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Milano ha un grosso problema coi musulmani

La cosiddetta legge anti-moschee della Lega Nord in Lombardia è una non-risposta a una questione, quella dell'Islam in Italia, che le istituzioni sembrano non voler affrontare.

Alberto Mucci

Piazzale Selinunte, San Siro.

Foto di Zoe Casati.

La comunità islamica italiana conta quasi due milioni di persone, il quattro percento circa della popolazione. Nonostante questi numeri, i musulmani in Italia vivono in uno strano limbo fatto di momenti di isterismo della stampa e di totale indifferenza. L'Islam, infatti, non è ancora riconosciuto ufficialmente a livello di rappresentanza, e per i musulmani italiani (come tutti i fedeli di altre confessioni prive di un'intesa con lo stato, e sono diverse) questo significa non potersi sposare se non passando per il Comune di residenza, non avere un cimitero proprio e non accedere a finanziamenti pubblici (8xmille in primis).

Ma la questione Islam in Italia non riguarda soltanto i diritti negati. Concerne anche una serie di paure e problemi—presenza dell'Islam radicale, finanziamenti alle moschee poco trasparenti, luoghi di culto non a norma—che il governo italiano non sembra aver voglia di affrontare; almeno non con una visione di lungo periodo.

Gli ultimi ad averci provato—male—sono stati i leghisti in regione Lombardia. Lo scorso 27 gennaio hanno approvato (anche grazie anche al sostegno di parti del centrodestra lombardo) quella che è stata ribattezzata legge "anti-moschee." In cosa consiste? I fedeli di religioni non ufficialmente riconosciute dallo stato che vogliono costruire un luogo di culto dovranno dotarsi di un sistema di "telecamere," "parcheggi per una superficie pari al 200 percento di quella dell'immobile adibito ai servizi religiosi" e così via, fino a rendere la costruzione quasi impossibile per tutte le organizzazioni religiose senza un Dio ricchissimo.

"Come legge non ha alcun senso. È un provvedimento preso per non dover decidere, per rimandare le decisioni importanti," commenta al telefono Paolo Branca, docente dell'Università Cattolica di Milano ed esperto di Islam in Italia. E non è l'unico a pensarla così: secondo Enrico Brambilla, capogruppo PD al consiglio regionale della Lombardia, ora il governo italiano sembrerebbe orientato a impugnare la legge davanti alla Corte Costituzionale

"Mi chiedo a cosa possa servire," mi ha detto a una festa Cheikh Gueye, un amico senegalese, musulmano, in Italia da diversi anni. "Da un lato la Lega dice che la legge serve per avere maggiore controllo sulle infiltrazioni estremiste, dall'altro con questa legge costringono i credenti a costruire moschee illegali dove pregare." Il commento di Cheikh mette in evidenza due conseguenze (e paradossi) della legge lombarda firmata Lega.

La prima è quella legata all'incentivazione della clandestinità dei luoghi di culto—un problema che riguarda non soltanto Milano e la Lombardia, ma tutta l'Italia. La seconda è relativa alla questione finanziamenti e riguarda soprattutto l'Islam e i suoi fedeli (anche questa una questione non solo lombarda).

Partiamo dalla prima, più di preciso dall'articolo 8 della Costituzione italiana. Come mi spiega Hamid Distefano della Commissione Affari Giuridici del Co.Re.Is (Comunità Religiosa Islamica), "per essere riconosciuta ufficialmente, una religione deve firmare attraverso i suoi rappresentanti quella che l'ordinamento italiano chiama 'intesa'," in altre parole un accordo non troppo diverso dal Concordato con la Chiesa Cattolica.

Giungere a questa "intesa" con il Ministero dell'Interno non è impresa facile. L'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, uno degli organi rappresentativi della comunità ebraica italiana, ha fatto richiesta nel 1947 e ottenuto l' ok-go soltanto nel 1987. Quarant'anni dopo. E si tratta una delle poche religioni a esserci riuscita.

Per la comunità islamica in Italia, il percorso per poter raggiungere l'intesa col Ministero sarà molto probabilmente ancora più lungo e complesso. Nel frattempo, come dice Branca, "la nostra classe dirigente dimentica che, quando non si vuole affrontare la realtà, la realtà si evolve comunque." Una realtà che a Milano, come in molte altre città italiane, è sempre più evidente.

Per cercare di capire meglio come la vede chi effettivamente pratica la religione sono andato in zona San Siro, tra piazza Segesta, via Mar Ionio, via Zamagna e dintorni. Almeno la metà delle persone che camminano per strada non sono di origine italiana—di queste, buona parte viene dal Nord Africa. Arrivo in piazza Selinunte verso le due del pomeriggio. Al di là della piazza c'è una macelleria con un'insegna bianca e una scritta rossa in arabo. Dice "macelleria islamica di Gerusalemme." Dentro ci lavora Hamed, egiziano. Appena capisce che non sono lì per comprare ma per fargli delle domande sulla zona e su come si sente quando il quartiere viene descritto come la casbah di Milano mi dice che non parla bene l'italiano. Chiede di tornare la sera perché arriverà un collega che sarà in grado di rispondere alle mie domande.

È lunedì e lungo via Rospigliosi è giorno di mercato. Uomini e donne arabi sono sia dietro ai banchi sia tra chi è in giro a far compere. Tra questi Ahmed, 23 anni, in Italia da sei. Mi racconta che vive a Rozzano e quella mattina si è svegliato alle cinque in modo da poter allestire il banco. Al riferimento alla casbah risponde con un sorriso: "Non lo so, quella sta in Algeria, io sono marocchino e ad Algeri non ci sono mai stato." Quando gli chiedo del provvedimento della Lega Nord dice di non averne mai sentito parlare. Mi fa cenno di aspettare. Chiede a suo padre, Mustafa, sulla cinquantina. Anche lui scuote la testa in segno negativo. Della Lega e della sua legge anti-moschee non ha sentito nulla.

"Sai cosa," mi dice Ahmed prima di salutarmi, "i posti dove pregare—legali o illegali—ci saranno sempre. Legge o non legge. Alla fine è come l'hashish. Sarà pur illegale, ma se lo vuoi lo trovi, nessuno riuscirà mai a fermarne la vendita."

Forse è per questo motivo che in Italia le moschee "illegali" sono circa 800, una quarantina circa a Milano. Come funziona? Mi spiega di nuovo Hamid Distefano: "Un numero di fedeli forma un'associazione culturale e scrive uno statuto in cui la promozione della preghiera è uno degli obiettivi. Fatto questo i fedeli si riuniscono e pregano liberamente."

Ma passiamo al secondo problema che la legge leghista non è in grado di risolvere: quello dei finanziamenti. Lo scorso 2 febbraio, a Milano, il partito di estrema destra Forza Nuova ha organizzato una manifestazione per dire "no alle moschee". La protesta che si sarebbe dovuta tenere davanti a palazzo Marino è stata annullata, ma al di là dei toni xenofobi e della retorica insensata del "rimandiamoli tutti a casa", dell'"identità italiana" sotto attacco e del "a casa mia si rispettano le mie regole," il partito di estrema destra ha evidenziato preoccupazioni condivise in parte sia da Branca che da Distefano: quelle dei finanziamenti delle moschee, appunto.

Le inchieste su questo fenomeno sono diverse e hanno concluso che motivi di allerta effettivamente ci sono, e che paesi come l'Arabia Saudita o il Qatar—e anche organizzazioni come i Fratelli Musulmani—finanziano luoghi di culto in modo da poter imporre la propria agenda.

Ai finanziatori è permesso di scegliere l'imam, e quindi esercitare un'influenza sui sermoni ascoltati dai fedeli e portare avanti un disegno politico. Come spiega Branca, "se di Islam a Milano, come nel resto d'Italia, e dei suoi problemi si vuole parlare bisogna concentrarsi sui finanziamenti e sui rapporti di potere all'interno delle moschee, non delle trovate populiste della Lega. Nessuno ne parla, ma ci sono moschee a Milano, come quella di viale Jenner, dove da trent'anni comandano le stesse persone e dove queste stesse persone stanno cercando di passare il controllo della moschea ai propri figli."

Il garage da cui si accede al centro islamico di viale Jenner, in zona Maciachini.

Branca aggiunge: "Non si può parlare dell'Islam in Italia come una sorta di entità monolitica. Al suo interno ci sono rapporti di potere da tenere in considerazione e analizzare. Un esempio: la comunità marocchina in Italia è composta da circa 500mila persone, anche se dal punto di vista dell'Islam organizzato conta molto poco. Lo stesso vale per i senegalesi. La maggior parte del potere è in mano a italiani convertiti, siriani ed egiziani vicini ai Fratelli Musulmani e legati a organizzazioni come L'Unione delle Comunità Islamiche d'Italia (UCOII) e il Coordinamento delle associazioni islamiche di Milano (CAIM)."

La legge della Lega sembra dunque fallire sia sul lato della regolamentazione dei luoghi di culto, sia sulla questione della sicurezza; e anche, va aggiunto, nell'affrontare il tema del multiculturalismo in Italia. In un contesto di crescente xenofobia, la legge anti-moschee della Lega è una non-risposta.

Per cercare di capirne un po' di più ho parlato della legge con Corrado Fumagalli, un ricercatore alla statale di Milano la cui specializzazione è proprio il multiculturalismo. "Secondo me questa legge mostra come anche quando si sceglie la via della coercizione—che, attenzione, è una via legittima per uno stato—questa viene portata avanti male. Se le leggi della Lombardia fossero per esempio applicate alla moschea di Roma, tra parcheggi e altri requisiti urbanistici sarebbe probabilmente più grande di San Pietro. Al di là della battuta: una legge nata per ostacolare la costruzione di luoghi di culto islamici rischia di creare moschee che sono più grandi dell'ottanta percento delle chiese del quartiere in cui si trovano."

Via Stratico, Scuola araba bilingue "Nagib Mahfuz".

La questione multiculturale in Italia è diversa da quella di altri paesi europei come Regno Unito, Germania o Francia. Questo per diversi motivi. Il primo è che l'immigrazione in quei tre paesi inizia già nell'Ottocento. Se in Italia siamo alla seconda, a volte terza, generazione di immigrati, la Francia, il Regno Unito e la Germania sono spesso alla quarta, se non di più. Questo significa che l'Italia ha iniziato ad affrontare il multiculturalismo molto più di recente. Avrebbe dunque potuto imparare dagli errori degli altri paesi e sperimentare con nuovi modelli.

Il secondo motivo è l'assenza di un'etnia/paese specifico da cui arriva la maggior parte degli immigrati. Se per esempio i turchi sono la prima comunità straniera in Germania, i pachistani e i bengalesi lo sono nel Regno Unito, gli ex colonizzati in Francia, in Italia i paesi di provenienza sono diversi: Marocco, Albania, Romania, Bangladesh, Tunisia, etc.

La terza grossa differenza tra Italia, Francia, Germania e Regno Unito è la natura politica degli stati e la relazione di ognuno con il concetto di nazione/identità. Come spiega Branca: "Mentre l'approccio inglese è riassumibile in un 'vi tolleriamo perché tanto non diventerete mai veri inglesi', quello francese in un laicismo autoritario e centralizzato e quello tedesco in un'identità nazionale molto ben definita, quello italiano è molto più morbido proprio perché non ha un gruppo etnico preponderante ben definito con cui confrontarsi; lo Stato non promuove il laicismo alla francese e non esiste quella forte identità nazionale alla tedesca."

Via Zamagna, San Siro.

Queste condizioni, secondo Fumagalli, "sarebbero perfette per un esperimento multiculturale che però non è mai avvenuto." L'immigrazione è stata lasciata a se stessa e lo Stato ha dimostrato tutta la sua incapacità nell'affrontare la questione muovendosi alla base dell'attuale asimmetria tra la legge e la realtà della strada.

Durante la passeggiata a San Siro mi fermo in via Zamagna, al Bar Franco, gestito da un settantenne che è lì da circa dodici anni. Accennando alla nutrita presenza di stranieri in zona, mi spiega che negli ultimi tempi il "quartiere è peggiorato." Alla fine però aggiunge: "Non ce l'ho con i musulmani o gli immigrati, non sono razzista, sono persone come me, ce l'ho con le nostre leggi di emme e di come hanno creato questa condizione. Il problema è in cima, non alla base." E per quanto questa posizione possa essere condivisa (o meno) in zona, sembra comunque portare alla luce un sentire comune.

"In Italia c'è questa tendenza a ignorare i problemi, aspettare che si ingrandiscano a dismisura e soltanto allora trovare un compromesso al ribasso," spiega Fumagalli. "È stato così per la legge Martelli del 1990. È così con i condoni edilizi o con le leggi speciali che permettono i rientri di capitali illegalmente detenuti all'estero. E molto probabilmente sarà così anche per la gestione della comunità islamica italiana."

Quando la legge della Lega sarà dichiarata incostituzionale—ed è solo questione di tempo, soprattutto ora che probabilmente sarà impugnata dal governo davanti alla Corte Costituzionale—forse i giornali torneranno a occuparsi del problema, e forse qualcuno a Roma deciderà che è ora di trovare una soluzione dignitosa per quasi due milioni di persone.

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