio a Guastalla, ma leggermente a nord-est, sul fianco della frazione di Tagliata. Se ci spostassimo verso nord incontreremmo il Po.

handmade festival guastalla giuliana capobianco

Anche quest’anno, e forse più di quelli scorsi, gli organizzatori del Festival hanno voluto dare una sensazione di “tutto fatto a mano”, di un DIY ambientalista. Scordatevi centinaia e centinaia di bicchieroni di plastica destinati a riempire i cassonetti a fine serata: fin dal 2013, per cinque euro si può acquistare un bicchiere illustrato da artisti e grafici. Quel bicchiere vi rifornirà di birra e ovviamente acqua che, quest’anno, è stata distribuita gratuitamente da grosse cisterne. E poi, per rimanere sul green, per mangiare sono stati distribuiti piatti in ceramica e cellulosa. Piatti che sono serviti a dispensare carne che veniva cucinata in loco da una dozzina buona di lavoratori del catering dei dintorni. Chiacchierando con un paio di responsabili, affumicati dal tipico, forte, attraente odore di pancetta, coppa, salsiccia e via dicendo, scopriamo che chi si occupa di cucinare ha una lunga storia: il “gruppo Tagliata” nasce negli anni Sessanta come squadra di calcio, passa per piccole storie di organizzazione parrocchiale, per divenire una presenza stabile alle feste paesane dei dintorni. I trentenni che all’ultima edizione dell’Handmade dispensano piatti ricolmi di cibo locale sono gli stessi quindicenni che hanno cominciato nelle prime edizioni del festival.

handmade festival guastalla giuliana capobianco

Mentre gli Yonic South, una delle band più fighe degli ultimi tempi, produce il solito bordello che li contraddistingue e suonano la loro hit “Wild Cobs” (una canzone garage rock che si chiama “pannocchie selvagge” è perfetta per il posto) noi continuiamo a girovagare tra baracchine di dischi e abiti vintage.

Le atmosfere del festival stanno a metà tra una delle tante feste del tortellino o dello gnocco fritto, quindi una sagra estiva da una parte, e il puro festival musicale dall’altra. Circondati dalle balle di fieno, dai granai e dall’odore della campagna mi viene in mente un dialogo che avevo tenuto con un mio amico musicista il giorno prima: in Italia il country, come genere musicale, non ha mai attecchito e non funziona (cover band di papà e avvocati a parte). Che è vero, ma nei colori e nel pubblico, nelle atmosfere rilassate questo sembra proprio una di quelle feste che vedi in un film tipo Honeysuckle Rose (che in Italia era tradotto come Accordi sul palcoscenico). Cerco quindi Willie Nelson, ma vedo passare Giorgio Canali con addosso una maglietta con scritto “merda”.

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Sean Nicholas Savage

L’Handmade puoi farlo trascorrere mentre sei seduto su di una delle numerose panchine in zona ristorazione, con vista Stage B (quello un po’ più piccolo), oppure, come hanno fatto i miei amici, buttati su una collinetta verde che fa da perimetro su di un lato del fest. In ogni caso, dimenticatevi la fatica, il sudore, il senso di morte e i costi da denuncia delle bevande. Questo è uno slow-festival.

Incrociamo World Brain, aka Lucas Ufo, artista francese che fa una musica super rilassata/rilassante, ispirata a tramonti estivi ad 8-bit, vapor ma con queste chitarre in stile Prince di fine anni Ottanta. Gli chiediamo una foto e gli dico che finirà su internet: “non vedo l’ora di dirlo a mia madre”.

world brain handmade festival giuliana capobianco
World Brain

Chiedo al nostro amico Dario, che con il suo Hangar Booking ha portato al festival Sean Nicholas Savage, World Brain appunto, Yonic South (a proposito, l’ho già detto che gli Yonic South sono DAVVERO FIGHI?) e Ginevra, di fare due chiacchiere con Jonathan Clancy, uno dei fondatori del festival. Clancy è una figura tra due mondi, perfettamente in linea con la parola chiave di oggi, “West emiliano”. Clancy è nato in Canada, ma da anni vive da queste parti ed è un pezzo di storia della musica underground: numerose le band che hanno visto la partecipazione della sua chitarra e voce, dagli His Clancyness agli A Classic Education, per arrivare alla fondazione e direzione della Maple Death Records.

“L'Handmade nasce fondamentalmente dall'idea di cercare di fare qualcosa di diverso. Quando è iniziato 12 anni fa cercavamo qualcosa di particolare, di rurale, sì, ma anche che si avvicinasse di più ai festival che frequentavamo all'estero. Ora le cose sono molte migliorate e ci sono festival in ambito anche rock e dintorni in Italia più grossi e con nomi maggiori. Noi siamo partiti però dall'idea che hai visto anche quest'anno al festival. 20/25 band, piccole o medio piccole che suonano al massimo 30 minuti su tre palchi che ruotano. Se vuoi non ti perdi niente. In più non volevamo sponsor, barriere o divisione anche tra il pubblico e gruppi”, ci racconta mentre si fa scattare una foto sotto un pantheon fatto di balle di fieno rotonde. “Le band mangiano in mezzo al pubblico e frequentano lo stesso bar, non ci sono enormi backstage divisi. Questo è lo spirito del fest. È fatto principalmente da musicisti per cui ci sono tutte le cose importanti e abbiamo eliminato, penso, tutte le cose superflue.”

handmade festival giuliana capobianco
Jonathan Clancy

Le parole di Clancy non sono illusione. Handmade è relax, senza nessuna fretta hai la possibilità di godere di qualsiasi gruppo (se non c’è troppa fila tra una birra e l’altra).

Michele Tellarini, che è lo stage manager del Festival, mi racconta di come il DIY sia parte integrante dell’organizzazione dei concerti stessi. Michele collabora per la Maple Death e suona nei Qlowski, vive a Londra ma è sceso apposta per il festival. Indossa una camicia fighissima sullo stile di quelle che si vedevano in Seinfield e la sua edizione preferita dell’Handmade è quella in cui parteciparono i DIIV.

ginevra handmade festival giuliana capobianco

“Cerchiamo di trattare tutte le band nello stesso modo. Certo, una band che ha dieci anni sulle spalle e cinque dischi probabilmente finirà ad essere un Headliner, ma vogliamo che tutti abbiano lo stesso minutaggio. Se la prima band suona per venti minuti deve farlo anche l’ultima. Questo vale per tutte le band, anche per quelle che vengono da fuori. D’altronde questo festival nasce con la filosofia DIY che avevano in mente in suoi fondatori, che più di dieci anni fa volevano fare qualcosa per i loro amici. Persone che abitavano da queste parti e l’idea di suonare all’interno di luoghi come granai o magazzini inutilizzati diventava una possibilità anche economicamente parlando perfetta.”

Stiamo parlando nel backstage, una piccola area verde con sedie e tavoli di plastica bianchi. Mentre parliamo Michele si deve interrompere per fare il suo lavoro (gestire il palco principale), Federico Fiumani ci passa di fianco pronto a salire con i suoi Diaframma. “C’è un palco organizzato da Tizio [Bob Corn], il fondatore di Musica Nelle Valli, e le band che ci suonano vengono selezionate da lui. È una collaborazione che si è rafforzata dopo il terremoto dell’Emilia con la volontà di supportare la ricostruzione”. Bob Corn, mi ha confermato anche Clancy, è la figura (diciamo anche un po’ mitica) che ha spostato tanti ragazzi dalla città verso la campagna, a far scoprire la bassa organizzando e suonando live negli ultimi vent’anni. Sul palco di Musica nelle Valli quest’anno hanno suonato vari gruppi interessanti, e se dovessi citarne alcuni farei due nomi da segnarvi: Tacobellas, duo di ragazze forgiate nella bassa, e i cupi e romantici Espada.

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Indovina qual è l'autore e quali sono i Black Lips

Salutiamo Michele, i Diaframma hanno attaccato con “L’Odore delle Rose” e coincidenza vuole che arrivino i Black Lips, nella loro terribile bellezza punk, conciati come degli eredi della band di Captain Beefheart. Confesso a Giuliana, la fotografa che mi accompagna, di essere eccitato dalla loro presenza e le chiedo di farmi una foto con la band: passiamo una mezz’ora stratosferica a parlare con Jared Swilley (bassista e seconda voce), della sua passione per le droghe e di come si è ritrovato senza un dente e col naso storto (adora fare a botte). Jared ci racconta della sua adolescenza in Georgia, del coming out del padre come omosessuale avvenuto quando lui era già adulto, dei suoi viaggi e di eroi americani come Hank Williams e Walt Whitman (“The dumbest guys in America are the coolest”). I Black Lips sono veri e propri eroi del rock (o del punk, o dell’outlaw country, vedete voi); della band iniziale, il nucleo di ragazzi garage e bad trippari che ha iniziato a fare casino intorno al 1999, sono rimasti solo in due: Jared e Cole Alexander (chitarra e voce). Ma sono ancora forti e lo dimostrano mezz’ora dopo sul palco, scatenando balli e pogo: suonano sgraziati e un po’ fuori tempo, sbronzi, ma fanno il giro e diventano perfetti. Jared si spacca anche il dito ma riesce a finire il concerto. Sono l’essenza del divertimento, una delle forme più pure del rock and roll che ci sono in giro.

handmade festival giuliana capobianco

Dopo una bella sudata causata dai Black Lips, buona parte del pubblico torna a svaccarsi sulla collinetta che sale al fianco del dancefloor. Dopo la sfuriata americana le atmosfere tornano a farsi rilassate, accompagnate dal set dreampop e oscuro dei Drab Majesty che si piglia tutti i nostalgici delle atmosfere anni Ottanta.

Il festival sta giungendo al suo termine ma noi ce ne andiamo poco prima della sua fine: la domenica sta morendo e incombe il lunedì mattina, abbiamo tutta la strada del ritorno da fare prima di riprenderci Bologna. Superiamo di nuovo la bassa, che al buio pare un oceano nero in religioso silenzio. Al buio, certo, se non fosse per la luce isolata di qualche insegna di fabbrica o le illuminazioni del giardino di un vecchio casolare. Tagliamo in due frazioni separate dalla strada e che dormono profondamente. Anche quest’anno l’Handmade è andato alla grande, e sembra diventare sempre più famoso a ogni anno che passa, attirando sempre più famiglie, locali e appassionati di musica. E se l’anno prossimo volete andare in Texas ma vi mancano i soldi del viaggio in aereo o avete paura delle armi e dei cowboy non ci sono problemi: segnatevi questo nome e aspettate il prossimo giugno.

Le foto sono di Giuliana Capobianco, seguila su Instagram. Anche Diego è su Instagram. Anche Noisey.