Identità

Come il Kosovo sta diventando la “palestra” dello Stato Islamico in Europa

Disoccupazione, mancanza di prospettive, isolamento dall'Occidente: così i giovani kosovari sono diventati le vittime preferite del fondamentalismo islamico — con un numero di foreign fighter superiore a quello del Belgio.
17 marzo 2016, 12:15pm
Skenderaj è la città in cui risiedeva Agron Lafiti, uno dei 40 giovani trasferitisi in Siria. (Immagini di Ángel Ballesteros)

Il 24 marzo 2014 Blerim Heta ha telefonato dall'Iraq a Urosevac - cittadina a 37 chilometri dalla capitale del Kosovo, Pristina - per comunicare alla sua famiglia che stava per "compiere il volere di Allah."

Il giorno successivo Heta si è fatto esplodere a Baghdad, uccidendo 52 persone, e diventando il primo terrorista balcanico a immolarsi in nome del cosiddetto Stato Islamico (IS).

Prima di andare in Iraq, Heta aveva lavorato a Campo Bondsteel, la principale base militare dell'esercito americano in Kosovo, la più grande al mondo fuori dal territorio statunitense.

"Si parla tanto dei jihadisti provenienti dal Belgio, ma nessuno si preoccupa a quelli che arrivano dai Balcani," spiega a VICE News la giornalista kosovara Arbana Xharra. "Anche noi ce ne siamo accorti da poco, eravamo troppo occupati a rinsaldare le nostre istituzioni nazionali," spiega Xharra, riferendosi alla dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo, proclamata nel 2008.

Dopo gli attentati di Parigi, numerosi media hanno ripubblicato i dati del report pubblicato dal Centro Internazionale degli Studi sulla Radicalizzazione, relativi all'anno 2014: nello studio si afferma che "dei 20.000 stranieri che combattono in Siria, circa 4.000 sono europei. Benché siano superati nel totale da francesi, tedeschi e britannici, in proporzione sono i belgi i più numerosi: 440 in tutto, una media di 40 jihadisti ogni milione di abitanti."

Se paragonati ai belgi, i dati del Kosovo sono ancora più impressionanti: il Ministero dell'Interno del piccolo paese balcanico ha contato 360 fondamentalisti kosovari - 300 uomini, 60 donne - unitisi allo Stato Islamico. Su una popolazione totale, però, di soli 1.8 milioni di abitanti.

E in Italia? Dentro la radicalizzazione jihadista nelle carceri italiane

"Abbiamo problemi politici, problemi economici e problemi di isolamento, per esempio non abbiamo il diritto di viaggiare in tutti i paesi occidentali. È un contesto perfetto per questi gruppi, che fanno il lavaggio del cervello dei giovani disoccupati o in povertà estrema," spiega Xharra.

Secondo la giornalista kosovara "questo lavaggio del cervello si incentra su tre aspetti: l'insegnamento di nuove forme dell'islam, come il salafismo e il wahhabismo, la formazione di una nuova generazione di Imam che predicano contro l'Occidente, e l'uso massiccio dei social network per accelerare e accentrare la relazione" tra reclutatori e reclutati.

Al momento, Arbana Xharra sta indagando sul fondamentalismo di un altro piccolo paese balcanico: la Bosnia. "Se del Kosovo si parla poco, in Bosnia si fatica a dare una definizione del fenomeno." Altri giornalisti concordano con lei. Nel febbraio 2015 il fotografo di Reuters Dado Ruvic ha pubblicato un reportage realizzato in un villaggio nel nord del paese, in cui si potevano vedere le bandiere dello Stato Islamico sventolare sui tetti di diverse case, e i loghi dei terroristi disegnati sui muri.

Osman Musliu è l'imam di Drenas (Glogovac in serbo), piccolo comune rurale a circa cinquanta chilometri da Pristina. Nel 2009 venne aggredito brutalmente perché si era opposto pubblicamente a un imam salafita. Da quel momento, le minacce non sono finite. Nel febbraio di quest'anno, qualcuno ha lasciato due chili di dinamite accanto all'ingresso della sua moschea, come avvertimento. Musliu, però, non ha paura: "Allah è dalla mia parte. Gli imam radicali non sono imam di Dio, ma di Satana."

Anche Arbana Xharra riceve spesso minacce. La sua inchiesta sulle donne kosovare arruolatesi con lo Stato Islamico le è valso l'International Women of Courage Award 2015, assegnato ogni anno dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d'America. Xharra, cresciuta in una famiglia musulmana, difende un modello di società laica fondata sui valori 'universali' dell'Occidente. Musliu crede tuttavia che la posizione di Xharra rasenti l'islamofobia, "perché non si può combattere un estremismo con un altro tipo di estremismo."

In cambio, l'Imam propone per il Kosovo una legge che lasci libertà religiosa, e allo stesso tempo stabilisca il ruolo destinato all'Islam nello spazio pubblico. Sia Musliu che Xharra, tuttavia, concordano nel denunciare il ruolo giocato nei Balcani dalla corrente wahhabita dell'islam, e la sua centralità nella formazione dei nuovi terroristi.

Osman Musliu, imam di Drenas. (Foto di Ángel Ballesteros)

Il Kosovo è una terra musulmana da secoli, ma wahhabismo e salafismo sono fenomeni recenti, spiega Musliu. Per Xharra, si tratta di un "cambiamento culturale avvenuto dopo la guerra." Entrambi fanno riferimento alle ONG che arrivarono in Kosovo da Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi per partecipare alla ricostruzione del paese dopo il conflitto del 1999.

"Dopo la guerra tutto era distrutto. Nel mio villaggio, ad esempio, non era rimasta in piedi nemmeno una casa. Queste ONG arrivarono dal Golfo Persico portando soldi, ma anche ideologie radicali. Nessuno investe soldi senza ottenere qualcosa in cambio. Diffusero le ideologie radicali tra le persone che aiutavano," spiega Musliu.

Zekeriya Idris è un intellettuale islamico macedone di etnia albanese. È l'autore del libro Il fondamentalismo islamico e i musulmani antifondamentalisti. Secondo lui, il wahhabismo si inserisce nel dibattito islamofobico occidentale perché "l'estremismo religioso da un'immagine falsa dell'Islam, e i media occidentali riflettono questa immagine."

Nel 2005, Idris pubblicò un articolo di opinione che criticava duramente il cambiamento culturale cui fa riferimento Xharra: "[I wahhabi] sono molto visibili nella loro eccentricità: barbe lunghe, vestiti asiatici, pantaloni corti, mogli velati da abiti neri - che ricordano quelli delle suore ortodosse slave -, e un vocabolario estremamente radicale e volgare. Manca soltanto che portino qui i cammelli dal deserto," scrisse.

Xharra e Musliu credono che le condizioni necessarie alla radicalizzazione di alcuni giovani fossero precedenti all'ascesa del cosiddetto Stato Islamico, che tuttavia ha saputo sfruttarle come nessuno era riuscito in precedenza. I primi arresti di jihadisti kosovari risalgono al 2014. Sedici persone, tra le quali diversi imam. "A partire da [quegli arresti], gli imam radicali smisero di difendere pubblicamente il terrorismo," assicura Musliu, "tuttavia nelle moschee hanno proseguito il lavaggio del cervello per convincere i giovani ad andare in Siria."

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Insieme alle istituzioni del Golfo Persico, anche la Turchia avrebbe investito nella costruzione di moschee nei Balcani. In Kosovo, la Turchia ha costruito 20 nuove moschee, ristrutturandone 13 che risalivano ai tempi dell'Impero Ottomano. Per Xharra "il governo di Erdogan sta usando l'Islam per espandere la propria influenza politica e commerciale" nella regione. "In Albania non ci sta riuscendo, in compenso in Kosovo è riuscita a diventare un influente attore politico."

Secondo la giornalista, "il profilo del kosovaro medio che si arruola nello Stato Islamico è quello di un ragazzo disoccupato, che comincia a frequentare le nuove moschee, che si unisce ad altri giovani simili a lui attraverso Facebook, e che cambia il suo modo di vivere e di vestire per non sembrare più occidentale." Musliu assicura che "a differenza delle vecchie moschee, quelle finanziate dai paesi arabi o dalla Turchia sfuggono ai controlli delle comunità islamiche locali. È qui che si creano gli spazi per la propaganda dei terroristi."

Xharra e Musliu concordano anche sul fatto che la stragrande maggioranza delle famiglie dei jihadisti trasferitisi in Siria e Iraq hanno disconosciuto le intenzioni dei figli, e non sostengono il terrorismo.

Una delle moschee finanziate dalla Turchia a Mitrovica, in Kosovo. (Foto di Ángel Ballesteros)

Le famiglie dei jihadisti kosovari

Albin Lafiti è morto attorno alla metà del 2014, in Siria, a causa di un bombardamento. Suo fratello Agron ha 25 anni, ma ne dimostra almeno dieci di più. I suoi sottili occhi castani diventano umidi mentre racconta. Le sue mani sono piccole e scure, e le strofina ripetutamente mentre ascolta le nostre domande. Lavora come manutentore presso il campo da calcio di Skenderaj, un comune poverissimo a circa cinquanta chilometri dalla capitale Pristina.

Agron è uno dei pochissimo parenti di jihadisti kosovari ad acconsentire a un'intervista. L'unica condizione, rispondere alle domande lontano da casa sua, e da occhi indiscreti. Non vuole che i vicini lo vedano. Così, lo incontriamo sulle gradinate dello stadio dove lavora.

Agron Lafiti, fratello del jihadista dello Stato Islamico caduto in Siria. (Foto di Ángel Ballesteros)

Suo fratello Albin è stato uno dei primi kosovari a morire in Siria. Agron racconta che la famiglia era all'oscuro di tutto. "Ci aveva spiegato di aver ottenuto un permesso di lavoro in Svezia. Eravamo contenti per lui. Quattro mesi dopo la sua partenza, però, abbiamo scoperto si trovava in Siria, grazie a una foto postata su Facebook."

Nel profilo che Albin ha aperto in Siria si leggono slogan e appelli tipici dello Stato Islamico, esortazioni al jihad e numerose foto di donne con il niqab. "Non era particolarmente religioso, era un normale musulmano," ha detto il fratello.

"Era un uomo molto buono. Amava i suoi nipoti... e gli portava i dolci. Era un ragazzo normale", ribadisce diverse volte Agron. Quando gli chiediamo del processo di radicalizzazione del fratello, Agron sospira e risponde con esitazione. "Non so che dire... Forse è quello che dice il Corano. Il Corano dice che bisogna aiutare la gente in difficoltà e siccome su internet vediamo che in Siria stanno ammazzando i bambini allora... potrebbe essere così, ma io veramente non so che dire."

Rispetto a quello che la famiglia ha pensato quando ha scoperto che il fratello era in Siria, Agron risponde con agitazione. "Non so cosa dire," fa una pausa prima di proseguire, "per noi è molto triste. Quando mio fratello è andato in Siria noi non speravamo e credevamo che le cose non fossero così complicate. La situazione non ci era molto chiara e non sapevamo per cosa combattevano. Mio madre scoppiò a piangere, e anch'io... è stato un momento difficile per tutti."

Agron dice di non sapere se ci sono altri giovani di Skenderaj che sono stati radicalizzati come suo fratello. Secondo il ministero dell'interno del Kosovo, da questo comune - che conta 50.000 abitanti - sono partiti 40 giovani per la Siria.

Ismajl Zenelin, invece, in Siria non è mai arrivato. Il 21enne è stato arrestato all'aeroporto di Istanbul mentre era in viaggio verso il paese. Adesso aspetta la sentenza in un processo che potrebbe costargli fino a cinque anni di carcere. La sua famiglia vive in una piccola fattoria in un villaggio chiamato Sllatina. La madre dice di essere felice che il figlio sia in prigione. "Se fosse riuscito a entrare in Siria sarebbe stato molto peggio. Adesso sappiamo che è vivo e dove si trova." La donna porta i capelli scoperti, indossa abiti da lavoro e preferisce non parlare davanti alle telecamere a causa di precedenti esperienze negative avute con la stampa.

Alle fine del 2014 il Kosovo ha approvato una riforma del codice penale che prevede pene dai cinque ai dieci anni di carcere per chi partecipa a un conflitto all'estero o recluta jihadisti. Ismajl è uno dei primi a essere processati in seguito al completamento della riforma legale.

Pristina, capitale del Kosovo. (Foto di Ángel Ballesteros)

Il 29enne Isuf Tahir è stato arrestato a Istanbul insieme a Zenelin. La sua famiglia, che comprende sua madre e le sue due mogli, vive in un'abitazione povera nella periferia di Mitrovica.

La sua prima moglie è kosovara, la seconda viene invece da Elbasan, una città albanese nota per la sua grande comunità wahhabita. Anche se la conversazione la inizia la madre, spesso è la seconda moglie, a prendere l'iniziativa. La donna indossa il niqab, il velo sugli occhi e i guanti neri. Lei sostiene che il marito sia detenuto ingiustamente perché "non ha fatto niente. Ha solo cercato di entrare in un altro paese."

Insieme a Ismajl e Tahir ha viaggiato Nore Zuzaku, la nuova fidanzata di Tahir destinata a diventare la sua terza moglie. Nore si era già sposata in Svizzera e aveva lasciato il marito per metter su famiglia in Siria con Tahir. A differenza sua, la donna è piena di sensi di colpa e crede che sia stato un errore unirsi allo Stato Islamico. Entrambe sono state processate a Zenelin.

Arbenit aveva vent'anni quando è entrato a far parte di IS, nel giugno del 2015. È morto a Raqqa in seguito a un bombardamento. Diversamente dalle altre famiglie, la sua appartiene al ceto medio. I suoi genitori e i suoi fratelli vivono in tre nuove case unifamiliari costruite su un grande appezzamento di terra a Sllatina, un villaggio vicino a Pristina.

La sua famiglia è profondamente sconvolta. Sua madre racconta che nemmeno sua sorella era a conoscenza delle sue intenzioni. Arbeit aveva studiato informatica presso l'università di Pristina. La madre crede che il ragazzo sia stato radicalizzato attraverso i canali social della facoltà. "Tutt'un tratto è diventato religioso e si è fatto crescere la barba," racconta tristemente la donna. L'imam di Sllatina sostiene che il ragazzo non si presentava spesso alla moschea.

Quando ha scritto ai suoi familiari dalla Siria, per dargli il suo nuovo numero di telefono, gli ha raccontato di essere lì per aiutare una famiglia di Pristina. La madre ricorda le numerose volte in cui lo ha implorato di tornare in Kosovo. Un giorno ha smesso di ricevere sue notizie, e dopo pochi mesi ha saputo che il figlio era morto in un bombardamento.

C'è solo un caso in cui qualcuno partito per il Califfato ha poi fatto ritorno in Kosovo. Si tratta di Shqip Ajdini. Nel 2014 la 32enne se ne era andata da Gnjilane, nel Kosovo orientale, per raggiungere la Siria con il marito Sinan Muji e la figlia. Shqip è tornata in patria nel giugno 2015 dopo che suo marito era morto combattendo per IS. La donna non ha voluto concedere nessuna intervista. La sua storia è venuta alla luce grazie all'inchiesta di Ardana Xharra sulle donne kosovare in Siria.

Eccetto la seconda moglie di Tahir Isuf, nessuna della famiglie intervistate ha giustificato i giovani jihadisti. Tutti concordano che il Kosovo sia il paese europeo con l'età media più bassa - 30 anni - e il più alto tasso di disoccupazione tra i giovani — il 61 per cento. "L'approccio repressivo non è l'unica risposta per risolvere il problema," riassume Arbana Xharra. "Se ci fossero lavoro e prospettive future molti giovani non sarebbero andati in Siria.

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Tutte le foto sono di Ángel Ballesteros. Seguilo su Twitter: @b8ch0

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