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Gli antichi romani cucinavano in padelle antiaderenti

Per preparare gli infiniti banchetti sul triclinio c'era bisogno della tecnologia giusta.
29.3.16

Nell'immaginario popolare l'accostamento antichi Romani e cibo evoca banchetti interminabili a base di piatti elaboratissimi per patrizi annoiati e decadenti che vomitano tra una portata e l'altra per liberare spazio nello stomaco.

Da oggi, però, potremo ricordare l'antico popolo anche per un'altra peculiarità: l'invenzione delle padelle anti-aderenti. D'altronde per preparare grandi banchetti servono recipienti di cottura che non costringano i cuochi a lavorare nel terrore che gli ingredienti delle loro preparazioni restino attaccati alla superficie di cottura.

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Ad annunciare la scoperta è il team di archeologi composto da Marco Giglio, Giovanni Borriello e Stefano Iavarone dell'Università Orientale di Napoli. I tre hanno individuato nell'antica città di Cuma, nei pressi dell'attuale Napoli, il luogo in cui un'officina specializzata nella produzione di recipienti per la cottura stipava i resti della lavorazione: un fosso colmo di circa 50.000 pezzi provenienti da coperchi, pentole e padelle accomunati da un rivestimento rosso antiaderente.

Le testimonianze scritte di questa trovata tecnologica sono contenute nell'antico ricettario De Re Coquinaria—che ne raccomanda l'utilizzo per la preparazione di stufati a base di carne. Nel 1975, invece, l'archeologo Giuseppe Pucci aveva tentato di identificare con scarso successo una serie di tegami simili agli ultimi reperti.

"Sembra che Cuma fosse il centro di produzione principale di queste pentole anti-aderenti ampiamente utilizzate in tutto l'Impero romano," ha raccontato Marco Giglio a Discovery News, "trovare una discarica come questa è il sogno di ogni archeologo."

Secondo lo studioso, i reperti risalgono a un periodo compreso tra il 27 aC e il 37 dC durante i regni di Augusto e Tiberio. Finora è stato recuperato solo il dieci per cento del materiale contenuto nel deposito e al momento non è chiaro se il team proseguirà la sua ricerca con ulteriori scavi nel sito.

Congratulandoci con i nostri antenati per questa ennesima conferma del loro grado di civiltà e di avanzamento tecnologico, non possiamo fare a meno di chiederci se, a suo tempo, anche questo antico equivalente del politetrafluoroetilene (PTFE) sollevava interrogativi simili a quelli di chi oggi teme i danni del Teflon per la salute.