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Dove va a finire quello che non mangiamo

Vi è mai capitato di chiedervi che fine fanno le parti di un animale non destinate al consumo umano immediato? Ho fatto qualche ricerca sulla filiera agroalimentare e zootecnica italiana per scoprire come funziona.
7.11.14
Foto di Mishka Henner.

Arrivo barcollando e ansimando alle porte pressurizzate della metro rossa appena un secondo prima che si chiudano. Sono sudato, mi fanno male le piante dei piedi, e ho un bezoario di cucina etnica e osmio incastrato nello stomaco.
Mi metto seduto accanto ad un signore di mezza età con lo scalpo costellato di efelidi che sta spiegando—minuziosamente e con aria soddisfatta—alla moglie quanto fosse unta e grassa la pannocchia fritta che ha appena mangiato, mentre finisce di inalare uno stecco gelato.
Tutti quelli che mi circondano masticano, deglutiscono, digeriscono, o parlano del cibo .
Io allora, nonostante la nausea e il senso di pesantezza, mi accodo agli altri e cerco di rimettere insieme il puzzle gastro-sensoriale a cui ho appena preso parte, nel tentativo di tirare le somme della lunga giornata che ho appena passato fra i ristoranti di Expo 2015.

Il motivo per cui mi trovo in questo vagone stipato di carne ed esalazioni non esattamente gradevoli di domenica sera, infatti, è che mi sono offerto volontario per realizzare una guida su come mangiare ad Expo spendendo il meno possibile.

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Le mie credenziali erano date dal fatto che qualche mese fa ho passato un'intera settimana nutrendomi con non più di due euro al giorno, dal mio innato masochismo alimentare, e dalla mia propensione per lo scrocco selvaggio; il mio obiettivo era di testare quanto fosse fattibile ingozzarsi di cibo ad Expo senza spendere una cifra esosa—visto che una delle prime critiche che sono state rivolte alla manifestazione riguardava i prezzi eccessivi dei ristoranti: tanto che perfino gli hamburger di Mc Donald's costano di più, e che al padiglione del Giappone un visitatore ha pagato 110 euro per un singolo piatto.

Per portare a termine la mia missione, ho deciso di provare a mangiare in almeno sei dei ristoranti appartenenti alle cinque aree geografiche in cui sono stati divisi i paesi che partecipano a questa edizione, con un budget massimo di 50 euro. Aperitivi, bouffet e degustazioni scroccati, poi, avrebbero completato l'opera.
Designati i parametri base dell'Expo-pezzente, quindi, mi sono presentato ai tornelli d'entrata alle 10 di mattina, pronto a sacrificare l'ileo e il duodeno per dovere giornalistico.

Arrivo a stomaco vuoto, e mi metto subito alla ricerca del posto migliore in cui fare colazione. Il bar all'entrata, però, è già stipato di gente accalcata che sgomita per accaparrarsi le costosissime brioches dell'espositore, quindi decido che il modo migliore per tentare di ottimizzare il risparmio è quello di setacciare fin da subito ogni edificio alla caccia di qualche degustazione gratuita con cui saziare la fame prima di pranzo.

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San Giuliano Ferrara mi assiste però, perché passando di fronte al padiglione della Repubblica Ceca, il primo che si incontra, mi imbatto in una strana miscellanea di musicisti folkloristici e ragazze in corsetti tradizionali che partecipano all'inaugurazione della mostra sulla città di Brno. Tre rappresentanti della giunta stanno illustrando i motivi che rendono Brno una delle città cardine del loro paese, ma il piccolo gruppo che si è formato nel padiglione sta semplicemente fingendo di ascoltarli mentre tiene d'occhio i movimenti di un tizio che se ne va in giro offrendo dei piccoli dolcetti omaggio ricoperti di burro. Io praticamente gli rimango a fianco per tutta la presentazione, continuando ad infilare la mano nel paniere ed esclamando "EVVIVA BRNO!" ogni volta che mi guarda male.

Evviva Brno!

Presto però i dolcetti finiscono, quindi mi sposto all'interno del padiglione, dove si terrà un rinfresco gratuito una volta che la band folkloristica avrà terminato di suonare Nothing Else Matters dei Metallica, nota ballata tradizionale ceca.

Il ristorante interno offre un menù abbastanza vario: un gulasch da osteria viene nove euro, ma con 27 puoi anche accattarti una bistecca di daino in sorba nera. Purtroppo io non posso permettermela, ma meno di 30 euro per un po' di daino e sorba mi sembra un buon prezzo.

Finalmente i convenevoli finiscono, e mi metto in prima linea di fronte alla saletta dove è stata allestita la mini mostra su Brno pronto ad arraffare tutti i salumi cechi che posso.

Alla fine, dopo una contesa aspra con un signore bolso per accaparrarmi le ultime fette di pane rimaste, mi metto in un angolo a fare colazione con un po' di salumi, del formaggio, e una michetta di salsa con dentro praticamente tutti gli ingredienti commestibili in natura. Comunque sia è gratis, quindi il primo consiglio che posso darvi è di sfruttare al massimo i tempi morti fra gli orari di apertura dei ristoranti alla ricerca di eventi ed inaugurazioni del genere.

Finito di mangiare esco e do un'occhiata anche ai padiglioni circostanti. La prima cosa che mi colpisce, è che non tutti i paesi hanno un ristorante: il padiglione dell'Irlanda, ad esempio, non ha nemmeno un baretto; quello dell'Inghilterra ha solo un misero bancone che spilla guinnes, mentre l'offerta gastronomica del Belgio si esaurisce in uno stand che vende patate fritte—molto ambite a dire il vero—un altro per la birra, e nei vari tipi di cioccolato acquistabili all'interno del padiglione. Il ristorante del Tibet, invece, non è ancora terminato.

Intorno alle strutture con offerta scarsa, gravitano tutta una serie di banchetti, e chioschi che vendono schiacciatine e street food.

Altri padiglioni, invece, hanno ristoranti ampi e con una lista di piatti infinita, ma sono anche molto cari: il ristorante dell'Uruguay ad esempio ha tagli di carne che arrivano direttamente dal Sud America, ma per un medaglione di filetto vogliono 36 sghei, quindi niente.

Diventa subito chiaro insomma che per riuscire a scovare una buona varietà di piatti ad un prezzo che mi permetta di rimanere all'interno del budget dovrò girare un bel po', quindi decido di saltare direttamente tutti quelle cucine che è possibile trovare anche in Italia: Cina, Giappone, Stati Uniti, Brasile, Messico.

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Una buona notizia, però, è rappresentata dal fatto che disseminate un po' ovunque all'interno di Expo ci sono fonti gratuite di acqua, quindi è possibile limitare ulteriormente le spese evitando di acquistare bevande nei ristoranti. Io allora decido di investire 1,50 euro in una bottiglietta da mezzo litro da riempire durante la giornata.

Ormai è mezzogiorno, e sono affamato, quindi è il momento di iniziare a mangiare seriamente. La maggior parte dei ristoranti, però, apre la cucina soltanto alle 13.

L'unico posto che ha iniziato a servire cibo è il self service della Repubblica Ceca (molti padiglioni hanno sia un ristorante serio che uno più economico) quindi torno a festeggiare Brno scoprendo che con soli 4,50 euro posso mangiarmi un Utopec: ovvero una salsiccia affogata nell'aceto con insalata peperoni e cipolle. Sono talmente emozionato che spendo anche quattro euro per una Pillsner , e un euro aggiuntivo per una galletta dolce ai cereali.

Il sapore acre dell'Utopec si rivela perfetto per la Pillsner, ma più che altro è una specie di antipasto, quindi in cinque minuti ho già finito e sono di nuovo sul decumano alla ricerca di cibo.

Fuori dal padiglione del Vietnam vedo un gruppo di persone vestite in abiti tradizionali che trasportano degli strumenti musicali, quindi li seguo fiutando l'aria alla ricerca disperata di qualche altro evento con bouffet gratuito. Purtroppo per me l'esibizione si rivela essere priva di cibo omaggio, e per di più il piccolo bancone-ristorante sul retro è completamente in disuso: a quanto pare gli effetti dell' Agente Arancio si sono protratti fino ad Expo 2015.

Esco dal Vietnam piuttosto deluso, ma fortunatamente subito di fianco trovo il primo dei nove cluster collettivi divisi per filiera alimentare, quello del riso. All'interno di ogni cluster sono raggruppati piccoli padiglioni a tema, come quello della Cambogia e dell'India, che offrono piccole confezioni di pasti pronti a 11 euro.

Valuto per qualche minuto l'offerta della Sierra Leone, che serve il "risotto al profumo d'Africa" a soli dieci euro, ma poi decido di risparmiare ulteriormente e opto per lo Spicy Luang-Prabang a 6,50 del Laos: uno spiedino con quattro salsiccette, del riso basmati, e qualche verdura. Ad essere sinceri però, la sensazione è quella di masticare delle falangi imbevute di spezie con riso scondito e un pomodorino ciliegino.

Uscito dal cluster del riso, torno sulla via principale, e decido che per terminare il pranzo è arrivato il momento di mangiare qualcosa di africano. Quindi arrivo al padiglione dell'Angola, anch'esso con due ristoranti. Solitamente in quello più economico al piano terra è possibile trovare il Muamba—una specie di zuppa di pollo—a soli otto euro, ma oggi la cucina serve solo specialità grigliate, e quindi sacrifico dieci euro per un branzino con polenta (che per buona pace di tutti i leghisti è un alimento tipico anche dell'Angola) e salsa piccante.

Probabilmente il branzino è la cosa più buona che ho mangiato in tutta la giornata—il pesce è fresco, cucinato bene, con una salsa buonissima—e tutto considerato 10 euro sono un prezzo più che onesto. Comunque sia, arrivato alle 14,30, sono riuscito a provare tre ristoranti appartenenti ad aree diverse con soli 27,50 euro.

A questo punto mi prendo una pausa e mi metto seduto su di un gigantesco sofà di plastica posizionato in mezzo al decumano centrale, cercando di far affluire più sangue possibile allo stomaco. Da qui ho una visuale a 360 gradi di tutta la gestalt intestinale di Expo 2015: un flusso gastrico ininterrotto di turisti americani che hanno trasceso il significato del termine obesità, giapponesi che svolazzano qua e là spelluzzicando con le dita qualsiasi cosa sia commestibile e italiani spaesati che sono venuti ad un'esposizione universale ma finiscono a mangiare orecchiette al ristorate pugliese del complesso Italia. Sembra quasi di sentire il fruscio sordo di milioni di villi intestinali.

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I tavoli fuori dai ristoranti sono stipati di gente, e molti sono costretti ad accamparsi qua e là per mangiare mentre grondano sudore e boccheggiano.

Continuando a camminare mi accorgo che la varietà di piatti economici disponibili è praticamente infinita: al padiglione dell'Ungheria, ad esempio, potete trovare un altro gulasch ad otto euro così piccante che un ragazzo per descrivermelo ha usato l'espressione "fondere il culo". I padiglioni dell'est europa in generale sono abbastanza convenienti.

Così come alcune nazioni sudamericane: al piccolo ristorante dell'Equador, ad esempio, potete avere una specie di plum cake gigante a base di mais, uova, zucchero, burro e formaggio salato chiamato Humita per soli 5,50 euro. I primi bocconi sono molto buoni, ma dopo un po' vi calcifica l'esofago.

Il problema, però è che per scovare i posti giusti bisogna dedicare molto tempo alla ricerca. La soluzione però è semplice: se non volete zigzagare inutilmente per ore, affidatevi ai cluster.

I padiglioni raggruppati per categoria alimentare, oltre ad essere economici e pieni di cose particolari da provare, sono anche quelli più attivi nella realizzazione di dimostrazioni gratuite. In quello dei cereali e dei tuberi, ad esempio, o potuto provare dell'ottima quinoa venezuelana a zero euri.
In quella del Mediterraneo, invece, ho partecipato a due degustazioni di dolci di San Marino e della Sicilia al costo di soli due euro l'una.

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[foto San Marino con personale di fronte allo stand o Sicilia mentre la tizia spalma il pistacchio sul dolce]

Il lato negativo è che, rimanendo fedeli alla grande struttura fordiana dell'organizzazione di Expo, molti padiglioni all'interno dei cluster non sono ancora attivi: spesso mancano spezie, caffè e la possibilità concreta di acquistare qualcosa.

Nel padiglione del Vanuatu ad esempio--uno dei 3 soli stati dell'Oceania che partecipano--non solo mancavano le spezie, ma pure il personale. (Che fine abbiano fatto Micronesia e Patau, le altre due nazioni dell'Oceania, non è dato saperlo, visto che non sono rintracciabili né sulla mappa né importunando le receptionist.

In compensoo in quello di fronte (Afganistan) ho potuto mangiare delle incredibili patate speziate fritte nell'uovo con salsa yogurt a 5,50 euro.

[foto piatto afgano]

Arrivato a questo punto sono già le 18,30 e ho a disposizione ancora otto euro da investire in un ultimo ristorante. Prima però voglio dare un'occhiata al resto delle che mi mancano per scegliere con cura.

Il padiglione degli Stati Uniti all'interno ha solo un bar con attorno dei tizi odiosi vestiti da steward che cantano e ballano di continuo cercando di intrattere e coinvolgere i presenti: il cibo è tutto stipato in giganteschi food truck sul retro, dove un hamburger lo paghi otto euro, e tutto il resto a salire.

Quindi passo direttamente alla concorrenza.

Il ristorante della Russia è un bel posto dove passare il tempo ad Expo: è pieno di turisti misti che percorrono rapidamente la serpentina del padiglione per raggiungere il più presto possibile il fondo, dove c'è un baretto attrezzatissimo che offre assaggi di vodka.
Io mi faccio tentare da una zuppa di anatra e mele a sette euro, ma in realtà ci sono molti piatti interessanti poco più cari.

Tutto il complesso dei padiglioni principali del Medio Oriente è praticamente inaccessibile: nel ristorante dell'Oman ad esempio, che più che tradizionale sembra semplicemente la sala pranzo di un albergo di lusso, ci sono piatti che vengono 37 euro, mentre un piccolo mix di antipasti viene 17.

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[foto giapponese sorridente]

Mi dirigo allora verso il Giappone, che è accessibile solo dopo aver scalato una lunga rampa sinusoidale. Il personale del ristorante è sorridente, accomodante, e servizievole: ma leggono il panico nei miei occhi quando vedo che uno dei piatti meno costosi è un piccolo hamburger di riso a 12 euro.

Me ne vado camminando all'indietro e facendo la riverenza con un sorriso plastico stampato in faccia.

È a questo punto, distrutto emotivamente dal Giappone, che finisco nella trappola Indonesiana. Stavo già pregustando l'idea di prendermi dei Noodles al padiglione Thailandese, quando due cuochi indonesiani mi prendono praticamente di peso e mi invitano ad "assaggiare" una delle loro specialità: uno spiedino di riso affogato in una strana salsa viscosa e accompagnato da alcuni pezzi di quello che credo sia riso pressato. Io credendo che sia semplicemente un omaggio accetto, ma non appena sfioro il primo con i denti uno dei due cuochi mi riempie il piatto di spiedini e riso, mi chiede di scegliere una bevanda e allunga la mano dicendo "cinque euro".

[Foto spiedini con Coca Zero]

Ecco come ho sperperato le ultime finanze: sbocconcellando degli spiedini di pollo dolciastri assieme a del riso che sembrava sapone. La consistenza strana della salsa, poi rendeva tutto abbastanza stomachevole. Anche se va considerato che effettivamente un piatto più bevanda a scelta per cinque euro è veramente poco.

Sulla strada verso l'uscita, decido di spendere gli ultimi tre euro per una piccola confezione di cioccolatini del Belgio, per lenire la delusione di aver sprecato inutilmente l'ultima cena.

[foto cioccolatini]

Comunque sia, posso dire che tutto sommato l'esperimento è riuscito: con un minimo di accortezza e organizzazione e con la capacità di non farsi attrarre dallo sfarzo dei padiglioni più esosi, mangiare ad Expo spendendo poco e non dovendosi affidare necessariamente allo street food è possibile: io ho provato sei tipi di cucina diversa provenienti dalle parti più disparate del mondo, ho partecipato a tre degustazioni, e ho scroccato una colazione spendendo solo 50 euro.

Passando i tornelli per tornare a casa, dopo questa esperienza posso dire di aver imparato molto di più sulle sfumature che la fase orale assume quando è declinata sulla scala del capitalismo che non sul problema della fame nel mondo; ma posso anche dire che tolto questo Expo è anche un posto interessante: dove altro potreste vedere degli americani talmente grassi da non riuscire a comunicare con i camerieri se non attraverso le vibrazioni prodotte dai doppi menti e dalle flatulenze? Bé effettivamente un po' ovunque, ma almeno ad Expo ho imparato quanto sia bella la città di Brno!