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Il giorno più scioccante della mia vita in prigione

Non lo augurerei mai a nessuno, ma ci sono persone che torneranno in prigione continuamente, si vede.

di Aaron Ernst; illustrazioni di Nicole Xu; traduzione di Giulia Fornetti
28 agosto 2018, 6:30am

Questo articolo è stato pubblicato da VICE US in collaborazione con il Marshall Project.

Una sera di luglio ero al telefono con Taemi, la mia ragazza. Era una di quelle telefonate che sarebbe finita esattamente come tutte le altre, mi sarei pentito di aver chiamato e basta. Era diventata la nostra routine, eppure mi mettevo in fila ogni sera e passavo metà dei 45 minuti a mia disposizione facendomi insultare senza tregua dalla persona che avrebbe dovuto amarmi. La stessa cosa accade anche ad altri compagni. Prigionieri degli sbagli del passato, non riusciamo a smettere di pensare a casa come a un posto confortevole. Molti di noi sono invischiati in relazioni malsane, e lo sono ormai da molti anni.

Era una sera normalissima. Non c'era la luna piena, non era venerdì 13 e come ogni santo giorno faceva caldissimo. Nel carcere di St. Cloud, in Minnesota, non c'era l'aria condizionata, e così, anche se oltre le sbarre tutti vedevano tutto, in cella stavamo in mutande, cercando di rinfrescarci la mente. (Per fortuna la mia cella era al piano terra.)

Io e Taemi avevamo appena iniziato a parlare quando un tizio è entrato nella stanza con un foglio di carta appeso al petto. L'ho visto solo con la coda dell'occhio, non sono riuscito a capire cosa ci fosse su quel foglio, e non ci ho dato troppo peso.

Parlare al telefono in mezzo a tutto quel rumore richiedeva già parecchia concentrazione. Di solito, il tizio accanto a te implora qualcuno di mettere qualche soldo sul suo conto per potersi permettere dei noodles e del caffè. Poi, c'è sempre quello che piange al telefono, promettendo di cambiare, supplicando un'ultima possibilità tra i singhiozzi. E infine, non manca mai il bastardo che insulta la povera malcapitata con valanghe di parolacce.

La peggiore distrazione però sono gli altri carcerati in fila fuori. Non mostrano alcun rispetto per chi è al telefono a pochi metri da loro; urlano, fanno battute oscene e si mettono a discutere delle peggiori cavolate, tipo quale personaggio famoso è il più ricco di tutti. (In prigione, tra l'altro, tutti sanno tutto e non sanno niente, e continuano a urlare per cercare di convincere gli altri di avere ragione.)

Avevo notato che alcuni compagni stavano indicando il tizio con il foglio appiccicato sul petto, e la situazione si stava movimentando. Ma dall'altra parte del telefono, Taemi era di pessimo umore e mi stava ricordando che persona orribile fossi per la centesima volta, e così la mia attenzione era tutta focalizzata sui suoi complimenti.

Pochi minuti dopo, il tizio passa di nuovo vicino a me. Questa volta, però, mi dà le spalle ed è rivolto verso le persone in fila—non riesco ancora a vedere cosa c'è sul foglio. Continuo a parlare con Taemi.

L'edificio dove sto io, B-House, è l'unità educativa e qui vengono mandati molti detenuti che devono seguire il programma GED [il programma di istruzione in carcere]. Tra questi, ci sono i ragazzi con disabilità cognitive e i giovani con problemi comportamentali che per qualche motivo non hanno mai finito le scuole superiori. Si crea un gruppo piuttosto interessante con dinamiche curiose.

L'uomo con il foglio di carta ne è l'esempio lampante. Si vanta sempre di essere leader di una gang e celebra continuamente le sue prodezze criminali, il "codice del detenuto" e la legge della strada. Ogni parola che esce dalla sua bocca riguarda quella volta in cui ha picchiato uno, derubato un altro o è riuscito a vendere droga con un metodo nuovo e straordinario.

Non lo augurerei mai a nessuno, ma ci sono persone che torneranno in prigione continuamente, si vede. E l'uomo con il foglio sul petto è proprio una di quelle.

Passando nuovamente vicino ai telefoni, alza le mani al cielo come Muhammad Ali dopo aver sconfitto Frazier. Questo scatena una reazione ancora più accesa. Alcuni ridono e lo prendono in giro. Altri sobbalzano con quell'espressione in volto tipo "Oh no, non l'ha fatto davvero..." Solo un paio di loro sembrano veramente disgustati. Alcuni, dal fondo della fila, sono furiosi e inveiscono con gesti a me sconosciuti, penso il linguaggio delle gang.

Lo spettacolo, ovviamente, mi incuriosisce ancora di più. Appena si avvicina di nuovo, mi volto in tempo per vedere cosa stava sconvolgendo così tante persone. Appiccicato sulla maglia del detenuto, c'era un foglio A4 con la foto a colori, a tutta pagina, di uomo colpito da un'arma da fuoco in faccia.

Non si tratta di una messa in scena hollywoodiana, questa è la realtà, in tutta la sua tremenda gloria. L'uomo nella foto è stato colpito in volto e al petto, e poi appoggiato a un'auto parcheggiata. Il sangue gli esce a fiotti dalla testa e ha una gamba incrociata sotto il corpo. Gli occhi aperti sembrano fissare qualcosa oltre l'inquadratura.

Ha l'aria di essere un ragazzino delle superiori, non ha più di 19 anni.

A quanto pare, quella era la foto che era stata usata dalla procura per accusarlo di omicidio. Il giovane nella foto era la sua vittima. E ora, eccolo qui, a vantarsi della sua accusa mentre gira per tutto il carcere con la foto appesa al petto come fosse una medaglia all'onore.

La scena è surreale. Alcuni detenuti lo incitano, alcuni anche più anziani di lui lodano il suo comportamento. I ragazzini, ancora assorbiti dalla mentalità della strada, lo guardano con ammirazione. Si legge nei loro occhi, da quel momento lui è il loro mito. È una scena straziante da vedere—il misto di vergogna e di orgoglio violento che si scatena nella sala è imbarazzante.

Ho visto tantissime cose tremende durante i miei anni in carcere—aggressioni, abusi sessuali, estorsioni e uso di droga. Ma questa scena mi ha davvero colpito. È uno di quei momenti in cui ti fermi e rifletti, non puoi credere ai tuoi occhi, non può essere vero.

Ho dedicato un pensiero alla vittima, ma anche a questo pover'uomo avvolto nell'oscurità. Ho provato dolore per la madre che ha perso suo figlio quella notte, vittima di un gesto efferato, ma anche per la madre che ha perso suo figlio, nella stessa notte, vittima di questo atto di glorificazione terribile, del sistema.

Ero senza parole, stavo lì con il telefono che scivolava via dall'orecchio, quando la voce di Taemi ha destato la mia attenzione. L'ho interrotta per cercare di spiegarle cosa stava succedendo. La cosa la zittisce, e rimaniamo entrambi in silenzio per un attimo, nei nostri pensieri, senza dire nulla.

In quel momento, entrambi ci siamo resi conto di dove mi trovavo davvero. Mi sono scusato per averla interrotta e le ho chiesto cosa stesse dicendo. "Niente," mi ha risposto con una voce dolce. "Ti amo tesoro."

Aaron Ernst, 42, è detenuto nel carcere di Faribault, nel Minnesota, dove sta scontando una pena da sei a dieci anni per crimini legati alla droga.

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