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La strana storia dell'ex ambulante di origine cinese che traduce per il Milan

Abbiamo incontrato Shi Yang Shi per parlare del suo libro e del suo percorso da lavapiatti minorenne a scrittore, mediatore e artista.
23.11.17
Tutte le foto di Vincenzo Ligresti.

Quando entriamo a casa di Shi Yang Shi sono le dieci del mattino e io non ho ancora deciso da che parte affrontare la questione.

Provate per un secondo a immaginare di dover fare delle domande a un uomo che, a neanche 40 anni, è traduttore e interprete per alcuni degli uomini più ricchi e potenti del mondo; è attore e autore teatrale e con il suo ArleChino porta in scena il rovello di avere due culture e due lingue; ha appena pubblicato per Mondadori un libro in cui spiega che prima di tutto questo era un 11enne arrivato a Milano clandestinamente, costretto a vivere in case sovraffollate e a fare fin da giovanissimo i lavori più umili. Un autore di origine cinese ma con passaporto italiano che racconta la scoperta della propria omosessualità e il conseguente conflitto con i genitori e la cultura d'origine (ma anche con la nostra eh, che non è poi tutta sta festa di apertura mentale), con la presa di coscienza di appartenere a una "doppia minoranza"—etnica e sessuale—come la chiamerà nel corso della nostra conversazione. Aggiungeteci che i vostri colleghi hanno scoperto che state per incontrare "Il traduttore del Milan, da quando il Milan è in mano ai cinesi" e non vi danno pace da giorni.

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Ecco, mettete insieme tutto ciò, e questa nostra conversazione è il risultato.

VICE: Ciao Yang, ti faccio subito la domanda per cui i miei colleghi mi hanno mandato qui: il Milan. Com'è andata?
Shi Yang Shi: Chiariamo subito: non sono stato il mediatore tra Berlusconi e la proprietà cinese, [ma] ho tradotto e continuo a tradurre per il Milan. Le due occasioni [con Berlusconi] sono state all’inizio, una cena ad Arcore con l'ambasciatore del presidente cinese, e dopo due anni un’altra cena di ufficializzazione del passaggio. Ma non sono mai stato in Sardegna come vogliono alcune notizie.

Com’è stato?
È molto particolare quando traduci per uomini che hanno soldi e potere: un detto cinese dice che “accompagnare l'imperatore è come accompagnare la tigre, ti può graffiare o mangiare quando vuole.” Non dico che Berlusconi fosse una tigre… comunque il lavoro del traduttore è sempre nell’ombra, un passo indietro, e per etica professionale non ti posso raccontare niente del colloquio. Ma è anche meglio per te [non saperlo]. [Ride]

Il libro di Shi Yang Shi.

Nel tuo libro racconti il percorso che hai compiuto dall'arrivo in Italia nell'infanzia, i lavori umili e faticosi in cui hai seguito i tuoi genitori—hai fatto il lavapiatti in cucina, l'ambulante in spiaggia, l'imbanditore quando tuo padre si offriva come massaggiatore sul lungomare di Cesenatico—fino alla scoperta della tua vocazione e ai lavori più prestigiosi. Volevo partire proprio dal titolo, Cuore di seta: in che modo riassume il tuo percorso?
Ero su un treno regionale diretto a Milano, tornavo dal Tempio buddista di Albagnano dove avevo finito di scrivere il libro. Avevo con me la lista dei titoli. C’erano sia delle ragazze tranquillissime che dei ragazzi che facevano rap, tatuati, vestiti di nero. A un certo punto ho preso coraggio e ho chiesto loro di votare un titolo. Hanno scelto tutti questo.

Il titolo è un invito a quelli che per i cinesi sono sino-italiani e per gli italiani italiani di origine cinese a riconoscere quell'antica bellezza di cui portano il segno nel DNA e nella cultura—come se la bellezza antica della seta aiutasse a chuancheng: tramandare, trasmettere. In questo libro c’è anche il desiderio di essere se stessi, sia per quanto riguarda il lavoro che per quanto riguarda l’orientamento sessuale, e riconoscere che se ci sono degli strappi dentro devi ricucirli come solo tu puoi fare. Quindi la seta come simbolo di dolcezza con se stessi, nonostante le lacerazioni.

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Mi sembra un po’ simile al concetto giapponese delle stoviglie che vengono rimesse insieme con l'oro fuso quando si rompono, no?
In effetti il mio spettacolo ArleChino: traduttore e traditore di due padroni finisce proprio con un accenno al kintsugi, alla tradizione giapponese di non nascondere, ma valorizzare la frattura: all'idea che quando una cosa ha subito una ferita ha una storia e diventa più bella.

Molte delle mie ferite vengono dalla rielaborazione della mia identità, per cui ho "scomodato" i miei antenati facendo una lunga ricerca su di loro: la trisavola che nel 1900 vendeva, da donna sola, gli spaghetti di soia in un'attività degna della Barilla. Il mio bisnonno che è diventato un eroe comunista, con tanto di statua di bronzo, dopo essersi fatto ammazzare a 37 anni dai giapponesi per i suoi ideali. Il padre di mia madre, vittima di "denuncia e denigrazione" durante i dieci anni della Rivoluzione Culturale: nonostante fosse profondamente comunista e direttore d'ospedale, gli hanno abbassato di 20 volte lo stipendio e doveva pulire i cessi senza guanti e senza camice, e poi senza lavare le mani doveva mangiare. Lo riempivano di scotch e come fosse un bastone e prendendolo per i capelli lo trascinavano su per cinque piani di scale, con tutta la sua famiglia davanti, che vedesse. Dall’altra parte mio padre che era una guardia rossa e ha esercitato violenza due volte per seguire i suoi ideali maoisti. Ecco, io tutto questo io non lo sapevo.

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Ecco, parlando dei tuoi genitori: alcune delle pagine più dolorose del libro raccontano della difficoltà del vostro arrivo in Italia, soprattutto di quella dei tuoi genitori che si trovano a vivere in un paese nuovo, dove le loro competenze professionali non sono prese in considerazione…
Alcuni episodi mi hanno fatto soffrire, ma anni di analisi mi ha fatto pacificare e capire che una donna o un uomo quando sono in un nuovo paese sono spesso sprovveduti degli strumenti di vita che avrebbero potuto avere nel loro paese d’origine. Di mia madre ho scritto di quei momenti in cui mi ha umiliato, per esempio quando mi ha costretto a inginocchiarmi [ davanti a un futuro affittuario] per avere indietro i 50 euro della caparra. È una delle umiliazioni più profonde che ho subito da adolescente. Ma riconosco a mia madre di avermi anche difeso, per esempio quella volta che per salvarmi dall'ira di un cameriere (facevo lo sguattero in una cucina calabrese, avevo 12 anni) ha finto di essere esperta di arti marziali.

Mio padre è un altro conto, è confuciano, è padre padlone, vuole il rispetto delle gerarchie, è maoista convinto. Io posso solo che accettare i suoi limiti e accettare che davanti a lui posso essere solo parzialmente diverso: forse una mia diversità non verrà mai vista profondamente come pari dignità da lui. Ma questo non è un mio problema.

È vero che questo libro risana le tue ferite, come anche fa il tuo lavoro con il teatro indipendente, ma a chi vuoi parlare con le tue opere—alla comunità di italiani di origine cinese?
Da buon ex "vu cumprà" ed ex bambino che lava i piatti in un ristorante so benissimo che il libro mi è stato proposto da qualcuno che mi chiedeva di mettere la mia identità al servizio di una comunità che cambia—anche di prendermi una certa responsabilità nei confronti dei giovani. Io cerco di raccontare un po' di fiducia nel fatto che non sia necessario lasciare questo paese come unica scelta. Ci sono centinaia di migliaia cittadini diversamente colorati e non così italianizzati come me che hanno scelto questo paese, e questa è la testimonianza di cosa ci ho trovato io.

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Poi certo non è andato sempre tutto come doveva: per esempio nei sette anni di teatro indipendente che ho fatto a Prato non siamo mai riusciti a far riconoscere la nostra attività alle istituzioni locali, a cui non andava quello che stavamo facendo: accompagnare la presa di coscienza dei nuovi cittadini italiani di origini cinesi e delle altre minoranze etniche.

Un angolo della casa di Shi Yang Shi.

A proposito di istituzioni e prese di coscienza: da mediatore e traduttore entri nelle dinamiche importanti che legano Italia e Cina. Come hai cominciato a tradurre, e come ti relazioni oggi con l'idea di avere un ruolo negli scambi tra potenti, politici e ambasciatori italiani e cinesi?
Come traduttore sono autodidatta: ho cominciato da piccolo a tradurre per i miei genitori in questura—sai la tipica immagine dei genitori con il bambino in mezzo che cerca di tradurre al poliziotto o alla signora del comune? È brutto perché devi crescere prima del tempo e ti trovi a prendere decisioni importanti, però d’altra parte sbaragli la concorrenza! A 14 ho cominciato a tradurre (professionalmente), a 21 anni a fare il simultaneista poiché desideravo fare l'attore, e ho deciso di buttarmi al Festival del cinema di Venezia come traduttore. A quel punto ero traduttore a Venezia, imbanditore sulla spiaggia di Cesenatico e studente alla Bocconi di Milano.

Per quanto riguarda la mediazione culturale un ruolo importante ce l'ha il teatro, per esempio gli anni a Prato in cui io e la regista e co-autrice del mio spettacolo Cristina Pezzoli ci siamo trovati per forza di cose a mediare tra i cinesi e gli italiani che consideravano i cinesi nemici della città—dimenticando per esempio che anche prima a Prato c'era il lavoro nero, al punto che la città era chiamata "città dei mozzi" per la quantità di mani mozzate nei telai. Però, tutto quel lavoro di mediazione è stato castrato dalle istituzioni pratesi quando abbiamo chiesto il riconoscimento e non ci è stato voluto dare per una scelta politica. Ecco, rispetto al potere il mio rapporto si sta evolvendo: ora lo guardo con minore sudditanza, anche se so che non potrò sempre dire come la penso, né da una parte né dall’altra. Ed è giusto ricordarsi che anche qui in Italia c’è una manipolazione strisciante, non così dichiarata come in Cina, ma sicuramente nel trattare molti temi.

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Tu sei oggi in una posizione privilegiata, sei una persona culturalmente influente e realizzata in ambito personale. Come hai trovato la serenità per rivivere le situazioni dolorose che hai attraversato? Uno può anche decidere di seppellirle…
Mi è stato molto d'aiuto uno dei 64 esagrammi del Tao-tê-ching: la torre, guan. [Legge dall'edizione Adelphi] "Una torre può vedere tutto intorno e d’altra parte una torre è visibile da lontano, così il segno rappresenta un sovrano che contempla verso l’alto la legge del cielo e verso il basso i costumi del popolo e col suo buon governo è un sublime sovrano per le masse." La mia era una storia da Cenerentolone: dovevo uscire dal pantano in cui ero e chiedermi "Come gestisci il dolore?" "Come gestisci il dolore della tua famiglia?" "A che dosi lo racconti?" Prendendo la distanza, e raccontando il giusto.

In questo libro si parla moltissimo anche della scoperta della tua omosessualità. A giudicare da quello che riporti nel libro, i tuoi genitori non l'hanno presa benissimo—ma senza stare a parlare della Cina, è un argomento che nemmeno in Italia si riesce ancora ad affrontare con serenità.
Della mia omosessualità in questo libro si è raccontata la parte sufficiente per dire che ho fatto pace con la mia famiglia, e che ho una famiglia nuova omosessuale con due cuccioli. In questo libro c’è la volontà di far tacere quelle paure e quella rabbia legata alla non accettazione, di restituire dignità a una parte di me che ha sofferto, ma ormai è storia da condividere. I cinesi gay in Italia sono pochi, quindi non ti so dire come sia per noi la situazione.

Di contro so che in Cina la situazione non è grave come pensavo: certo, non ho mai visto un pride venuto bene se non a livello universitario, e poi sono sempre soffocato, ma ci sono locali gay e, su alcuni programmi LGBT ho visto interviste che lasciano ben sperare: per esempio quella a un macellaio della Cina continentale che, mannaia in mano, diceva che lui non ha nessun problema se due persone si vogliono bene.

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Ti definiresti un attivista, un agitatore culturale?
[Si alza e torna con una sveglia rossa] Questa è una sveglia da cinque euro che ho comprato alla metro Lima per svegliarmi e studiare per finire la Bocconi, quando finalmente, nel 2016, mi sono deciso a farlo. Angelo Cruciani, il mio compagno, stava lavorando al flashmob Svegliati Italia—e alla fine ci siamo trovati tutti in piazza della Scala con una sveglia in mano. Poi la legge è passata, non per merito nostro ma anche per merito nostro.

Ecco, io rifiuto le manipolazioni e le etichette, non sono un attivista, ma nel mio lavoro ho per forza a che fare con la politica, che sia al servizio della politica o delle democrazie occidentali: un potere legato alla libertà d’espressione. Sento la corresponsabilità di fare emergere le ragioni delle minoranze—ma non ideologicamente, mi adopero nel mio piccolo per dare agli altri quello che da bambino mi hanno tolto, quando né io né mia madre avevamo gli strumenti per proteggermi. Questo è, ahimè, uno dei motivi per cui ho lasciato alcuni programmi TV che non voglio citare, perché in TV si passa il messaggio sbagliato che il nemico è fuori da te.

Finiamo dove abbiamo cominciato—io non capisco niente di calcio, ma vuoi dire qualcosa a chi pensa che la dirigenza cinese stia facendo del male alle squadre italiane?
Sicuramente i nuovi dirigenti di Inter e Milan devono imparare la passione calcistica che gli italiani hanno nel DNA oltre a quella imprenditoriale, legata solo alla finanza o al marchio. Voglio però dire una cosa ai tifosi come me, che vivono lo shock di non essere ai mondiali: quell’identità e amore per il calcio non si possono vendere né comprare, non sono trasferibili. Anzi a maggior ragione ora che abbiamo ricevuto uno schiaffo, è occasione di riflettere su cosa salvare e cosa abbiamo lasciato per strada che è nella tua passione e nel modo in cui gestisci il rapporto con i giovani, non a chi cedi il management o il marchio.

ArleChino: traduttore e traditore di due padroni sarà in scena al Teatro Verdi di Milano dall'1 al 3 dicembre, e al Savigliano Festival il 15 dicembre. Cuore di seta è edito da Mondadori.

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