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Il rock fascista italiano non vuole saperne di morire

Nei dieci anni passati dall'uscita di 'Nazirock', il documentario che ha fatto luce sulla scena musicale di matrice fascista in Italia, la situazione è anche peggiorata: ne abbiamo parlato con il regista.

di Marco De Vidi
21 febbraio 2018, 11:03am

Gigi Guerzoni dei Legittima Offesa al Campo d'Azione in una scena di Nazirock.

Sono passati dieci anni dall’uscita di Nazirock, il film di Claudio Lazzaro che racconta dall’interno il mondo dell’estrema destra italiana. Il sottotitolo originale recitava: Come sdoganare la svastica e i saluti romani, a rendere esplicita la capacità di questi gruppi di rimettere in circolo, anche attraverso la musica, tutta una serie di simboli e termini che si rifanno direttamente all’immaginario fascista e nazista.

I fatti di Macerata e le reazioni forse ancora più sconvolgenti seguite all’atto di terrorismo, hanno reso evidente il legame tra atti di violenza a matrice razzista o politica e lo sdoganamento dell’ideologia fascista, nonostante la ritrosia (per essere eufemistici) di molti media a parlare apertamente di fascismo (su questi temi riflette da tempo il collettivo Wu Ming). E nel caso ci siano dubbi sul tipo di azioni condotte da alcuni dei gruppi più in vista tra l’estrema destra italiana, esiste un’istruttiva mappa che raccoglie tutte le aggressioni fasciste degli ultimi anni.

Nazirock, pubblicato a ridosso dell’inizio del quarto governo Berlusconi, è utilissimo a seguire l’evoluzione della destra estrema in un decennio che ha visto gruppi dichiaratamente fascisti (anche se “fascisti del terzo millennio”) entrare per la prima volta in un consiglio comunale italiano (com’è stato per CasaPound a Bolzano alle elezioni del 2015).

Il film, da subito, ha avuto vita durissima. Ultimato in realtà nel 2007, il documentario esce nell’aprile del 2008, direttamente in DVD. Le proiezioni al cinema Anteo di Milano e al Politecnico Fandango di Roma infatti saltano, a causa di una diffida del leader di Forza Nuova Roberto Fiore. La società che avrebbe dovuto garantire la distribuzione nei cinema annulla il contratto, per il timore di danneggiamenti e ritorsioni in caso di proiezioni.

A pubblicare il documentario è la collana di Feltrinelli, Real Cinema, grazie all’interesse del produttore Carlo Cresto-Dina, all’epoca responsabile della serie: il film esce dunque in libreria, in vendita con il volume Ho il cuore nero (curato da Mario Capello), che raccoglie diversi interventi, dal giornalista Furio Colombo, allo scrittore Antonio Pennacchi, all’espertissimo cronista di fascisteria (dal titolo di un suo libro del 2001) Ugo Maria Tassinari, fino ai testi più incentrati sull’aspetto socio-musicale di Valerio Marchi e Nicola Mariani.

Arrivano le minacce personali al regista, boicottaggi nelle librerie, intimidazioni di vario tipo. E partirà da lì un lungo percorso tra i tribunali poiché Claudio Lazzaro è chiamato a rispondere di diffamazione in diversi processi, uscendone sempre assolto tranne in un caso, di fatto rendendo impossibile al giornalista il prosieguo del suo lavoro di documentarista indipendente. Claudio Lazzaro infatti, cronista dalla lunga carriera, passato per l’ Europeo e per il Corriere della Sera, fonda la casa di produzione NoBu (che sta per no budget) nel 2005, per portare avanti una serie di progetti che gli stanno particolarmente a cuore.

“Sono uscito dal Corriere perché avevo voglia di fare informazione in modo del tutto libero”, racconta Lazzaro. “Non perché al Corriere tu non sia libero, ma diciamo che sei molto condizionato, quindi la tua libertà è limitata, o meglio vigilata. Capita di scontrarsi. E allora, poiché ho sempre lavorato per grossi giornali, dall’ Europeo al Corriere appunto, in finale di partita volevo permettermi il lusso di fare informazione libera. E questo per uno che fa il giornalista con passione è un puro lusso. Che io mi sono concesso grazie a una lauta liquidazione”.

“Il mio obiettivo era fare una trilogia, cioè raccontare le cose che secondo me costituivano un pericolo per la democrazia in Italia. Il primo lavoro, Camicie verdi, parla della Lega, della sua componente più xenofoba e razzista. Il secondo lavoro è appunto Nazirock, che racconta lo sdoganamento del nazifascismo in Italia. Poi il terzo lavoro, Bandiera viola, è stato un film più militante. Racconta il primo No Berlusconi Day, in cui finalmente i giovani tornano in piazza dopo quello spavento terribile del G8 di Genova del 2001. Quella grande manifestazione, attraverso gli interventi e i racconti, diventa anche un ritratto del berlusconismo”. I documentari di Lazzaro sono tutti disponibili integralmente online sul suo canale YouTube (qui Camicie verdi, qui Bandiera viola, a questo link Nazirock), mentre la NoBu per ora non ha più né un sito né materiale di altro tipo online, a causa delle varie controversie legali che hanno coinvolto la società.

Claudio Lazzaro.

Il film, certo imperfetto, racconta dall’interno alcuni raduni di Forza Nuova, come il Campo d’Azione di Marta (VT) dell’autunno 2006, dove i giovani attivisti si incontrano, partecipano a dibattiti, assistono ai concerti.

Quello dei “campi d’azione” è una pratica che deriva direttamente dall’esperienza dei Campi Hobbit di fine anni Settanta, organizzati dal Fronte della Gioventù, il movimento dei giovani del MSI che porta avanti il proselitismo attraverso iniziative culturali, musica esplicitamente “di destra”, il legame con lo sport e con il tifo organizzato.

Il raduno “Ritorno a Camelot” organizzato dal Veneto Fronte Skinheads segue le stesse coordinate. E molte attività di Terza Posizione, gruppo che come fa notare Christian Raimo in un recente articolo rappresenta il punto di origine per organizzazioni oggi attivissime come Forza Nuova e CasaPound, trovano proprio in contesti paralleli ma fuori dell’attività politica tout court il terreno adatto per trasmettere i propri messaggi, per trovare adepti e sostenitori.

“Il film nasce dal mio stupore e dal mio sgomento” racconta Claudio Lazzaro. “Sono nato nel ’44, cioè io stavo nella pancia di mia madre quando lei scappava sotto le bombe della Seconda Guerra mondiale per raggiungere un rifugio. Allora per uno che viene da quella storia, noi, quei giovani di allora, pensavamo che tutta questa merda fosse ormai archiviata nella pattumiera della storia, credevamo che tutti avessero capito. Quando io vedo invece dei ragazzi che agitano di nuovo questi simboli, per me è veramente una cosa destabilizzante. Allora voglio capire. Io non sono andato lì con il dito puntato a parlare con questi ragazzi, sono andato lì per capire come mai c’erano dei giovani che abbracciavano quest’ideologia, sventolavano di nuovo queste bandiere. Se però avessi raccontato questa cosa con un saggio, ad esempio, mi avrebbero letto quelle quattro persone che già la pensano come me e non sarebbe servito a niente. Il fatto di affrontare questo fenomeno attraverso la musica, è stato un espediente narrativo per raggiungere i più giovani. Quindi per me era fondamentale riuscire a filmare questi concerti e da lì sarei potuto partire con il racconto”.

“Quello era un raduno politico cui la stampa aveva diritto d’ingresso. Sono entrato, poi mentre altri magari venivano lì, filmavano tre minuti e andavano via, io mi sono fermato per tutti i giorni della manifestazione. Con una troupe, diciamo, mimetizzata, con piccole telecamere, ragazzi giovani, che non davano tanto nell’occhio e che a un certo punto si facevano accettare”.

Il titolo scelto per il film deriva dalla definizione adottata da Valerio Marchi nel suo libro del 1997, Nazi-rock, pop music e destra radicale . Il testo di Marchi, sociologo sui generis morto poco più che cinquantenne nel 2006, da sempre interessato alle varie forme in cui si manifesta la controcultura, ricostruisce la nascita di una musica diretta espressione di un movimento di estrema destra. A cominciare dagli Skrewdriver di Ian Stuart, nati come gruppo punk alla fine degli anni Settanta e poi nel decennio successivo iniziatori del white power rock, in comunicazione intermittente con il National Front e il British National Party, al centro dell’etichetta White Noise Records e del movimento Rock Against Communism, che faceva il verso alla campagna Rock Against Racism.

Nei primi anni Ottanta troviamo elementi che poi spesso ritorneranno nei decenni successivi nei diversi ambienti dell’estrema destra: dall’attenzione verso contesti dalla grande capacità attrattiva, come l’underground musicale o il mondo ultras, fino a una pubblicazione, come la razzistissima fanzine Bulldog (altro che Il primato nazionale), fondata da Joe Pearce e distribuita fuori dagli stadi inglesi. E qualche anno dopo, chiusa l’esperienza della rivista e avviata la fase neonazista degli Skrewdriver, sarà la newsletter Blood and Honour ad aiutare la crescita di un network internazionale (parlo di eoni prima di internet), ai cui eventi parteciperanno ad esempio gli italianissimi Gesta Bellica o i Peggior Amico.

Un attivista di Forza Nuova al Campo d'Azione. Fotogramma tratto dal documentario Nazirock.

Sono tutte componenti che sembrano di contorno, ma in realtà sono importantissime per la divulgazione di certe idee e per l’efficacia nel creare un gruppo coeso e che si identifica in modo inequivocabile con altri “simili” (nonostante tutte le successive separazioni e divisioni all’interno di un movimento ampio e diversificato, com’è del resto in Italia). Dinamiche che sicuramente non saranno sfuggite al fondatore di Forza Nuova Roberto Fiore (e prima in Terza Posizione), fuggito a Londra nel 1980, e in contatto ad esempio fin da subito con Nick Griffin, all’epoca attivista del National Front (poi europarlamentare con il British National Party) e che organizzava nel giardino di casa del padre, nel Suffolk, concerti del circuito white power.

“Attenzione”, scrive l’autore Claudio Lazzaro in uno dei testi introduttivi, “dove esiste espressione artistica, anche se rudimentale, esiste identità”. Ed è anche a questo che serve la musica. Non è un caso che molti dei leader politici di varie formazioni della destra estrema siano anche musicisti, spesso frontmen di band di rock identitario, con un buon seguito all’interno di questo mondo.

Il Veneto Fronte Skinheads fondato da Piero Puschiavo alla fine degli anni Ottanta, fin dall’inizio si è dedicato anche all’organizzazione di concerti, ospitando diverse band del circuito inglese. Ha avuto una casa discografica propria, la Tuono Records, e una band “portavoce”, i Peggior Amico appunto. Andrea Miglioranzi, che è tra i fondatori dei Gesta Bellica (e nel VFS fin dall’inizio), è stato consigliere comunale a Verona nella lista di Flavio Tosi, oltre che per un breve periodo, paradossalmente, al vertice dell’Istituto per la storia della Resistenza della città.

Qualche tempo fa ha fatto scandalo la scoperta che Mario Vattani, nominato console italiano a Osaka, è in realtà il fondatore degli Intolleranza, band che ha condiviso palchi con gli ZetaZeroAlfa, che non solo è il gruppo autore delle hit "Cinghiamattanza" e "Nel dubbio mena", ma è anche il progetto musicale alla base di CasaPound. Gianluca Iannone infatti, tra i fondatori del movimento, è il leader della band. E Simone Di Stefano, oggi vicepresidente dell’organizzazione, è stato il grafico della degli ZZA (lo riporta Tassinari in uno dei testi che accompagna il libro). Il merchandise, le magliette con gli slogan, l’attenzione per grafiche e immagini forti e al contempo cool, sono elementi che accomunano gli ZetaZeroAlfa e CasaPound, che fin dall’inizio ha imposto anche un suo particolare stile nell’abbigliamento.

L’opera di attività controculturale di CasaPound si ritrova nelle diverse iniziative, come la radio web RadioBandieraNera e la compagnia teatrale Teatro Non Conforme. Va ricordato che “non conforme” era anche l’occupazione a scopo abitativo dello stabile attuale sede del partito di CasaPound. CasaPound è la prima esperienza duratura di centro sociale di destra, dopo i primi tentativi come Il Bartolo e PortAperta (entrambi a Roma). In qualche modo un immaginario che è sempre appartenuto alla sinistra (le occupazioni, i centri sociali) con CasaPound è stato adottato integralmente anche a destra.

In questo le band hanno un’importanza notevole. Anche forse, paradossalmente, in conseguenza delle Legge Mancino, promulgata nel ’93, in un periodo di particolare vivacità del movimento naziskin in Italia. Le “misure urgenti in materia di discriminazione razziale, etnica e religiosa”, colpendo molte delle iniziative dei gruppi di estrema destra, hanno forse incentivato una forma di propaganda alternativa, negli stadi o ai concerti.

Tra i gruppi presenti in Nazirock, ci sono i bolognesi Legittima Offesa, i Contea che nel film cantano "Mai più shalom", i perugini Hobbit (sull’appropriazione indebita di Tolkien da parte dell’estrema destra è utile, di nuovo, Wu Ming). L’impronta è la stessa che incontriamo nella scena “indipendente”. Gli stilemi sono per lo più punk e Oi!, il look è quello tipico degli skinheads, c’è quella retorica DIY del “ci prendiamo gli spazi che il mainstream non ci vuole dare”. Ai concerti si poga, i rituali sono uguali e contrari a quelli di qualsiasi altro concerto hardcore in un centro sociale. Ci sono i banchetti con i dischi e il merchandise, solo che qui si vendono toppe con le facce di Hitler e Mussolini, croci celtiche, l’effigie di Rommel.

Gli Hobbit, per dire, hanno una pagina su Rockit, dove si definiscono “gruppo rock nazionalista”. La definizione “nazirock” non è che piaccia molto, in realtà. Viene rifiutata da Gigi Guerzoni, leader dei Legittima Offesa, che anche nell’intervista integrale alla band contesta a Claudio Lazzaro l’uso di questo termine per descrivere la loro musica. Tra i gruppi di questa scena si preferiscono definizioni come rock identitario, musica nazionalista, i gruppi si definiscono band patriottiche.

Guerzoni tra l’altro è l’unico ad aver vinto una causa contro Lazzaro, in quanto il film sarebbe lesivo della sua immagine. “Ho avuto un grosso problema con Gigi dei Legittima Offesa”, spiega Lazzaro. “Gigi da un lato è un leader di Forza Nuova. Poi dall’altro ha questa band con cui fa del pessimo rock, poi ci mette dentro testi che fanno riferimento alla Repubblica di Salò e quant’altro. Mi ha fatto causa dicendo che lo avevo danneggiato economicamente, quindi una causa civile, che è insidiosa. Ha vinto in prima istanza, ha trovato a Roma una giuria che ha detto, in pratica, che io come giornalista ho fatto il mio dovere, ho rispettato il codice e la deontologia professionali, però di fatto Guerzoni è stato danneggiato economicamente e quindi devo pagare. Oltretutto una cifra pazzesca, alla fine siamo sui 20-30mila euro. E poi semmai è vero il contrario, perché come sempre succede nella società dello spettacolo e dei media, ha tratto anzi giovamento dal film, lo hanno invitato in televisione, gli hanno fatto fare più concerti. Però la giuria ha deciso che io dovevo rimborsarlo. Io non ho pagato, e sono andato in appello dove ho vinto. Lì altri soldi, perché la Cassazione è costosa. Insomma io mi sono svenato con le spese legali. Mi hanno fatto sei cause, più appello e Cassazione, quindi altri due procedimenti. Alla fine questo ti impedisce di andare avanti a lavorare. E questa è un po’ una parte della persecuzione che ho subito, oltre ad altre cose”.

“Questo film inizialmente l’ho prodotto da solo. In Italia se vuoi fare un documentario su questi argomenti nessuno ti dà una lira. Poi il documentario in Italia ha poco mercato, immaginati se uno ha voglia di rischiare cause, casini di vario tipo, sapendo che rischia di andare in perdita. Quindi io partivo sempre da solo, poi quando avevo dei materiali che potevano dimostrare la validità e l’interesse della ricerca, riuscivo a ottenere l’appoggio di produttori che si associavano al progetto. Nel caso di Camicie Verdi c’è stata la Mikado di Roberto Cicuto, poi Piero Degli Esposti, che è un famoso produttore televisivo. Con Nazirock c’è stato Carlo Cresto-Dina, che allora lavorava alla Feltrinelli. Per Nazirock avevo un contratto di distribuzione nei cinema con Fandango, con un primo test su Roma. Quando sono arrivate le prime minacce, Fandango non ha voluto continuare la collaborazione. Forza Nuova minacciava di farci causa in caso di proiezione del film. Allora quando tu sei un esercente che ha un cinema, e sai che questi possono passare anche a vie di fatto, hai paura dei danni, che ti spacchino il cinema. Così veniva recepito il messaggio. L’Anteo doveva fare un’anteprima milanese del film e l’ha cancellata”.

“Le librerie Feltrinelli lo nascondevano, cioè tu dovevi entrare, chiedere il film, e allora te lo andavano a cercare nel retro o in magazzino, cose di questo genere. È successo di tutto, facevano copie falsificate del film e le mettevano online con il finale cambiato, e sulle scene dei campi di concentramento al posto del silenzio sgomento una musichetta allegra. Mi sono arrivate minacce personali. Qualcuno ha fatto dei video su YouTube dicendo che io ero un infame, dicendo che lo striscione che si vede a un certo punto del film in cui c’è scritto “Più nazifascismo”, a un raduno, l’avevo messo io con un fotomontaggio. Capisci che quando vieni additato sulla rete come un infame, un falsificatore, poi c’è qualcuno che ti aspetta sotto casa e ti spacca la testa, è come indirizzarti all’odio pubblicamente”.

Lazzaro, che nella sua lunga carriera è stato inviato di guerra in Kosovo e in Iraq e inchiestista specializzato in terrorismo ed eversione, negli anni Settanta ha partecipato alla produzione di un film tratto da alcuni suoi lavori scritti per l’Europeo sull’estrema destra milanese. San Babila ore 20: un delitto inutile, film del ’76 diretto da Carlo Lizzani, vede lo stesso Lazzaro comparire come attore nella parte del giornalista (nel trailer lo si vede al minuto 0.38). Per qualche coincidenza anche quel film all’uscita ha subito minacce. “Ricordo bene che il film doveva essere proiettato a Milano in alcuni cinema in prima visione, ma le proiezioni vennero sospese perché c’era paura di attentati”, racconta. “Quelli erano anni molto più duri di adesso, ti sparavano proprio. Neanche a farlo apposta nella mia storia c’è questo ricorso di censura, allora per ragioni di violenza politica, oggi per intimidazione”.

“La cosa che mi ha più danneggiato, in ogni caso, è stato l’aspetto economico. Per quello che è il mio modo di lavorare, se non ho dei soldi, non riesco proprio a partire con i miei progetti. Quindi insomma mi hanno dimostrato che in Italia fare informazione da indipendente è praticamente impossibile. Ma ho sempre voglia di fare e può essere che adesso riuscirò a proseguire con un nuovo progetto avviato”.

Il periodo in cui il film è stato girato è quello tra le elezioni del 2006 e quelle del 2008, in cui il governo passa da Prodi a Berlusconi, che si presenta alle elezioni fiancheggiato dall’estrema destra. Nazirock comincia proprio con le manifestazioni pre-elettorali della Casa della Libertà, con Berlusconi che accarezza la bandiera di Fiamma Tricolore e Gianfranco Fini che elogia il “capolavoro politico” del suo allora capo, che è stato quello di offrire finalmente uno spazio alla destra post-MSI. I testi di Tassinari, tratti da Naufraghi: da Mussolini alla Mussolini , sono utilissimi nella ricostruzione di ciò ch’è accaduto alla destra di Alleanza Nazionale, dalla svolta di Fiuggi in poi.

Nel film, oltre ai vari leader di partito come Adriano Tilgher, Luca Romagnoli o Maurizio Rossi (delle Edizioni di AR fondate da Franco Freda), compaiono diversi personaggi molto vicini ai movimenti dell’estrema destra e con un passato criminale. C’è Andrea Insabato, che parla dal palco e viene applaudito, che è stato militante di Terza Posizione e responsabile di un attentato al Manifesto nel dicembre 2000 (ha messo una bomba all’entrata della redazione, ma è rimasto ferito solo lui, alle gambe). Poi c’è Luigi Ciavardini, terrorista nero condannato tra le altre cose a trent’anni di carcere per la strage di Bologna (e arrestato per una rapina in banca durante la lavorazione del documentario), cui alcuni musicisti dedicano un disco, L’ora della verità, i cui proventi sarebbero andati in sua difesa, visto che molti ne professano l’innocenza.

Ci sono anche molti ospiti internazionali, da Ion Geblescu della Nova Dreapta romena, a Manuel Andrino della Falange Española, fino a Udo Voigt, ora eurodeputato e leader negazionista dell’NPD tedesco. Un network più che rodato, che negli ultimi dieci anni ha trovato sponde istituzionali importanti, da Orban alla Le Pen. Quando compare Voigt, colpisce il surreale appello ai camerati italiani a non fare saluti romani, perché in Germania tutto ciò è considerato reato e si punisce duramente con il carcere.

“È fondamentale capire che questi della destra, Forza Nuova, Casapound e gli altri, usano sempre due registri e due linguaggi”, spiega Lazzaro. “Uno è quello che usano quando parlano in pubblico e allora vogliono rassicurare, far vedere che loro sono i buoni. Poi quando sono invece per conto loro, quando si incontrano ai loro raduni, viene fuori la faccia vera, quella dei saluti fascisti e degli slogan violenti”.

Rispetto al rapporto con gli intervistati, Lazzaro racconta: “Coi capi, con Roberto Fiore e i suoi, è stato più difficile, tanto è vero che a un certo punto mi avevano pure sequestrato delle cassette, che poi sono riuscito a riavere. Ho dovuto usare un po’ le mie aderenze, il fatto che ero comunque un giornalista appena uscito dal Corriere della Sera, quindi ho dovuto usare un po’ i ferri del mestiere e le relazioni”.

“Invece con la base il rapporto è stato ottimo. Questi in fondo sono ragazzi, di solito ragazzi ignoranti, che hanno semplicemente trovato un modo di associarsi, di stare insieme, e quindi non c’è una cattiveria di fondo, come dire. Sono ragazzi che vivono tutti i problemi della emarginazione giovanile, della globalizzazione, della disoccupazione, e danno a tutte queste cose le risposte sbagliate, perché si sono trovati in luoghi e in situazioni che hanno loro fornito quelle risposte lì. Quindi sono giovani con cui puoi, anzi devi dialogare, devi far loro capire la gravità di certi comportamenti. Anche perché spesso sono ignorantissimi, la scuola non li ha aiutati, c’è una colpa istituzionale gravissima”.

Furio Colombo, ex direttore dell’Unità, in uno dei testi che accompagnano il film espone così quello che vede: “È come tornare al fascismo prima del potere. È vuoto, è sbandamento in cerca di un furore violento che senza la scossa del potere non può esplodere”. E continua: “Nessuna cultura, molta superstizione, pregiudizio ottuso e ostinato, ricerca affannata di bandiera, stile, uniforme: il fascismo prima del fascismo. Ci si arriva attraverso una pratica di espulsione, una sorta di ascetismo privo di luce: via la cultura, via la storia, via le regole, via lo stato. Si cerca una disciplina primitiva e cieca. Si aspettano ordini”.

È una descrizione che pare arrivare direttamente dai giorni nostri. Il decennio trascorso dall’uscita di Nazirock ha visto penetrare nel discorso comune, così come in quello della politica, tutta una serie di concetti ed espressioni che sembravano relegate nell’estremismo di questi gruppi marginali. Invece il dibattito contro l’immigrazione, contro la globalizzazione, contro il potere della finanza "sorosiana-comunista-sionista", addirittura la fantasiosa teoria di una sostituzione etnica in corso, fanno ora parte del bagaglio di ogni complottista antisistema che si rispetti.

E se lo sdoganamento dell’estrema destra è ora prerogativa anche della sinistra (di nuovo Wu Ming, sul rapporto tra Partito Democratico e ultradestra), il nazirock italiano sembra più vivo che mai. Il Veneto Fronte Skinheads a Natale ha organizzato a Verona un evento chiamato White X-mas Party (con chiaro riferimento alla X Mas di Junio Valerio Borghese), con gli Acciaio Vincente, i 1903, i Nativi e i Sumbu Brothers, tutte band molto vicine alla curva dell’Hellas Verona. La stessa curva che a luglio festeggiava il ritorno in serie A elogiando Hitler. Sempre a Verona, lo scorso novembre, si è tenuto un corso sulla legittima difesa che offriva crediti validi per l’Ordine degli avvocati della città. Il convegno era organizzato da Fortezza Europa, organizzazione nata da Forza Nuova, il cui presidente Emanuele Tesauro, è anche il cantante della band Hobbit, che come detto compare anche nel documentario di Claudio Lazzaro.

E per non farci mancare niente, nella Giornata della Memoria in provincia di Pordenone si è tenuto un concerto black metal in cui suonava un gruppetto filonazista come i finlandesi Goatmoon e i Via Dolorosa, fieri portavoce del black metal nazionalista italiano.

“Oggi la situazione è peggiorata” conclude Claudio Lazzaro, “perché sono peggiori le condizioni globali, cioè la crisi economica, una crisi endemica e strutturale del lavoro, il disagio sociale, la difficoltà di gestione dell’immigrazione. E quindi l’immigrato diventa il nemico. Il nemico è un elemento che nei fascismi c’è sempre. La situazione attuale offre più nemici: l’Islam, l’immigrazione… E poi c’è più frustrazione, c’è l’identitarismo, la tua cultura da difendere: sono tutti elementi che nel corso di questi anni sono diventati più importanti. In Italia poi c’è una predisposizione culturale al fascismo. Gli italiani inoltre tendono sempre ad assolversi, mentre la Germania ha fatto i conti col nazifascismo. La scuola poi non educa, non crea una cultura su queste cose. E l’Italia è un paese schifosamente privo di memoria”.

Marco è su Twitter: @marcodevidi.

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