Scream di Michael Jackson: quando è ora di smettere di spremere un artista?
Foto via Flickr.

Scream di Michael Jackson: quando è ora di smettere di spremere un artista?

Abbiamo analizzato tutti i dischi postumi del Re del Pop per capire che cosa dobbiamo pensare del nuovo 'Scream'.

MICHEAL JACKSON SONO IO! No, scherzo dai. Però in effetti potrebbe essere, in quanto per diventare come Jacko basta farsi una bella plastica ad hoc, tanto che i suoi sosia pullulano in ogni dove e qualcuno afferma addirittura che il nostro eroe sia ancora vivo, tra l’altro individuato fra la folla del suo funerale come se stesse cercando di sviare le indagini. Ovviamente si sarà trattato solo di qualche squilibrato che si è rifatto la faccia a immagine e somiglianza del suo mito, magari sbagliando anche le misure del mento. Mito che senza dubbio è stato uno di quelli che hanno colpito il mio immaginario di giovincello, forgiando in parte la mia personalità ambigua, tanto che da piccolo per me Il Mago Di Oz esisteva solo nella versione “all black” in cui Michael interpreta lo spaventapasseri, e per uno come me appena uscito dal mondo dei puffi Thriller era una delle cose più potenti in natura—quell'attacco di drum machine in “Wanna Be Startin' Something”!

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A parte il fatto che Michael parlava al mondo come avrebbe appunto fatto un bambino che non ha nessuna voglia di entrare nel pianeta degli adulti e quindi in qualche modo era UNO DI NOI e noi ugualmente eravamo Michael, Thriller è un classico di quella che si può tranquillamente dire “perfezione inconsapevole” senza età (perché per quanto uno possa studiare un prodotto a tavolino, a questi livelli non ci arrivi mai), saccheggiato da chiunque sia nel pop che nella dance e nell’elettronica (tanto che pare che lo stesso Michael avesse chiesto una collaborazione proprio ai Kraftwerk, per dire quanto il suo mondo fosse connesso a più di una realtà musicale e soprattutto a quella dell’avanguardia pop).

Ma dopo quel disco il nostro ha arrancato fino alla fine dei suoi giorni, per ovvie ragioni: un long playing bestseller del genere che ogni tanto anche oggi rispunta nelle classifiche dei più venduti, un video storico che è stato da poco restaurato in 3D e presentato al festival del cinema di Venezia, un’opera che non accusa momenti di stanca sin dal lontano '82 non poteva che gravare sulle spalle di Jackson come il mondo per Atlante.

Risultato? Che Thriller è ricicciato ancora una volta fuori dal nuovo disco postumo del nostro, ovvero Scream. Fatto uscire per la fine di questo settembre con l’idea di spingerselo per Halloween, è una raccolta di brani più e meno conosciuti di Michael, apparentemente legati da un filo conduttore che è appunto la paura. Poi invece ci sono cose che non c’entrano una minchia, tipo "Leave Me Alone", e allora forse pensi che il fil rouge sia invece solo la paranoia nera, impressione confermata in un certo senso dall’inclusione inaspettata di “Somebody’s Watching Me” di Rockwell, il rampollo del signor Motown, il cui grandissimo successo negli Ottanta fu il classico botto ottenuto ancora una volta a rimorchio di Thriller. Infatti, nella traccia succitata, il ritornello è cantato da un Michael in perfetta forma che, di fatto, salva il pezzo e lo innalza a nuove vette di earworm.

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A ogni modo Scream mi è stato regalato in vinile per il compleanno (4 novembre per l’esattezza), e ho notato subito la grandissima veste grafica, con vinili colorati e trasparenti, copertina deluxe a “scomparsa”, sicuramente con una selezione dei brani poco ortodossa (comprende anche alcuni brani dei Jacksons non proprio ricordati dalla maggior parte della gente), insomma un prodotto curatissimo ma… a cosa serve se non a riempire le tasche dei discografici? Detta così, la deduzione è un'ovvietà. Però è un’operazione strana, tesa più a recuperare delle briciole, se pensiamo al vasto canzoniere inedito del nostro. Un disco nuovo di pacca non avrebbe reso di più? Forse ci aspetta al varco qualche cosa di più grande?

A prescindere da questo, Scream è schizzato comunque nelle classifiche di Billboard al trentatreesimo posto e in tutto il mondo ha raggiunto posizioni lusinghiere. Al che mi sono detto: ma davvero Michael è come un maiale, del quale non si butta via nulla? E soprattutto: è meglio vedere pubblicate sue raccolte più o meno inutili o piuttosto dischi d’inediti finalmente salvati dall’oblio? Quanto si può strizzare la spugna di un artista, specialmente se è deceduto? Preso da questi quesiti, ho deciso di analizzare alcuni dischi postumi di Jackson e capire se davvero valgono la candela e qual è il loro vero valore nella storia: album che—udite udite—a volte erano già postumi quando lui era ancora in vita. Andiamo a incominciare.

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Farewell My Summer Love (1984)

Incredibilmente, Farewell My Summer Love è un disco postumo in vita. Questa mia affermazione apparirebbe opinabile, ma il paradosso è che il disco uscì nell’84, quando Michael era oramai una stella sparata nel cielo, nel cerchio più alto possibile, con Thriller che ancora faceva incetta di record e premi dopo ben tre anni dalla sua uscita. E la Motown, sua vecchia casa discografica, decise ovviamente di farci cassa sopra.

Spuntano così dal nulla dei brani di Michael Jackson dimenticati nei cassetti del lontano '73, per cui, a un certo punto, visti gli arrangiamenti datati e via dicendo, i sedicenti produttori decidono di dargli il lucido e di farlo suonare totalmente Eighties. In parte l’illusione auditiva funziona, nonostante l’evidente lontananza con la produzione superlativa di un Quincy Jones.

L'album raggiungerà posizioni in classifica più che gajarde e la title track diventerà una hit, con pacchi di soldoni rovesciati sul pavimento della Motown, che era già nel pieno della sua fase calante e che nonostante non bissi il successo di Thriller ottiene un’inaspettata boccata d’ossigeno. Un disco che contiene brani in cui non si riesce a riconoscere del tutto il Michael bambino, come se la sua voce si fosse cristallizzata nel tempo, pezzi che ci regalano anche suddivisioni ardite (basti pensare alla semispezzata "Don’t Let It Get You Down"). Per quanto mi riguarda, Farewell My Summer Love è già l’inizio di una lenta evaporazione di Michael Jackson in quanto essere umano, per diventare qualcosa di più—o di meno, a seconda dei punti di vista. Sicuramente da questo disco MJ diventa un’entità, punto. Ma di certo non punto finale.

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Victory (1984)

La genesi di Victory è controversa: disco collettivo dei Jacksons, è l’ultimo a vedere tutti i fratelli insieme allo stesso tempo. Anche qui Michael è presente ma in realtà non c’è fisicamente, è come un ectoplasma. Dà piccole tracce della sua presenza regalando un paio di brani che si barcamenano fra ballatone romantiche e riempipista, s’inserisce nei cori e performa abilmente le voci soliste, ma in realtà è solo un favore ai fratelli (che, come al solito, vogliono sfruttare l’effetto Thriller per i loro comodacci) dando l’impressione che volesse starsene a casa a giocare con la sua scimmietta o semplicemente, appunto, sparire.

Ne approfitta comunque per sperimentare quello che poi sarà il sound di Bad, attraverso quel duetto al fulmicotone rock/synth funk che risponde al nome di "State of Shock", prima scritto per un duetto con Freddie Mercury e poi invece ceduto alla voce sguaiata di Mick Jagger. In quest’articolo che redassi anni fa analizzai meglio la fase epica di questo disco e relativo tour: sta di fatto che i pezzi migliori sono quelli in cui Michael ha un peso specifico, sia come lead singer sia come compositore, anche se probabilmente si tratta di riempitivi che teneva nel cassetto. Questo perché il tiro power funk elettronico, quando c’è lui, è maggiormente centrato su uno svecchiamento del genere stesso, che invece gli altri Jacksons cavalcavano con una certa auto-indulgenza stile Rick James sul viale del tramonto.

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L’inserimento di Steve Porcaro dei Toto, già presente in Thriller e qui deus ex machina di "The Hurt", appunto cofirmato da Micheal, fa avvertire la differenza di stile e d’intenti. Ovviamente le tensioni inevitabili fra i fratelli Jackson saliranno alle stelle, rendendo il disco interessante proprio per queste energie decentrate che suonano come una fresatrice sul nudo ferro. Un disco, se vogliamo, musicalmente fratricida e per questo da ascoltare come la prova estrema di un dead man walking.

This Is It (2009)

Una compilation che purtroppo è la prima vera uscita postuma di Michael e trasuda fallimento da tutti i pori. Vuoi perché non è propriamente un disco d’inediti, vuoi perché sarebbe dovuto essere l’impianto del grandissimo ritorno sulle scene del re del pop, che è stato—ironia nera della sorte—più un ritorno in classifica che altro, dovuto alla sua morte poco prima della realizzazione del progetto.

Quest’aspetto assurdo è importantissimo per analizzare questo disco, che contiene versioni demo di alcuni suoi classici ("Beat It" versione human beat box rimane un picco) e l’unico inedito vero, la solare e catchy "This Is It", pensata e scritta con Paul Anka, che Michael bazzicava e la cui sinergia pur non riuscendo a culminare in un album vero e proprio ci regalerà più tardi (come vedremo) altre perle. Per il resto trattasi di un’accozzaglia di brani a caso che dovrebbero sintetizzare la storia di Jacko e che invece non fanno altro che creare confusione dove già non si capisce un cazzo.

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Sicuramente la cosa più interessante è lo spoken word ecologico/mistico di "Planet Earth", che testualmente era già presente nelle note interne di Dangerous, per quanto nulla aggiunga e nulla tolga al mito di Jackson è qualcosa di indubbiamente singolare nel suo repertorio. Pensate se avesse fatto anche il poeta che sarebbe successo.

Michael (2010)

Ed ecco che improvvisamente arriva il primo vero disco postumo d’inediti: Michael irrompe sulle scene nel 2010, all’inizio provocando stupore e appetito fra i fans e i semplici curiosi, poi con la stessa velocità susciterà indignazione. Perché? Ma perché nei pezzi la voce non sembra di Michael, anzi spesso assomiglia a quella di un imitatore che cerca di mettere le pezze a brani non conclusi, i cui ospiti strombazzati (da 50 Cent a Lenny Kravitz) servono a cucire evidenti lacune in sede di produzione. Questo non impedisce al disco di avere dei momenti clou, come ad esempio "Behind The Mask", cover degli Yellow Magic Orchestra sapientemente riadattata da Michael, roba che ti fa sognare solo per l’accoppiata inaspettata.

C’è da dire che però quest’ambiguità intrinseca del disco (chi canta veramente? Chi l’ha davvero prodotto? Ci fanno o ci sono? È frode o no?) ci porta al centrale concetto di sosia che è inscindibile dall’epopea di Michael. Lui, sosia di se stesso, con delle fattezze quasi di fabbrica, per quale motivo non potrebbe avere una o più voci artefatte o imitate da altri fino a perdere i confini fra la verità e il totale delirio megalomane? Il disco ha questo d’interessante, che non ha importanza se canti lui o meno, l’importante è l’intenzione e l’adesione all’attitudine “immortalista” del nostro, l’idea di lui. Un discorso postumanista, certo, ma indiscutibilmente all’avanguardia, che va addirittura oltre il suo creatore o quello che dovrebbe rappresentare. Una specie di mandala formato album in cui l’essenza di Michael letteralmente si dissolve per rimanere comunque, come sabbia fra le dita, così come la musica ivi contenuta: inutile ma essenziale.

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XSCAPE (2014)

Per il sottoscritto l’uscita di XSCAPE è stata una gradita sorpresa, giacché è probabilmente il disco d’inediti postumo più fico del lotto e anche il più credibile. C’è una visione della musica di Jackson portata nel futuro, un processo di scandagliamento delle grandi potenzialità innovative in questi pezzi, così come il riconoscimento che anche i brani più di merda in realtà Michael li pensava per una nuova generazione di alieni quale lui era. Pensiamo a Invincible, l’ultimo atto ufficiale: non era forse una specie di marchingegno autechriano, che forse piacerebbe a un Bloom? Cito da un mio articolo sui dischi postumi pubblicato anni fa da L’Ultimo Uomo:

In XSCAPE invece alla produzione ci sono principalmente Timbaland e Rodney Jerkins, il collaboratore preferito dell’ultima ora. Entrambi fanno un lavorone, svecchiando i suoni delle demo raccolte fra il 1984 e il 2001 (che potete ascoltare nella versione deluxe) e dandogli una pasta tale che davvero si stenta a credere che il nostro sia morto. Forse in effetti ci prende tutti per il culo, si è fatto una plastica facciale definitiva ed è andato a vivere a Lugano (XSCAPE campeggia sulla copertina con un font che sembra trasformare la parola in un italianissimo “Xsempre”). I suoni vanno dalla roba neopassatista stile nuovi Daft Punk ("Love Never Felt So Good", hit incredibile con Paul Anka come coautore) all’rnb più minimale e sintetico, con i suggestivi snap di dita da lui in qualche modo sdoganati, che oramai replicano anche i cani.

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Se vogliamo credere alla morte di Michael ovviamente il nostro non l’avrebbe prodotto così e possiamo considerarlo un "discomix", ma non è neanche detto. Fondamentalmente avendo passato l’ultimo periodo della sua vita a estremizzare tutti i suoi concetti e a indurire i suoni (incentrati sul ritmo, sulla percussione acre, sull’idea di un “eternal human beatbox”), insomma ad andare contro quello che il music biz si aspettava da lui, una marcia indietro verso Michael istintuale che produce solo hit pop e nient’altro era possibilissima. L’operazione This Is It, che sarebbe partita a ridosso della sua “scomparsa”, alla fine verteva proprio sul suo ritorno al pop vero e proprio non certo ai deliri dark di Invincible. E quest’album fotografa più di una verità ben precisa: 1 - che in lui c’è un equilibrio innato fra l’ansia di sperimentare e i ganci pop, freschi come non mai anche quando le tematiche sono pese; 2 - che il mondo dell’rnb ha saccheggiato i suoi demo, a giudicare dalla terrificante attualità dei pezzi, e parlo di pezzi nella loro interezza, non solo di suoni. Roba tipo che si diverte a plagiare gli America cambiando la struttura di "Horse With No Name" rendendola una "canzone-campionamento" cosa che in concreto oramai è sdoganata ma all’epoca della demo un po’ meno.

Quello che emerge da questi solchi è l’incredibile minimalismo armonico/melodico, la sintesi perfetta che da secoli tutti i nomi da classifica cercano di eguagliare: lui si prendeva anche la briga di scartare o mettere da parte per una revisione futura, perfezionista com’era lasciava decantare la musica. Se fosse ufficialmente vivo ‘sto disco sarebbe salutato come il nuovo Thriller, appunto con i metri critici che salutano favorevolmente i recuperi riattualizzati. Che oggi vanno sì tanto per la maggiore, ma spesso sono osannati a cazzo di cane se non per vera e propria pigrizia: in questo caso i brani sono delle scosse di defibrillatore che davvero resuscitano i morti (se mi passate la frase). Brani di pancia, schegge dritte come fusi senza troppe quisquilie cerebrali di mezzo per cui ritengo impossibile errare nel dargli un giudizio positivo.

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Anche oggi a distanza di tre anni dalla sua uscita la penso allo stesso modo, anzi forse ne penso meglio. È senza dubbio l’ultimo capolavoro di Michael Jackson quando non ci speravamo più.

Scream (2017)

E quindi arriviamo all’ultima grande truffa del pop, questa raccolta che di per sé dovrebbe far storcere il naso già per la bieca operazione commerciale legata a Halloween. Poi però, in effetti, ascolti il disco e l’idea sembra quasi interessante, ti ci appassioni—soprattutto perché in mezzo alle hit ci sono brani minori ai quali è dato forse il giusto risalto (vedi "Threatened", una volta nell’ostico e quasi inascoltabile Invincible, ma mai cacata più di tanto).

Più che altro è un disco pensato per utilizzarlo nei DJ set delle feste di compleanno, non certo per l’ascolto in sé, che alla fine ti passa subito la voglia. Ma almeno "Scream", la title track incisa in coppia con la sorella Janet, trova nuovo splendore in questo 2017 rispetto all’epoca del monumentale HIStory del 95, quando era probabilmente troppo hi tech e dura per poter essere un vero grimaldello delle piste da ballo.

Come già detto sopra, la sorpresa più gradita è la presenza di "Somebody’s Watching Me" di Rockwell, in cui una semplice linea vocale di Michael all’epoca dell’uscita (1983) confuse le idee a tutti lasciando pensare che proprio Jackson fosse l’autore del pezzo. Invece anche lì era un fantasma, che appariva di sbieco e faceva presto perdere le sue tracce. Ovviamente, a parte la trovata dolcetto o scherzetto, questa compilation ce la ritroveremo sicuramente in classifica a Natale, quando il consumatore medio si dirà: che gli regalo a questo? Ah sì, Michael Jackson che vince sempre bene. Tanto se vogliamo versioni alternative dei pezzi o qualcosa di più bizzarro basta andare su YouTube, con i classici non si rischia la figuraccia.

Ma il punto è proprio questo: alla fine di questa veloce analisi delle opere postume di Michael siamo sicuri che i classici siano davvero inattaccabili? Non sarà che invece proprio dalle imperfezioni delle demo, dai brani cuciti a metà, dalla fragilità di un pezzo appena abbozzato o di un brano minore rivitalizzato con la droga delle nuove tecnologie noi possiamo avere il vero Michael Jackson? La follia del genio con tutta la sua sregolatezza, un po’ come un Barrett R&B: laddove quest’ultimo rimaneva un’ora a cantare su un accordo e una sola nota, l’altro invece continua imperterrito a fare la stessa batteria con la bocca e a tramutarla in pattern di drum machine per un numero imprecisato di tracce.

Ecco, tutto questo non lo vediamo nei dischi del periodo d’oro, dove l’insieme era talmente calibrato che alla fine sembrava davvero prodotto in una camera iperbarica. No, qui invece vediamo la vita vera che, ahimè, prima o poi addà fini’. Perciò mi aspetto una petizione per pubblicare tutti questi brani inediti, solo allora il nostro Michael avrà una degna sepoltura nelle nostre orecchie. Perché se vi ostinate a fare raccolte, cari discografici, almeno prima seminate, che quest’atteggiamento veramente "makes me wanna Scream".

Demented è su Twitter: @DementedThement

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