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La storia del poliziotto di colore che si è infiltrato nel Ku Klux Klan

Negli anni Settanta Ron Stallworth, il primo poliziotto di colore di Colorado Springs, riuscì a entrare nel gruppo locale del Ku Klux Klan mandando un collega bianco alle riunioni.
21 settembre 2016, 9:59am
Il KKK oggi. [Foto via Flickr/arete13]

Di questi tempi il Ku Klux Klan è più che altro uno scherzo molto poco divertente, un gruppetto di razzisti ignoranti che giocano a travestirsi e organizzano manifestazioni poco frequentate per protestare contro i nomi dei parchi. Eppure mezzo secolo fa il potere del Klan si estendeva da costa a costa degli Stati Uniti, e suoi membri incappucciati erano noti per gli attacchi incendiari e le uccisioni di attivisti per i diritti civili. Negli anni Settanta i conflitti interni e le infiltrazioni dell'FBI hanno indebolito il Klan, anche se ancora nel 1979 i membri KKK hanno ucciso cinque manifestanti nella Carolina del Nord.

È stato allora che Ron Stallworth, il primo poliziotto di colore di Colorado Springs, si è infiltrato nell'organizzazione del Klan. Il suo nome è finito su molte testate americane nel 2006, quando Ron ha rivelato la sua storia, ha spiegato com'era incappato nel Klan e come era riuscito a farsi un nome mandando un collega bianco alle riunioni. Ha appena pubblicato un libro, Black Klansmen, quindi mi è sembrato il momento migliore per parlare di come è riuscito a fare un numero alla Mezzogiorno e mezzo di fuoco.

VICE: Come sei entrato in polizia, e quanto ci hai messo a capire che le operazioni sotto copertura erano ciò che faceva per te?
Ron Stallworth: La mia famiglia si è trasferita da El Paso a Colorado Springs nell'estate 1972. Un mio zio faceva il sergente a Front Carson. Riflettevo già da un po' sull'idea di entrare nel dipartimento di polizia. Avevano appena abbassato l'età di ingresso da 21 a 20 anni. Io andavo per i 20, ed è allora che ho cominciato a considerare seriamente una carriera nelle forze dell'ordine.

Diventato cadetto ho deciso subito che volevo fare il poliziotto sotto copertura perché non mi piacciono le uniformi. Non è nelle mie corde. Quando vidi per la prima volta gli agenti della narcotici-che con quelle barbe e i capelli lunghi sembrano degli hippie di San Francisco-capii che mi piaceva l'idea che fossero veri e propri poliziotti con pistola e distintivo. Mi sembrava perfetto, e iniziai la mia campagna per guadagnarmi l'accesso al dipartimento. Ogni volta che vedevo il sergente della narcotici gli facevo domande sul loro lavoro, su come si comportavano. È iniziato come uno scherzo tra me e lui. E lui stava al gioco, diceva, "quando compi 21 anni vieni a farmi visita."

All'epoca com'era la situazione dal punto di vista razziale, a Colorado Springs?
Il programma per cadetti era pensato per incrementare la presenza delle minoranze, specialmente le persone di colore. In questo senso però il programma si rivelò un fallimento-riuscirono ad assumere solo due persone di colore, il sottoscritto e una donna arrivata circa un anno dopo di me.

Sapevo che non mi avrebbero riservato chissà quale accoglienza, perché il dipartimento era storicamente bianco. Durante il colloquio il responsabile me lo ripeté più volte, " Sarai nella stessa posizione di Jackie Robinson. Sarai l'unico di colore in tutto il dipartimento. Ogni occasione sarà buona per metterti alla prova, sarai in un ambiente ostile. E dovrai imparare a conviverci senza reagire." Il nome di Jackie Robinson fu fatto due o tre volte. Mi fecero anche delle domande per capire come avrei reagito: "Come ti sentiresti se un agente ti desse del negro? E se fosse un cittadino?" Questo accadeva nel 1972. Questo era l'ambiente in cui mi sono mosso per spianare la strada alle generazioni successive. È cambiato qualcosa? Posso dirti che adesso che il capo del dipartimento è nero, è un mio amico. C'è anche una tenente donna su un totale di 43 agenti di colore.

La tua prima missione sotto copertura risale alla visita di Stokely Carmichael, il leader delle Pantere Nere. Cosa mi puoi dire di questo episodio?
La sua retorica esplosiva preoccupava le autorità; mi fu chiesto se volevo andare sotto copertura nel night club che lo ospitava. Sapevano che mi interessava, e accettai subito.

Avevo paura di essere riconosciuto, perché ormai era da un po' che portavo l'uniforme. Ma alla fine mi è riuscito tutto molto naturale. La retorica di Stokely mi catturò più volte-capivo perfettamente quello che diceva, in quanto uomo di colore. La gente intorno a me era presa, urlavano, "Vai così! Black Power!" e nella frenesia qualche volta mi ritrovai anche io a scandire gli slogan.

Ma sei riuscito a entrare e uscire senza essere scoperto?
A discorso ultimato si era formata una lunga fila di persone che volevano stringergli la mano e salutarlo. Mi misi in coda. Neanche sette anni prima lo guardavo in TV, alle superiori. Era un pezzo di storia nera, di storia americana, e volevo incontrarlo. Sono riuscito a stringergli la mano.

Gli chiesi, "Fratello, pensi davvero che ci sarà una guerra tra neri e bianchi?" Si avvicinò e mi disse, "La guerra sta arrivando, e noi dovremo uccidere dei bianchi." Poi aggiunse, "Grazie, Fratello." Uscii, e quello fu il mio breve momento con un pezzo di storia.

Come hai ottenuto l'incarico di controllare le attività del Ku Klux Klan in Colorado?
Mi hanno assegnato ai servizi segreti del dipartimento. Quando sei nei servizi segreti devi vedertela con vari problemi. Ogni giorno leggevamo il giornale e cercavamo potenziali eventi o piste da seguire. Un giorno trovai un'inserzione pubblicitaria sul Ku Klux Klan. C'era l'indirizzo di una casella postale, quindi scrissi una lettera fingendomi un razzista bianco: dicevo di odiare i negri, gli ebrei, i latinoamericani, i musi gialli e gli italiani. Cercai di usare il loro linguaggio. Dicevo di voler fare qualcosa per risolvere il problema, che volevo-per usare un termine all'ordine del giorno-che ci riprendessimo il nostro paese, ma feci un errore cruciale: firmai con il mio vero nome. Sarò sincero, ero andato in confusione totale. Quindi firmai con il mio vero nome, ma poi scrissi il numero di telefono segreto e l'indirizzo che usavamo in ufficio. Non pensavo che quelli del gruppo usassero veramente la casella postale, l'avevo fatto per scrupolo. Mi aspettavo di ricevere un volantino o un opuscolo. Niente di più.

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E poi cosa è successo, come sei entrato nel gruppo?
Una settimana dopo ricevetti una telefonata al mio numero segreto in ufficio. Presi la chiamata, e il tizio dell'altra parte della cornetta mi disse, "Parlo con Ron Stallworth?" Pensai, Chi cavolo mi chiama su questo numero? E poi mi spiegò che era l'organizzatore locale del Ku Klux Klan. Si è presentato così. Mi disse che aveva ricevuto la mia lettera. Fu allora che capii: Mi serviva un piano, e alla svelta.

Voleva sapere perché avessi deciso di entrare nel Klan. Gli ripetei che odiavo i negri, gli ebrei, i latinoamericani, i musi gialli e gli italiani, i messicani. Dissi che stavano invadendo il paese, e che io volevo riprendermelo. Usavo la retorica che si sente tuttora. E poi aggiunsi una cosetta per rendere il tutto un po' più piccante: dissi che mia sorella stava uscendo con un negro, e che tutte le volte che la toccava con quelle manacce nere schifose mi faceva incazzare. Volevo impedirgli di rifarlo. Mi rispose dicendo, "Sei la persona che cerchiamo! Poi mi chiese di incontrarci.

Ecco come è cominciata l'indagine. Ovviamente non potevo incontrarlo di persona, essendo nero, quindi spostai il nostro incontro di una settimana per avere il tempo di inventarmi qualcosa. Parlammo ancora, volevo capire quanto fossero grandi. I più erano di Fort Carson. Mi disse che era militare a Fort Carson. Gli chiesi che iniziative avessero intenzione di portare avanti come gruppo. Questa conversazione avvenne nell'ottobre del '78. Stavano organizzando un Natale per i bianchi, volevano portare dei pacchi alle famiglie bianche povere. Diceva che i negri avevano sempre approfittato dei bianchi per fottere il sistema-sussidi e via dicendo. Sosteneva che gli ebrei controllavano il sistema usando i negri per le manovre illegali. Nessuno pensava ai poveri bianchi.

Ti informò anche sulle attività illegali del Klan?
All'epoca in città c'erano due locali gay, e mi disse che volevano "bombardare i locali dei froci." Quell'informazione fece scattare il mio radar. Mi avevano chiesto di descrivermi, così gli feci il ritratto di un collega, un detective della narcotici più o meno della mia stazza. Diedi dettagli anche sull'abbigliamento, perché sapevo come veniva vestito al lavoro. Poi ne parlai col mio collega; nel mio libro lo chiamo Chuck, o il Ron Stallworth bianco.

Chuck doveva fingersi me, e io dovevo fingere di essere stato alle riunioni. Dovevamo tenerci costantemente in contatto, così da far credere al Klan che eravamo la stessa persona. È stata la parte più difficile, perché io e Chuck abbiamo una voce completamente diversa.

Non si sono mai insospettiti?
Solo una volta in sette mesi di indagine mi è stato chiesto perché la mia voce fosse diversa da quella di Chuck. Era andato a un incontro che avevo organizzato io, e più tardi quello stesso giorno presi il telefono e chiamai Ken, il mio contatto. Cominciai a parlargli come se fossi stato lì, ma lui mi disse, "Sembri diverso, cosa succede?" Feci qualche colpo di tosse e corsi al riparo dicendo che avevo la sinusite.

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Hai mai temuto per la tua incolumità?
Il 10 gennaio 1979, quando David Duke, il grande mago, venne in città. Nel mio libro lo descrivo come "lo showdown." Avevo parlato con Duke al telefono, e avevo anche parlato con un signore che si chiamava Fred Wilkens, grande dragone del Colorado, il leader nazionale. Duke era in visita ufficiale, e ci sarebbero stati stampa e televisione. La mattina del suo arrivo il capo di polizia mi chiamò e disse che avrei dovuto fargli da guardia del corpo. Avevamo ricevuto minacce di morte.

Voleva infastidire Duke, assegnando a te l'incarico?
No, ero l'unico disponibile tra i membri dei servizi speciali. Dissi al mio capo che avevo quest'indagine da portare avanti, e che entrare in contatto con David Duke e quelle persone avrebbe potuto mettere a repentaglio tutto il lavoro fatto. Temevo che riconoscessero la mia voce, ma il capo insistette. Bisognava correre il rischio, perché non voleva guai mentre Duke era in città.

Mi congedai e raggiunsi Duke. Era al ristorante con Fred Wilkins e un tale, Charles o Chuck Howarth, che era il capo del Posse Comitatus, un gruppo di estrema destra. Mi presentai a Duke e gli dissi che avrei dovuto fargli da guardia del corpo. Aggiunsi che non credevo nella sua filosofia o nella sua ideologia, ma essendo un professionista avrei fatto il necessario per garantire la sua incolumità. Mi ringraziò gentilmente, e mi strinse persino la mano. Fece la stretta del Klan. Gli chiesi anche di fare una foto. "Mr. Duke, nessuno mi crederebbe se gli raccontassi di essere stato la sua guardia del corpo. Possiamo fare una foto?" Diedi la macchinetta a Chuck, il Ron Stallworth bianco, e mi misi vicino a David Duke e al grande dragone. Gli misi le braccia intorno alle spalle, ma David Duke lo trovò offensivo. Si spostò e disse, "Mi dispiace, non posso essere visto così in foto." Allora dissi a Chuck, "Quando mi senti dire tre, scatta."

Dissi uno, due, e al tre rimisi le braccia intorno alle spalle di Duke e Chuck fece la foto. David Duke cercò persino di prendere la macchina fotografica dalle mani di Chuck. A quel punto lo guardai e gli dissi," Se mi tocca la metto in arresto per aggressione a pubblico ufficiale." Duke si fermò e abbassò lo sguardo. Tutto il suo entourage aveva smesso di sorridere e mi fissava. Sarà durato dai tre ai cinque secondi, ma in quel momento mi sembrò un'eternità. Il grande mago del Ku Klux Klan aveva dovuto riconoscere il potere di un uomo di colore nei suoi confronti: ero un negro col distintivo, controllavo il suo destino e lui lo sapeva.

Oggi secondo te qual è la posizione del Klan?
Il Ku Klux Klan non è mai morto, in America. Ha i suoi alti e bassi, ma non muore, e non è mai più stato forte come lo era negli anni Venti o negli anni Cinquanta e Sessanta, all'apice del movimento per i diritti civili. Non penso che sarà mai più così forte. La società è cambiata molto. Ma il solo fatto che esista dovrebbe preoccuparci. Dovremmo sempre essere consapevoli, ricordarlo ed essere pronti a combatterlo in qualsiasi forma.

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Ti sei mai trovato bene con qualche membro del Klan tra quelli che hai conosciuto?
No, erano tutti degli stronzi. Il mio unico rimpianto è di non avergli potuto dire chi fossi e cosa stessi facendo per metterli in ridicolo e mostrargli quanto fossero idioti. Dovevo mantenere il segreto. Il piacere che ne traevo stava nel prenderli in giro mentre loro non sospettavano nulla. Erano un mucchio di idioti razzisti.

Ti ha sorpreso la reazione al libro?
Un pochino. So che la storia affascina un sacco di persone-un uomo di colore che inganna un grande mago KKK e i suoi seguaci... Stamattina sono stato intervistato da un'emittente radio di Dublino, e mia nipote, che insegna in Giappone, mi ha detto che la notizia è arrivata anche lì. È a quel punto che uno si sorprende.


Per sapere di più sul libro, clicca qui. Post apparso originariamente su VICE.

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Foto via Flickr/arete13

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