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La nonna di Elisa è l'ultimo problema della critica in Italia

Il linciaggio di Paolo Madeddu da parte dei fan di Elisa solleva alcune questioni importanti sul ruolo del giornalismo musicale.
6.4.16

In queste ore il web sta facendo un gran parlare di Elisa, della nonna della stessa Elisa e di Paolo Madeddu, per una polemica che potete facilmente ricostruire partendo da questo post ricco di pathos e lacrimoni.

La storia è questa: Madeddu recensisce il disco di Elisa citando la nonna di Elisa contenuta nel disco di Elisa. Elisa legge la recensione di Madeddu che contiene la nonna di Elisa contenuta nel disco di Elisa e pubblica sulla pagina di Elisa l'articolo di Madeddu intimandogli di non parlare mai più di sua nonna perché altrimenti s'incazza. La storia si chiuderebbe qui se in gioco non ci fossero altri due attori, anzi, molti altri attori che per comodità potremmo suddividere nella tifoseria di Elisa contro la tifoseria di Madeddu, composta perlopiù da soci blogger, critici e giornalisti che, all'ombra dell'hashtag #JESUISMADEDDU (un hashtag scherzoso, nota bene) invocano addirittura un ipotetico ordine dei giornalisti (a cui peraltro tre quarti dei blogger coinvolti NON appartengono) che si schieri in difesa del povero Madeddu, vittima della sassaiola di commenti offensivi generati in maniera randomica dai fan di Elisa.

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Altri hanno invece invocato una generica e cattolica pietà per una critica musicale "già più che moribonda", invitando dunque gli artisti ad "accettare un po' di critiche", se non ad esserne addirittura felici. A dirla tutta, non è la prima volta che i musicisti si mettono a muso duro contro la propria critica (senza voler scomodare casi umani molto noti come quello di Bassi Maestro contro un critico musicale italiano di cui non faremo il nome) e basta farsi un giro per queste pagine per capire che altre volte i fan di una band, stimolati più o meno direttamente dai loro idoli, si lanciano in crociate a volte degne dei migliori grillini contro chi critica la colonna portante della loro cattedrale uditiva. I più furbi o i più accaniti lo fanno da soli, altri hanno bisogno dell'assistenza un po' genitoriale un po' ieratica del proprio dio musicale.

Anche i fan dei Subsonica sanno essere autoironici.

In questo caso il calcio d'inizio lo ha dato Elisa, che toccata nell'intimo per la questione nonna ha a sua volta commesso l'ingenuità di condividere l'articolo includendo una minaccia, che nel linguaggio di Internet è l'equivalente di buttare il mozzicone di sigaretta nella pineta sarda. Non si fa se non vuoi causare almeno qualche danno collaterale e l'intervento della forestale. Ecco, in questo caso la forestale sono stati gli amici dell'Internet, una sorta di consorzio dei critici musicali italiani che ha sentito l'esigenza di fare quadrato attorno al corpo esanime di Madeddu, che immaginiamo si sia sentito profondamente violato nell'anima da quest'onda di popolarità (benché negativa) che probabilmente è raro vedere se si fa un lavoro ingrato come il nostro. Il che può far capire anche come mai ci sia stata una sorta di mutuo soccorso tra gli artigiani del settore, che si sono sentiti minacciati come fossero abitanti di una riserva indiana o una colonia di beluga in via d'estinzione.

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Ma perché si è sentito il bisogno di rimarcare questo iato fra critica bistrattata e musicisti imperiosi? Le ragioni sono molteplici: innanzitutto bisogna dire che è vero che la critica non se la passa tanto bene: mai come ora, le orecchie dell'ascoltatore possono arrivare a tutto ciò che desiderano senza bisogno di una mediazione, oltretutto quel poco di mediazione è data dal social network, perlopiù controllato dall'artista o da chi ne fa le veci (come ha dimostrato il coraggioso social media manager di Elisa). Lo spazio d'azione per il critico, nel 2016, è molto stretto e l'aria è stagnante. Depotenziato dall'orizzontalità 2.0, il povero critico non ha più un ruolo centrale (se mai ne avesse avuto uno) nella direzione del mercato discografico—banalmente un appassionato di musica non ha un interesse primario nel volerlo ascoltare o meno, perché nel caso volesse spendere dei soldi per qualche oggetto musicale avrebbe altri elementi su cui basare la propria valutazione (ad esempio se stesso e un servizio di streaming) che non prevedano l'utilità di un parere altrui.

E così, chi volesse fare critica in questo periodo storico è costretto a guardare in faccia la propria inutilità, la caducità di ogni sua opinione e sforzo letterario. Un po' frustrante, eh. La soluzione, per alcuni, sta nel prodigarsi in operazioni che più che vigore critico acquistano forza e senso in una cifra puramente provocatoria. È così nel caso di Michele Monina, blogger del Fatto Quotidiano con cui ho pure già battibeccato prima che iniziasse a starmi simpatico per le sue imprese eroiche di scrivere gli editoriali più cialtroni e ostinati del mondo dei blog musicali (fatti esclusi gli scriventi in questa sede) ed è così anche in questo caso, laddove Madeddu ha improntato la sua critica dell'album e della figura di Elisa in una cavalcata dalle tinte a volte un po' maschiliste — andava a pescare con decisione negli stagni di Laura Pausini ed Emma, però cercando di intercettare lo Strillo & Strazio delle italiane meno basiche, quelle che si autodefinirebbero "complicate" — altre volte semplicemente, volontariamente fastidiose (ved. "defilippismo" / "meta-lollismo"). Il punto però non è nemmeno tanto la provocazione insita in questo tipo di critica (che come chiunque abbia criticato qualcosa in prima persona sa, porta con sé un'ovvia dose di shitstorm per lo scrivente), quanto la domanda che un caso come questo solleva: che cosa stiamo criticando?

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Esempi come quelli di Red Ronnie che critica i Talent show, Monina che critica Emis Killa, Guia Soncini che critica Fedez, ancora Monina che critica i rapper in generale (partendo comunque da motivazioni non del tutto assurde), Madeddu che critica la povera nonna di Elisa che magari in tutto questo voleva pure farsi i cazzi suoi, suonano un po' come battaglie vuote e fini a se stesse: il bersaglio è troppo vago o fuori tiro oppure semplicemente il concetto portante della riflessione è molto debole, se non inesistente. Nella maggior parte dei casi, però, l'inconsistenza della riflessione, moltiplicata per la velocità con cui si crea un caso mediatico e lo si distrugge su Internet, dà risultato nullo: già è complicato creare una struttura pensante in un articolo destinato alla fruizione digitale e fare in modo che abbia una vita che non si esaurisce in uno scroll, figuriamoci quando il contenuto di questi articoli è funzionale unicamente al click che precede lo scroll.

In questo modo, se già non fosse abbastanza annientata dalle condizioni di sopravvivenza precaria in cui si trova, la critica si dà il colpo di grazia con un harakiri la cui spada è quella tagliente del clickbait. Esiste un modo per fare critica non boriosa ed essere al contempo cagati che non sia questo? Probabilmente no, ma si potrebbe tentare di affiancare alla provocazione tout court, senza la quale è matematico che non si desta attenzione, qualche seme di un ragionamento che richieda lo spazio (anche mentale) per avviare un dialogo, sia esso con l'artista che legge la critica o con il fan che alla fine tirerà fuori comunque un insulto, ma se siamo fortunati la cosa potrebbe sfociare addirittura un botta e risposta argomentato e produttivo e non un battibecco da directioner.

Nel caso di Elisa, per dirne una, ci sarebbero state parecchie riflessioni da fare: sul suo percorso, sulla strada che sta prendendo la sua carriera, in evidente transizione da quella specie di territorio indie da cui era nata la sua carriera al ruolo di giullare di corte di Maria De Filippi. Scommetto che esiste anche una parte di fan di Elisa che fa fatica a star dietro a questo suo sellout (succede anche per i fan di J-Ax, figuriamoci se per i suoi no), e una voce critica che ragioni in questo senso avrebbe potuto sollevare questioni più interessanti rispetto—lasciando in pace la nonna—al forzato paragone con Sia (solo perché sono donne e fanno pop/elettronica?) o alla costatazione che Elisa "vuole farsi la casa a New York come Jovanotti".

Davvero la critica è diventata questo? Un post su Facebook che tira su il polverone e qualche micro-polverone di seguito? Se ci schieriamo in difesa di un tale modo di intervenire in un dibattito culturale, corriamo il rischio di metterci al livello dell'ascoltatore o lettore che guarda distrattamente la propria timeline di Facebook e reagisce di fretta, giusto per dire la sua con qualche frase ad effetto. Non si tenta nemmeno di mettersi in una posizione alternativa a questo meccanismo e di creare un dialogo di un altro tipo, con contenuti e forme di altro genere, che magari non provocherebbero reazioni numerose e immediate come in questo caso, ma rischierebbero di generare un coinvolgimento leggermente più profondo. Altrimenti, siamo destinati a sparire.

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