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Explosions In The Sky, la voce di una generazione rimasta senza parole

Sono vent'anni che gli Explosions in the Sky fanno musica strumentale per calmare le ansie e le paure della nostra generazione: questa è la loro storia.

di Laura Caprino
05 febbraio 2020, 4:10pm

Fotografia promozionale via Comcerto

Gli Explosions in the Sky saranno in concerto al Fabrique di Milano giovedì 6 febbraio, i biglietti sono in vendita su Ticketone.

Se immaginassimo tutti i generi musicali come personaggi di un racconto, avremmo in prima fila pop, rock e hip hop a interpretare i protagonisti principali. I ruoli centrali, ma di supporto, sarebbero affidati a jazz, metal e new wave. Infine troveremmo i minori, quelli che fanno capolino in alcuni momenti della storia ed è più difficile conoscere a fondo. Generi che esistono in autonomia, seppur all’ombra dei giganti.

Fra questi, il post-rock è di sicuro il più timido, introverso e facile alle emozioni. Un personaggio a volte burbero nelle sue espressioni, taciturno solo all’apparenza e solo per proteggere un suono magnifico e solenne.

Ci sono generi che esistono in autonomia, seppur all’ombra dei giganti. Fra questi, il post-rock è di sicuro il più timido, introverso e facile alle emozioni.

In principio vennero i Mogwai, venticinque anni fa e in Scozia. Poi, i Godspeed You! Black Emperor, carichi di significati politici e sociali sganciati sul pubblico come missili puntati verso il cuore e lo stomaco. Seguirono i Sigur Rós, gli astronauti del cosmo sensoriale e, ancora, i giapponesi Mono.

La storia degli Explosions In The Sky comincia nel 1999, ad Austin, in Texas, quando quattro musicisti che non avevano voglia di cantare formarono una band dove esprimersi soltanto con le melodie. La leggenda narra che uno di loro abbia proposto di andare a guardare “le esplosioni nel cielo”, indicando in realtà i tradizionali fuochi d’artificio della notte del 4 luglio, la festa dell’indipendenza americana.

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La copertina di How Strange, Innocence degli Explosions in the Sky (2000), cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify

Il resto è, semplicemente, storia. Ci sarebbe però da riflettere a dovere su cosa, anzitutto, si intenda per post-rock, e rispetto a cosa di preciso questo genere sarebbe “successivo”.

Dal canto loro, gli Explosions In The Sky hanno sempre amato definirsi un gruppo rock strumentale che di “post” non possiede nulla, ma vive invece nel presente. Mark Smith, Michael James, Munaf Rayani e la leggenda della batteria Christopher Hrasky hanno infatti intrapreso percorsi diversi prima di incrociare le rispettive strade; in primis dal punto di vista stilistico.

Gli Explosions In The Sky hanno sempre amato definirsi un gruppo che di “post” non possiede nulla, ma vive invece nel presente.

Questo progetto collettivo è stato il primo tentativo di costruzione di un prodotto totalmente sonoro, un esperimento rivelatosi nel tempo perfettamente riuscito. A vent’anni di distanza dagli esordi i quattro restano personaggi estremamente genuini e concreti.

Persone che hanno fondato una band per il semplice gusto di fare quello che gli piaceva fare, ovvero scrivere qualche pezzo e magari aggiudicarsi qualche data. I quattro, se davvero baciati dalla fortuna, avrebbero al massimo sognato di arrivare a registrare un disco e partire per un tour.

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La copertina di Those Who Tell The Truth Shall Die degli Explosions In The Sky (2001), cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify

Ovvero, qualcosa di molto simile alle ambizioni di un qualsiasi gruppo DIY. Di quelli che dopo scuola fanno le prove nel garage di casa, per desiderare un giorno di vedere il proprio nome stampato sulle magliette lise di outsider giovani e idealisti.

Il salto nel vasto oceano gli Explosions In The Sky lo fanno però davvero muovendosi a Los Angeles e avviando diverse collaborazioni con registi, artisti e sceneggiatori. Una macchina hollywoodiana rispetto alla quale, inizialmente, i Nostri si sentono estranei e fuori luogo con le loro sinfonie orchestrali ispirate ai tramonti del Texas e al tormento dell’animo (bastino come esempi i brani “First Breath After Coma” e “Catastrophe And The Cure”).

Il suono degli Explosions in the Sky, come in un ossimoro, risulta essere visuale, un quadro dipinto da un impressionista.

L’impasse è solo momentanea, perché L.A. si dimostra come il teatro più adatto in cui sviluppare il proprio stile e la connessione fra la componente video e quella sonora. Gli Explosions In The Sky, infatti, non vanno definito come una band “cinematografica” solo per la modalità performativa e il taglio delle composizioni, ma proprio perché lancia la propria carriera scrivendo appunto le colonne sonore di diversi film—su tutti il bellissimo Friday Night Lights, storia di football americano che li fa entrare a gamba tesa negli ascolti di una buona fetta degli Stati Uniti.

Questa attività, peraltro, prosegue nel tempo lavorando ad altre pellicole come Prince Avalanche di David G. Green, con Paul Rudd ed Emile Hirsch, Lone Survivor di Peter Berg e Manglehorn di nuovo girato da D. G. Green e con protagonista Al Pacino. L'acustica che sanno creare, come in un ossimoro, si traduce in un risultato visuale. Le emozioni che generano sono simili a quelle suscitate da un paesaggio dipinto da un impressionista.

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La copertina di The Earth Is Not A Cold Dead Place degli Explosions in the Sky (2003), cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify

L’ascoltatore riesce a schiudere i canali dell’immaginazione e creare proiezioni personali basate sulle sensazioni trasformate in note dal gruppo. Mentre la musica si apre esattamente come una circonferenza disegnata col compasso, rivolta verso qualsiasi cosa il pubblico voglia che sia o interpreti: un loro disco o un’esibizione dal vivo assumono i caratteri metafisici di rottura della quarta parete.

Gli Explosions In The Sky non corrono affannosi per macinare un album dopo l’altro, e anzi distanziano le loro produzioni per renderle il più possibile di qualità. Sceglierebbero piuttosto di cessare ogni tipo di attività e sciogliere il gruppo, pur di non pubblicare un prodotto non rifinito o non intriso della potenza che ognuno di loro contribuisce a infondere nel processo creativo. D’altronde, non hanno mai aderito alle regole e non sono mai stati al gioco delle major e dell’industria musicale. Eppure, sono sopravvissuti e hanno collezionato una sfilza di successi ventennali.

Gli Explosions in the Sky non hanno mai aderito alle regole e non sono mai stati al gioco delle major e dell’industria musicale. Eppure, sono sopravvissuti e hanno collezionato una sfilza di successi ventennali.

Hanno corso il rischio di essere dimenticati, ma lo hanno scongiurato grazie alla capacità di creare capolavori: quando la musica è eccellente non vi è apposta una data di scadenza, non c’è un limite temporale entro cui vendere sul mercato più copie possibili. Basta trovare le parole giuste, titoli che evochino sentimenti senza tempo, fungano da lenitivo per le ansie e i dolori del tardo capitalismo. La terra non è un posto freddo e morto. La tua mano nella mia. L'unico momento in cui siamo rimasti soli. Il primo respiro dopo un coma. Ricordami come un momento del giorno. È naturale avere paura.

Gli Explosions In The Sky non hanno scelto la musica strumentale per elitarismo, per il gusto fine a se stesso di pensarsi più bizzarri degli altri. Al contrario, sono un contenitore del bello e del brutto che viene osservato ogni giorno, centrifugato e tradotto in un linguaggio personalissimo fatto di chitarre, riflessioni e silenzi tanto intimi da diventare assordanti.

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La copertina di The Wilderness degli Explosions in the Sky (2017), cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify

Si ispirano a tutto quello che possa affascinarli, dai Fugazi a un pezzo di Burial, passando per le produzioni dei The National e di Jonny Greenwood. Guardano ai misteri e al carattere selvaggio dell’ignoto, tanto da intitolare il loro settimo album The Wilderness. Danno voce ai timori unanimemente condivisi, come il senso di alienazione che pervade l’individuo quando realizza di essere intrinsecamente solo, fra miliardi di esseri umani (vedi alla voce: “So Long, Lonesome”), nonché di essere privo delle chiavi per rispondere agli squilibri della vita.

Per riuscirci, rimangono semplici e originali. Contro generi quali il pop e il rock classico, che sin dall’alba dei tempi si basano sulle forti presenze vocali e testi che a volte dominano sulla melodia, la risposta è: less is more.

Contro generi che sin dall’alba dei tempi si basano sulle forti presenze vocali e testi che a volte dominano sulla melodia, la risposta è: less is more.

Escludendo l’uso delle parole dai propri brani, che siano d’amore come gli splendidi “Your Hand in Mine” o “A Song For Our Fathers”, o di rabbia, gli Explosions In The Sky salgono al livello superiore, quello intangibile delle emozioni. Dove mancano le liriche, sono la chitarra o la batteria a parlare, e le connessioni tra tutti gli strumenti.

Sono le lettere dell’alfabeto con il quale scrivere quella storia in cui il post-rock non è il protagonista principale. Bensì il personaggio secondario più oscuro e malinconico, in cui i cuori gentili trovano il proprio eroe.

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