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inchiesta

Abbiamo cercato di capire se l'esercito nelle strade serve davvero a qualcosa

Si chiama "Operazione Strade Sicure" e dura da quasi 10 anni. Ma funziona davvero?

di Matteo Civillini
04 marzo 2016, 10:20am

Foto via Facebook/Esercito Italiano

Il 4 agosto del 2008, otto anni fa, i militari dell'Esercito venivano schierati per la prima volta nelle strade e nelle piazze di 38 importanti città italiane, con un compito preciso: presidiare centinaia di obiettivi sensibili e pattugliare il territorio.

Nasceva così l'operazione Strade Sicure, una "misura straordinaria" pensata dal terzo governo Berlusconi per combattere la criminalità e garantire maggiore sicurezza ai cittadini.

I militari non hanno il potere di arrestare direttamente una persona che sospettano di aver commesso un reato, ma la possono semplicemente segnalare alle forze dell'ordine. Per superare questo ostacolo, gli ideatori di Strade Sicure hanno creato pattuglie miste, in cui al fianco di militari si trovano anche agenti di polizia o carabinieri.

Sarebbe dovuto essere "un esperimento di sei mesi, rinnovabile una sola volta" — come prometteva l'allora Ministro della Difesa Ignazio La Russa.

Otto anni più tardi però, dopo numerose proroghe e altrettante polemiche, gli uomini e le donne in tuta mimetica sono ancora al loro posto.

La 'militarizzazione' delle città - come la definiscono i suoi detrattori - non è mai terminata. Da una situazione di emergenza temporanea, la presenza dell'Esercito è diventata la normalità.

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Il numero di soldati impiegati nella maxioperazione di sicurezza è oscillato nel corso degli anni: i 4.250 militari schierati all'inizio furono 'tagliati' a 3.000 nel 2014, in previsione di una riduzione graduale.

L'idea è stata però abbandonata nel 2015, quando la nuova proroga di Strade Sicure all'indomani degli attentati terroristici di Parigi riportò nelle città italiane 4.800 soldati — il numero più alto dal lancio dell'operazione.

Per finanziare la nuova estensione del programma il Governo decise di decurtare di 3,5 milioni di euro dal fondo per i servizi dei richiedenti asilo.

Nella città di Napoli sono 157 i militari attivi nell'ambito di Strade Sicure. Nel febbraio 2016, il Ministero dell'Interno Angelino Alfano ha spedito a Napoli un nuovo reggimento di 250 soldati, con la missione di arginare la recente escalation di violenza provocata nel capoluogo partenopeo dalle guerre di camorra. "Dobbiamo fare stare zitte le pistole e mandare i soldati," aveva dichiarato Alfano a SkyTg24.

A otto anni dall'avvio dell'operazione, però, rimangono molti dubbi sulla sua efficacia. Soprattutto visti i costi molto elevati e i risultati non sempre chiari.

Costi e benefici: un'analisi

Dopo avere spulciato i vari decreti legge con i quali è stato prorogata, VICE News ha potuto quantificare il peso di Strade Sicure sulla spesa pubblica.

Da giugno 2008 alla fine del 2015 sono stati spesi 477,6 milioni di euro, di cui 449,6 milioni per i soldati dell'Esercito e 28 milioni per le forze di polizia ordinaria che li accompagnano nei presidi locali.

Un ulteriore finanziamento di 83 milioni di euro per l'anno corrente è stato inserito nell'ultima legge di stabilità, approvata dal parlamento lo scorso 22 dicembre.

Foto via Pagina Facebook ufficiale dell'Esercito Italiano

Denunce di reato in aumento: è un buon segno?

Ogni anno il Ministero della Difesa rende pubblici i risultati dell'Operazione Strade Sicure, presentando alla stampa e i cittadini un bilancio all'apparenza sempre positivo.

Grazie all'operato dei militari, tra il 2008 e l'agosto del 2015 sono state arrestate 14.700 persone ed effettuati più di tre milioni di controlli a persone o mezzi. L'operazione avrebbe poi portato al sequestro di 12.500 automezzi, 670 armi e oltre 2 tonnellate di sostanze stupefacenti.

Si tratta però di dati estemporanei che, non avendo un reale metro di paragone, non indicano con chiarezza il successo - o il fallimento - dell'iniziativa.

Per cercare di avere un quadro più preciso dell'evoluzione della criminalità nelle città di Strade Sicure, VICE News ha analizzato il numero di delitti denunciati all'autorità giudiziaria da parte di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza nei tre centri urbani in cui è stato dispiegato il maggior numero di soldati: Milano, Roma e Napoli.

Tra il 2010 e il 2014 - l'unico periodo per cui i dati sono disponibili - in tutte e tre le città il numero di crimini denunciati dalle forze dell'ordine è complessivamente aumentato.

Si tratta di un fattore positivo, conseguenza diretta dell'aumento dei controlli sul territorio, oppure al contrario è il segno di un possibile fallimento dell'operazione — sintomo che, nonostante migliaia di militari, si commettono sempre più crimini?

Difficile dirlo. VICE News ha cercato di contattare più voltesia il Ministero della Difesa, sia il Ministero dell'Interno; entrambe le istituzioni tuttavia non sono state in grado di fornire una risposta in tempo utile per la pubblicazione dell'articolo.

La situazione a Roma, Napoli e Milano

Come detto, il numero complessivo di reati denunciati dalle autorità è andato aumentando.

Andando a mettere la lente d'ingrandimento sui singoli reati nelle grandi città finite sotto la nostra lente di ingrandimento, tuttavia, la situazione appare più variegata.

Per quanto riguarda le denunce di furto, la tendenza è stabile: sono aumentate sia a Roma (+21 per cento) che a Milano (+16 per cento) che a Napoli (+10 per cento). Il 'primato' va alla città di Milano, dove ogni anno le autorità segnalano oltre 7.800 casi di furto.

A Roma, le denunce per sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione sono rimaste pressoché invariate; a Napoli si sono praticamente dimezzate; a Milano, dopo una crescita iniziale, sono crollate vertiginosamente, a cavallo tra il 2013 e il 2014.

A Napoli e Milano, le denunce per reati di droga hanno seguito l'andamento di quelle relative alla prostituzione, diminuendo sostanzialmente nel corso degli anni. A Roma, invece, è andata in netta controtendenza: le autorità competenti hanno depositato il 44 per cento di denunce in più.

Sicurezza reale o percepita?

Ma la forza ispiratrice di Strade Sicure guardava ben oltre la possbilità di ridurre l'incidenza di qualche specifico reato.

Il vero obiettivo era infatti quello di creare uno scenario in cui, grazie alla presenza di uomini in divisa mimetica agli angoli delle strade, i cittadini si sarebbero sentiti più protetti.

"C'è una richiesta forte da parte dei cittadini di migliore controllo del territorio, di migliore sicurezza," diceva infatti La Russa all'annuncio del lancio di Strade Sicure nel 2008. "Soprattutto di poter avvertire che lo Stato garantisce con la sua presenza una condizione di vita migliore."

Una questione non solo di reale sicurezza, quindi, ma prima ancora di percezione di sicurezza.

Dati alla mano, sembra proprio quest'obiettivo a non essere stato raggiunto.

Da quando l'esercito è sceso per strada, infatti, i cittadini italiani si sentono paradossalmente meno sicuri. In tutta Italia, ma anche e soprattutto nelle grandi città protagoniste dell'operazione militare.

Lo dicono i dati dell'ISTAT, che periodicamente chiede alle famiglie italiane quanto considerino la zona in cui vivono 'a rischio di criminalità'. Ecco i risultati:

Nel 2008 solo il 39,8 per cento dei residenti nelle zone centrali delle aree metropolitane - quelle maggiormente toccate dall'esperimento di La Russa - riteneva il proprio quartiere ad alto rischio di criminalità.

Dal lancio di Strade Sicure, però, il numero di cittadini che si sentono meno sicuri è lievitato senza sosta. Nel 2011 il dato aveva già raggiunto quota 46,1 per cento, per poi salire ulteriormente e assestarsi al 58,8 per cento nel 2015.

I dati raccolti nelle periferie delle grandi città confermano questo trend. Se otto anni fa il 26,6 per cento degli intervistati non si sentiva sicuro nel proprio quartiere, nel 2015 quel numero è salito fino al 48,7 per cento.

Secondo Daniele Tissone, segretario generale della Silp-Cgil, il sindacato dei lavoratori di polizia, i soldi investiti in Strade Sicure non sono stati altro che "un costo inutile per un'iniziativa di facciata."

"Lo definirei uno spot di chi fa vedere che si interessa al problema della sicurezza senza però risolverlo," sostiene Tissone, intervistato da VICE News. "L'impiego dei militari è una mera soluzione tampone che rinvia i problemi, senza costruire una risposta strutturale."

Tissone lamenta che, mentre centinaia di milioni di euro sono stati riversati in quest'operazione, le risorse totali per le forze dell'ordine sono rimaste sempre molto limitate.

"Nonostante le promesse c'è ancora una scarsità cronica di mezzi e dotazioni," continua il segretario. "La questione della sicurezza si risolve dando le giuste risorse alle forze di polizia, potenziando i presidi ordinari a difesa e controllo del territorio."

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Nel 2013 la Corte dei Conti esaminò Strade Sicure per valutare se fondi pubblici fossero stati spesi correttamente.

Anche se la valutazione complessiva fu positiva. Tuttavia, i giudici contabili bocciarono la decisione di impiegare i soldati nelle pattuglie miste con gli agenti di Carabinieri e Polizia.

Consigliando di "ripensare questa parte dell'operazione", la Corte scriveva che "può essere considerata relativa l'efficacia dell'attribuzione alle Forze armate di compiti di perlustrazione e pattuglia."

L'appello è però caduto nel vuoto e così, ad oggi, i militari continuano a pattugliare le strade delle città italiane — esattamente come lo facevano otto anni fa.


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Foto nell'articolo dalla pagina Facebook dell'Esercito Italiano.

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