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'La Favorita' è il film di cui non sapevamo di avere bisogno

Ci sono film di cui non sappiamo di avere l’esigenza. La Favorita di Lanthimos è uno di quelli.
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Guarda un po' è la rubrica che ti aiuterà a districarti nell'infinito moltiplicarsi di film, serie, programmi TV e scegliere il meglio (o il peggio) del momento. Ovviamente contiene spoiler. Questa settimana parliamo di una delle pellicole candidate agli Oscar, ovvero La Favorita di Lanthimos, sì quello di The Lobster.

Ci sono film di cui non sappiamo di avere l’esigenza. Se domani qualcuno ti toccasse sulla spalla e ti chiedesse: “Ehi, psst, non hai voglia di conoscere la vita nella corte della Regina Anna?”, diciamo che non diventeremmo tutto un fremito di curiosità, ma continueremmo a guardare con ingiustificabile bramosia il poster di Creed 2 mettendo a tacere il folle e la sua proposta. La Favorita però è un film totalmente necessario. E nelle prossime righe continuerò insistentemente a picchettarvi sulla spalla, chiedendo scusa per avervi distratto da Creed 2 (capolavoro).

Che c’è di tanto straordinario ne La Favorita? Come sempre più raramente mi riesce fare, sono entrato in sala per vedere questo film senza saperne nulla. Conoscevo il regista e un’attrice, nulla di più. Il tutto era stato frutto di un grande lavoro con me stesso dopo che, in preda alla noia estiva, ero entrato ignaro in un cinema per vedere Il Sacrificio del Cervo Sacro e ne ero uscito estasiato. Come nei due precedenti film The Lobster e Il Sacrificio, anche ne La Favorita c’è un forte tentativo di spiazzare lo spettatore. Prima, però, era a livello quasi viscerale, con i protagonisti delle storie che sembravano galleggiare in un mondo rallentato all’ennesima potenza, con reazioni completamente lontane dalla normale percezione quotidiana. La Favorita, invece, cerca di “spiazzare”—anche se spiazzare è un termine davvero forte—semplicemente sul piano del linguaggio. La trama è molto semplice; mentre Inghilterra e Francia sono in guerra, due cugine cercano in ogni modo di diventare la favorita della Regina Anna, sfruttando le sue debolezze. Anche se questo succede nella ricostruzione perfetta di una corte inglese del '700, il realismo archeologico viene distrutto da un linguaggio che si addice molto di più a Due Sballati al College. E questo succede in maniera così distruttiva che alla fine funziona, e pure bene. Dirò qualcosa di forte, spero che Lanthimos non legga mai queste righe: immaginatevi un cine-panettone con una storia vera, girato perfettamente—nonostante i grandangoli, ma in costume (non da bagno ma dell’Inghilterra del ‘700). Di chi posso innamorarmi nel cast? Be’, c’è l’imbarazzo della scelta. Se avete passato la tardo-adolescenza a sentirvi ribelli fumando canne guardando Skins, sappiate che c’è Tony catapultato nell’Inghilterra del ‘700 esattamente un minuto prima di essere investito dal bus: quindi stronzo e ancora attivo sessualmente. La differenza sostanziale è solo il trucco e la parrucca, per il resto è sempre lo stesso bulletto di dieci anni fa. Emma Stone e Rachel Weisz danno dimostrazione di una commovente prestazione attoriale e giuro che, almeno per la prima, non l’avrei mai detto. A riguardo, il film ha tutta una sotto-trama lesbo che ovviamente accelererà il vostro sentimento.

A corollario di ciò c’è il fatto che le due cugine combattano tra di loro per una donna, sì potente, ma che la gotta e l'infermità mentale stanno distruggendo, che cade a pezzi, ma che allo stesso tempo è immensa nella sua rovina e solitudine. Non è un caso che Olivia Colman, delle tre attrici protagoniste, sia la più osannata, con quel velo di tristezza che si porta dietro da quando risolveva casi con David Tennant in Broadchurch. Ok, ma posso dire di averlo guardato senza vergognarmi? Immaginatevi lunedì 25 febbraio, durante la cerimonia degli Oscar. Rami Malek appena uscito dal camerino di Tale e Quale Show, qualche anno dopo aver impersonato un hacker grillino, è tutto un fremito perché non vede l’ora di poter cantare “We Are The Champions” sul palco del Dolby Theatre di Los Angeles e alzare la statuetta al cielo in canotta e skinny jeans. Bene, voi siete a casa, avete guardato La Favorita e vi è piaciuto e, come ogni persona di buon senso, vi siete rifiutati di vedere Bohemian Rhapsody. Kevin Hart (al quale è stato imposto di presentare gli Oscar) decide di fare lo stronzo, gioca sulle accuse di omofobia, e annuncia: “Il miglior film del 2019 è… Bohemian Rhapsody. Ma visto che sono omofobo, premierò La Favorita.” Quello che provate è vergogna o incredibile gioia e senso di giustizia? Vi siete risposti. C’è materiale per far indignare il Moige o innescare una petizione del Codacons? La Favorita gioca continuamente sul limite del grottesco: come dicevamo prima, già il linguaggio è al limite dello sboccato, ma lo stesso vale per le intenzioni dei personaggi, per i personaggi secondari, per i dialoghi. Da arance tirate addosso a un povero cristiano solo per gioco a conigli schiacciati sotto la suola delle scarpe, i motivi per far incazzare qualcuno ci sono praticamente tutti. Non mi hai convinto: me lo riassumi in una riga così posso far finta di averlo visto? Ecco cosa dovrebbero caricare su Netflix sotto la voce House Of Cards ora che non possono più usare Kevin Spacey.

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