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Egitto

"Pensavano fosse una spia": la polizia egiziana avrebbe arrestato Regeni il giorno della sparizione

A rivelare gli ultimi sviluppi della vicenda è il New York Times, che ha interpellato diversi testimoni e funzionari di polizia.

di Leonardo Bianchi
13 febbraio 2016, 10:45am

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A poco più di una settimana dal ritrovamento del corpo di Giulio Regeni al Cairo, mentre le indagini proseguono tra le smentite di arresti e una crescente pressione internazionale, le autorità egiziane negano a più riprese un eventualmente coinvolgimento dell'apparato di sicurezza nell'omicidio del ricercatore.

Il ministro dell'interno Magdy Abdel Ghaffar, ad esempio, ha mostrato una certa irritazione rispetto a queste ipotesi, ossia che la polizia egiziana ricorra sistematicamente alla tortura e alle sparizioni forzate —come del resto confermano inchieste giornalistiche, Ong come Amnesty International e attivisti egiziani.

"Respingiamo le accuse secondo cui la polizia sia coinvolta nell'uccisione di Regeni," ha dichiarato Ghaffar qualche giorno fa. "Sono voci, non possiamo neppure accettare un'allusione. Non è questa l'usanza degli apparati dello Stato. La nostra polizia non ha mai commesso crimini del genere, le indagini sono ancora in corso. Risponderemo alle richieste della delegazione di investigatori italiani, ma le strutture di sicurezza interne non si sono mai macchiate di certe colpe."

Anche l'ambasciatore egiziano in Italia, Amr Helmy, ha ribadito l'estraneità della polizia sul caso Regeni. "Non è mai stato sotto la custodia della nostra polizia," ha affermato in un'intervista a Radio Anch'io, "e non siamo cosi 'naif' da uccidere un giovane italiano e gettare il suo corpo il giorno della visita del Ministro Guidi al Cairo. Dovete capire che lanciare delle accuse pesanti contro le forze di sicurezza egiziane senza alcuna prova può danneggiare i nostri rapporti."

Un discorso analogo è stato fatto dal ministro degli esteri egiziano Sameh Shoukry, che in un'intervista a Foreign Policy ha accusato i giornalisti di "saltare a conclusioni affrettate e di speculare su informazioni non verificate," dipingendo inoltre l'Egitto del presidente Al Sisi come un paese in cui non c'è alcun tipo di repressione nei confronti dei dissidenti.

Nonostante queste dichiarazioni, i sospetti da parte dell'Italia sulla sicurezza egiziana si stanno facendo sempre più insistenti — soprattutto a causa di diverse incongruenze e di versioni poco credibili avanzate sulla morte di Regeni, tra cui l'incidente stradale, la "pista islamista" o la rapina finita male.

Tra l'altro, nella giornata dell'11 febbraio è emersa la circostanza per cui l'investigatore capo del caso Regeni, Khaled Shalaby, è stato condannato nel 2003 a un anno di reclusione per falsificazione di verbali e - insieme ad altri due funzionari - per aver torturato a morte un uomo. La notizia è stata rilanciata da Mada Masr, un sito indipendente egiziano, e dall'attivista Mona Seif, che l'ha postata sul proprio profilo Facebook.

Sempre due giorni fa, inoltre, un'informativa inviata alla procura di Roma ha messo nero su bianco che "non vi è nessun elemento che colleghi la morte di Giulio Regeni a una rapina." In più, nella stessa nota si afferma che Regeni si limitava a svolgere la sua tesi di dottorato sul sindacalismo indipendente egiziano e a frequentare "ricercatori, docenti e giovani attivisti."

Secondo il Corriere della Sera, gli inquirenti italiani starebbero cercando in questi ambienti "la chiave delle torture subite dal ricercatore," e più precisamente "nelle riunioni del sindacato dissidente con il regime di Al Sisi." Nell'articolo si menziona una riunione specifica, in cui Regeni avrebbere attirato "la curiosità" su di sè, "se non altro perché straniero e introdotto in quell'ambiente." Questa curiosità, prosegue il pezzo, "potrebbe aver contagiato, dopo una delazione, anche chi teme complotti e li reprime" — cioè l'apparato di sicurezza.

Sia il Corriere della Sera che La Repubblica hanno riferito che nei giorni precedenti la sparizione, la polizia avrebbe fatto una visita nel palazzo in cui viveva Regeni. "Sono venuti qui due o tre giorni prima che quel ragazzo sparisse," racconta un testimone al Corriere. "Non hanno cercato lui. Io non c'ero, ma hanno chiesto documenti, hanno guardato in giro. Sembravano poliziotti. Ma state attenti."

Stando al quotidiano egiziano Al Masry Al Youm, inoltre, Regeni sarebbe già stato "attenzionato" dalle autorità, e il suo cellulare intercettato. Secondo fonti della "prefettura di sicurezza di Giza," sentite dal giornale e riportate dal Fatto Quotidiano, "gli investigatori hanno condotto indagini sugli ultimi movimenti di Regeni prima della sua scomparsa il 25 gennaio e ascoltato le registrazioni delle sue ultime chiamate con il cellulare con l'aiuto delle compagnie di telefonia mobile," giungendo alla conclusione che Regeni "è stato ucciso in un appartamento nel centro del Cairo e il suo corpo in seguito gettato sull'autostrada."

La procura di Giza ha tuttavia smentito il particolare dell'appartamento, precisando che quelle dei media locali sono solo "speculazioni infondate."

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L'attenzione degli inquirenti, comunque, si sta concentrando sugli ultimi spostamenti di Regeni. In un'interrogazione alla Camera, il sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova ha spiegato che "il 25 gennaio Regeni era atteso a cena da alcuni amici in un ristorante della capitale, ma non è mai arrivato all'appuntamento."

Della Vedova ha confermato che Gennaro Gervasio, docente e amico di Regeni che lo aspettava per cena e lo aveva sentito verso le 19:40, "ha riferito all'ambasciata di avere ripetutamente provato a chiamare Giulio tra le 20:18 e le 20:23, senza ottenere risposta; a partire dalle 20:25, invece, il cellulare del ragazzo risulta spento."

A quanto risulta, l'ultima cella agganciata dal telefono di Regeni prima di spegnersi definitivamente è quella di Doqqi, il quartiere dove risiedeva il ricercatore. Per questo motivo, gli investigatori stanno controllando i filmati delle telecamere della zona.

Nelle ultime ore sono emersi altri particolari delle prime ore della sparizione del ricercatore. L'ambasciatore italiano al Cairo, Maurizio Massari, aveva informato il ministro dell'interno Ghaffar nel giro di poco più di 12 ore — e non, come sostenuto da Ghaffar, tre giorni dopo la scomparsa. Per l'intera giornata del 27, come hanno ricostruito quotidiani e agenzie, il ministro egiziano non si è reso disponibile a incontrare l'ambasciatore, nonostante le insistenze di Massari.

In un articolo pubblicato il 12 febbraio sul New York Times, il contesto del sequestro di Regeni è delineato in maniera piuttosto netta. Un testimone, dietro la richiesta dell'anonimato, ha riferito al quotidiano statunitense che - nel tardo pomeriggio del 25 gennaio - il ricercatore sarebbe stato fermato e portato via da due poliziotti in borghese. Uno dei due poliziotti, riferisce sempre il testimone, era stato visto in zona nei giorni precedenti, facendo domande proprio su Regeni. 

Tre funzionari di polizia, interpellati separatamente dal New York Times, hanno affermato che Regeni si sarebbe comportanto in maniera "impertinente" con i poliziotti. In più, il ricercatore era visto con sospetto a causa di alcuni contatti telefonici con persone "associate ai Fratelli Musulmani e al movimento giovanile 6 aprile," che il regime di Al Sisi considera come "nemici dello Stato."

"Pensavano che fosse una spia," dice uno dei tre funzionari al New York Times. "Dopotutto, chi è che viene in Egitto per studiare i sindacati?"

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Il 10 febbraio, in un'audizione alla Camera, il ministro degli esteri Paolo Gentiloni si è espresso nuovamente sull'omicidio di Giulio Regeni, assicurando che l'impegno nel chiedere l'accertamento delle responsabilità "sarà fermo e continuo nei prossimi giorni e settimane, augurandoci di poter arrivare alla verità su questa vicenda davvero tragica."

Nella giornata di ieri anche il presidente del Consiglio Matteo Renzi, dopo più di una settimana di silenzio, ha rilasciato una dichiarazione sul caso. "È una vicenda drammatica, torno a esprimere alla famiglia di Giulio le condoglianze di tutto il Governo italiano e dico che noi, agli egiziani, abbiamo detto: l'amicizia è un bene prezioso ed è possibile soltanto nella verità."

"Per ora abbiamo tutte le risposte che avevamo chiesto," ha concluso il premier, "e abbiamo preteso che davanti a tutti gli elementi dell'inchiesta siano seduti allo stesso tavolo anche i nostri esperti perché sia fatta verità e siano presi i veri colpevoli."


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