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Abbiamo parlato con Don Cheadle di razzismo, Miles Davis e del suo nuovo folle biopic

Il regista e attore americano interpreterà il periodo più selvaggio e drogato della vita del trombettista.
1.4.16

Nel corso di quasi trent'anni, Don Cheadle si è ritagliato un ruolo come presenza fondamentale, versatile e appassionante del grande schermo, immedesimandosi in ruoli estremamente vari come lo psicopatico dal grilletto facile Mouse in Devil in a Blue Dress (1992), il cowboy/pornoattore depresso Buck Swope in Boogie Nights (1997) e l'eroe realmente esistito Paul Rusesabagina nel drammatico Hotel Rwanda (2004).

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Cheadle continua a dominare lo schermo nel suo debutto alla regia, Miles Ahead, in cui recita la parte della leggenda del jazz Miles Davis durante il suo ermetico e drogato "periodo silenzioso" alla fine dei turbolenti anni Settanta. Costantemente incazzato, capelli ricci stile jheri e un armadio di abiti barocchi e coloratissimi, il Davis di Cheadle è uno di quei tipi che usano "motherfucker" al posto della punteggiatura.

Giocando velocemente e liberamente con la realtà documentata, la trama in stile giallo segue i tentativi di Davis e dell'affascinante—e, tra parentesi, del tutto inventato—giornalista di Rolling Stone Dave Braden (Ewan McGregor) di recuperare un nastro di registrazioni che viene tenuto sotto chiave dalla sua casa discografica. Il peso emotivo della storia è arricchito dal grande amore perduto di Davis Frances Taylor (Emayatzy Corinealdi, ancora non sfruttata al massimo delle sue possibilità) che continua a ritornare nei ricordi del protagonista in flashback degli anni anni Sessanta a fianco di un Davis/Cheadle dall'aria molto più pulita.

Pur viaggiando a ritmo serrato, Miles Davis non coglie sempre nel segno dal punto di vista drammatico: il tono slitta verso il grottesco, la narrazione a volte ricorda una specie di versione estesa della scena di Boogie Nights in cui Dirk Diggler strafatto e Chest Rockwell cercano di recuperare i loro nastri "magici" da un produttore.

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Nonostante i difetti, Miles Ahead resta un lavoro energico che vanta un'ottima performance centrale, e si distacca in modo rinfrescante dallo schema lineare e mortifero che spesso condanna i biopic alla mediocrità. Ci sono voluti dieci anni a girare il film, parzialmente finanziato tramite una campagna IndieGogo (che ha raccolto la notevole cifra di 344.582 dollari), ed è chiaramente un lavoro fatto con passione dal suo regista-protagonista.

Ho contattato Cheadle al telefono per parlare del suo amore per Davis, le origini del suo film e la rivelazione che scritturare McGregor, un attore bianco famoso, sia stato un "obbligo economico".

Noisey: Il grande teorico britannico Stuart Hall ha detto: "Quando avevo diciannove anni, Miles Davis mi ha toccato l'anima con un dito, e non se n'è mai più andato". Puoi raccontarmi che cosa significa per te, e come ti è venuta l'idea di girare un film su di lui?
Don Cheadle: La sua musica si ascoltava a casa mia anche prima che io sapessi che cos'era. Arrivai a Miles Davis tramite Cannonball Adderley, perché quando ero giovane suonavo il sax alto. Cannonball mi piaceva un sacco. I miei genitori avevano i suoi dischi, per cui notai che aveva suonato con Miles Davis e dissi "e questo chi è?". Questo mi ha aperto la porta verso la sua musica. Avrò avuto dieci o undici anni. Quella frase che hai riportato–"mi ha toccato l'anima con un dito"—è proprio così.

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Andando avanti di molti anni arriviamo a Vince Wilburn, il nipote di Miles, alla cerimonia di ammissione di Miles alla Rock'n'roll Hall of Fame nel 2006, che annuncia che si farà un film sulla sua vita, e che io farò la sua parte. Mi sottoposero alcune idee su come volevano raccontare la storia, e non erano male, ma io volevo fare qualcosa di più impressionistico, selvaggio, imprevedibile e fuori dagli schemi, vista la mia esperienza con la musica di Miles e fin dove lui l'ha spinta. Bisogna dire che loro hanno capito: "Pensiamo che Miles avrebbe preferito una cosa del genere, invece di una cosa che si limita a toccare tutti i punti base della sua vita".

Hai detto di aver suonato il sax da bambino. Hai dovuto studiare bene la tromba per Miles Ahead?
Quando ho capito di voler davvero mettere in piedi questa cosa, mi sono procurato una tromba e ho iniziato a suonare, ho iniziato a imparare. Mi dà molto fastidio vedere gli attori che interpretano i musicisti nei film ed evidentemente non hanno alcuna confidenza con lo strumento. Non volevo buttarmi in questo film senza capire bene lo strumento.

E poi, volevo fare quello che ha fatto Miles. Volevo mettermi nei suoi panni, ed essere più vicino possibile a lui. È stato importante per me imparare a suonare e seguire più o meno sulla sua timeline. Probabilmente sono riuscito a diventare tanto bravo quanto lo era lui a undici o dodici anni, ma suono comunque gli assoli nel film. Mi sono tirato giù gli spartiti e ho imparato tutto.

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E poi Miles Davis dodicenne è pur sempre Miles Davis, no?
Esatto! E a un certo punto è stato pessimo quanto lo sono io adesso [ride]. Volevo solo trovarmi da qualche parte su questa linea del tempo. Suono tuttora più o meno ogni giorno.

Al Festival del Cinema di Berlino ha parlato di come assumere un co-protagonista bianco fosse un "obbligo economico"—una condizione necessaria per portare a termine il film. Hai trovato una differenza tra la semplice coscienza di questo problema all'orizzonte, e l'effettiva realizzazione pratica della cosa?
È stato un po' di tutte e due. Lavoro in questo campo da trent'anni, e da qualche anno mi occupo anche di produzione. Capisco cosa serve per far funzionare un film, perché alcuni film non ce la fanno. Il cast è una componente fondamentale, specialmente se vuoi assicurarti una componente straniera per il tuo film americano. Se avessimo ambientato il film in Giappone, avrei potuto scritturare un attore giapponese, tentando di raccogliere fondi in Giappone. Avrei potuto scritturare un attore francese se avessimo girato il film in Francia.

Avresti potuto fare come fecero con Shaft, girando Shaft in Africa. Potresti fare dei sequel con Miles Davis che gira il mondo.
Se devi cercare soldi in tutti questi posti diversi, dipende da come stai cercando di mettere insieme il film. Dopo che Ewan McGregor ha firmato il contratto, le cose hanno cominciato a succedere [economicamente]. E comunque la sua partecipazione è stata una fantastica aggiunta ed espansione per il film, mi fa molto piacere che abbia voluto salire a bordo.

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Come regista, come ti poni nei confronti di ciò che accade nella vita di Miles? Si prende il suo tempo e lasciarsi trasportare dal suo flusso creativo così com'è, ma le forze di mercato e l'etichetta gliel'hanno reso pressoché impossibile.
Ci sono sempre queste domande quando c'è di mezzo un confronto diretto tra quello che è tuo e quello che è di qualcun altro, o la proprietà intellettuale, il valore che trai da ciò che produci o come ti mantieni grazie alla tua creatività. Non è così semplice, non puoi avere sempre una risposta pronta. Specie se sei uno come Miles Davis, che non sta cercando di fare le stesse cose fatte in passato per star sicuro che stavolta funzionino. È difficilissimo avere un pubblico affezionato a ciò che fai a cui dire "Grazie a tutti ragazzi, adesso cambio direzione. Se volete seguirmi siete i benvenuti, ma devo seguire il mio percorso." È molto raro che gli artisti lo facciano. Molti si trovano un posticino comodo dove sedersi a vita, ed è fatta. Nessuno ti sposta da lì se non lo vuoi. Lui se n'è andato perché sentiva un bisogno interiore di farlo.

Nell'industria cinematografica ce ne sono alcuni, compreso Paul Thomas Anderson, che sembrano avere la totale libertà di realizzare film bizzarri e d'avanguardia con budget altissimi (come The Master and Inherent Vice). Non è così comune, no?
No. Di solito devi sbatterti. Ci deve essere un fondo comune, qualcosa di allineato all'approccio che si vuole avere, di modo che la gente capisca che ti stai prendendo un grosso rischio prima di permetterti di fare qualcosa di davvero creativo e innovativo. Altrimenti è lecito credere che sia solo una squallida corsa all'Oscar, e avrebbe piena ragione.

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Hai parlato di corsa all'Oscar. Due mesi fa hai twittato per scherzo al futuro conduttore della serata Chris Rock: "Ehi Chris. Passami a salutare agli #Oscar quest'anno. Mi hanno preso come parcheggiatore ufficiale di macchine." Ho paura che la "diversità" stia diventando una parola svuotata come tante altre. Quali pensi siano le lezioni che l'industria può prendere, e in che modo questa può cambiare dopo le recenti controversie in materia?
Mi piace che hai detto "recenti," perché è ciclico, no? Vedremo se le cose che l'Accademia ha provato a fare per sottolinearlo avranno un qualche effetto, un giorno. Credo ancora che si tratti più di quello che succede dentro le sale, dove è la gente a decidere se un flm funziona o meno. È tutta un'altra cosa dall'avere un tizio in giacca e cravatta su un palco che ti porge una statuetta.

C'è anche una componente economica, naturalmente. Ricordo che ero con quelli dello studio quando stava per uscire Hotel Rwanda. Eravamo ai SAG awards, e uno dei direttori ha detto, "Beh, se questo film non riceve neanche una candidatura all'Oscar, smettiamo immediatamente di investire nel marketing." E io ho pensato, "Zio, ti ho sentito!" È stata la prima volta che ho capito che non si tratta mai di vanità, o di guardatemi e applauditemi: questi tipi di riconoscimenti sono la linfa vitale del cinema.

Non so se la "diversità" avrà ancora un significato in futuro, una volta che l'ondata di interesse calerà, o se c'è qualcos'altro in arrivo su cui focalizzarsi. Non c'è da fidarsi. Di questi tempi è difficile portare a termine la realizzazione di un film in generale.

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Hai lavorato con un sacco di registi strabravi. Ce n'è stato qualcuno che ti ha preparato a lavorare da solo?
Fa tutto parte del processo, a suo modo, e uno cerca di appropriarsi di tutto ciò che può tornargli utile. Ma una cosa che hanno in comune tutti questi grandi registi è che capiscono che si tratta di un'industria collaborativa; sono permeabili, e se ti coinvolgono non è solo per essere parte dell'arredamento, ma perché credono nel tuo talento. Sono sempre i giudici finali di tutto, ovviamente, ma non sei tenuto a prendere ordini da loro e basta. Specialmente quando ho dovuto girare io, stare dentro all'ingranaggio, e coprire un sacco di ruoli diversi, ho voluto arricchire il mio team per farlo sentire parte del processo, di modo da renderlo una sorta di terzo occhio.

Come ultima cosa, ho notato che sei molto attivo politicamente su Twitter, perciò ti devo chiedere: come vedi la fine del mandato di Obama, alla luce dell'ascesa di un'eccellenza come Donald Trump?
Sì. [L'ascesa di Trump] va oltre la soglia del tollerabile, davvero. Specialmente oggi [L'intervista si è svolta nelle ore successive all'attentato di Bruxelles]. C'è una piena mercificazione della paura. Fa davvero paura che la gente stia davvero ripiegando su questi frangenti. Non avrei mai creduto che si sarebbe arrivati a questo punto di annebbiamento. Ogni minima traccia di razionalità è stata spazzata via. Per certi versi sono grato a Trump per aver scoperchiato questo apparato e averci permesso di individuarlo distintamente nel prossimo, vedi quelli che lo sbandierano fieramente ai quattro venti, identificandocisi del tutto. Bene così, voglio vedervi in faccia. Non voglio che ve ne stiate nell'ombra. Dovete uscire allo scoperto. Magari così un giorno la luce del sole vi brucerà vivi tutti, come formiche sotto a una lente di ingrandimento. Sono solo spaventato dal fatto che siano serviti così tanti idioti, in questo paese, per dare prova di cosa sta davvero succedendo al nostro quotidiano.

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