Con ‘Ira’, Iosonouncane vuole allargare i confini del nostro mondo

Il nuovo disco di Iosonouncane, ‘Ira’, è un disco epico, un’opera densissima e un manifesto politico. Ce lo siamo fatto raccontare dal suo autore.

21 maggio 2021, 1:15pm

Ira, il nuovo disco di Iosonouncane uscito venerdì dopo una lunghissima attesa, può lasciare disorientati. Esonda, è incontenibile, è in grado di rompere ogni rassicurante argine dato da categorie e definizioni. Siamo lontanissimi dalla cruda ironia dell'esordio di oltre un decennio fa La macarena su Roma, ma ci troviamo in territori molto diversi anche rispetto a Die, uno dei dischi più sorprendenti usciti negli ultimi anni, in grado di mettere insieme riferimenti alla musica d'autore italiana e sperimentazione senza limiti.

Qui lo scenario si allarga ancora di più: Ira è un disco che dura quasi due ore, con 17 tracce in cui confluiscono elettronica, rock, noise, jazz, prog, musica popolare, ritmi tradizionali del Maghreb. In Ira l'influenza del cantautorato italiano ormai è scomparsa, dissolta. La lingua di questo disco è una sorta di criptico esperanto, in cui si fondono italiano, arabo, inglese, francese, tedesco, spagnolo, in cui i livelli di lettura e di ascolto sono stratificati, complessi, impossibili da cogliere in un unico sguardo.

La copertina di 'Ira', cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify.

La band che ha lavorato su ‘Ira’ di Iosonouncane

“Per un intero anno abbiamo ri-registrato i brani, modificando gli arrangiamenti, cambiando la struttura di alcuni brani, escludendo dei pezzi o scrivendone di nuovi.”

Una delle cose più colpisce nel nuovo album, pubblicato da Trovarobato (a fianco di Iosonouncane fin dal primo disco) insieme a Numero Uno, è la dimensione corale, il lavoro a tutto campo svolto da una vera e propria band, che ormai accompagna Jacopo Incani da diversi anni. Oltre al compositore originario di Buggerru, a Ira hanno partecipato Mariagiulia Degli Amori, Serena Locci, Simona Norato, Simone Cavina, Francesco Bolognini, Amedeo Perri.

“Ho iniziato a lavorare al disco nel 2016, appena terminato il tour di Die,” mi racconta Jacopo Incani al telefono. “Ho pensato che avrei voluto fare il seguente album con la band che mi aveva accompagnato in tour, ampliando la vocalità all'interno della band, abbandonando l'idea della mia unica voce solista. Si sono aggiunte due musiciste con determinate caratteristiche vocali ma anche strumentiste, una percussionista e una tastierista. Abbiamo cominciato a fare delle sessioni di prova, improvvisando, e poi su bozze che già avevo e su pezzi di Die. Su tutto ciò io ho poi composto il disco, a partire dalla caratteristiche dei musicisti di questa band di sette elementi. Il lavoro ha abbracciato alcuni anni: le prime bozze risalgono all'autunno del 2016, mentre abbiamo chiuso il mixaggio nel marzo dell'anno scorso.”

Iosonouncane, foto di Silvia Cesari

La band si è inizialmente ritirata in uno studio sulle colline in Toscana, per una prima sessione di registrazioni durata tre settimane, poi il lavoro si è spostato a Bologna, al Vacuum Studio del produttore Bruno Germano, all'opera già ai tempi di Die. “Per un intero anno abbiamo ri-registrato i brani, modificando gli arrangiamenti, cambiando la struttura di alcuni brani, escludendo dei pezzi o scrivendone di nuovi. A volte non ero convinto di alcuni suoni e abbiamo continuato a provare fino a trovare il suono che stavo cercando,” spiega Jacopo. “È stato un lavoro veramente totalizzante, che ci ha coinvolti tutti e ha richiesto una grandissima dedizione nei confronti del lavoro. La mia enorme fortuna è stata quella di aver trovato delle persone che, oltre ad essere dei musicisti straordinari, sono delle persone che hanno capito immediatamente l'idea che avevo in mente e hanno dato tutto per questo disco.”

Quella della band è la dimensione più naturale per Jacopo Incani, nonostante sia diventato conosciuto con il suo progetto solista. “Io ho sempre suonato con altre persone, fin dall'adolescenza,” racconta. “Con la mia band storica, gli Adharma, ci siamo trasferiti insieme a Bologna per suonare. Poi il gruppo si è sciolto e io mi sono ritrovato a dover fare questa cosa da solo. All'inizio non è stato per niente facile, ho dovuto mettere alla prova la mia capacità di sviluppare qualcosa da solo. Il primo disco e tutti quegli anni di centinaia di concerti sono stati caratterizzati da un'autarchia che era dettata dalle necessità.”

Tornare a fare musica insieme ad altre persone è stata un passaggio desiderato, appena le circostanze lo hanno reso possibile. “Questa fase autarchica è finita nel momento in cui, dopo qualche mese dall'uscita di Die, ho avuto la possibilità di andare in tour con una band. Questo accade nel momento in cui, banalmente, i cachet te lo permettono. Ho ritrovato così il divertimento del suonare insieme ad altri. In questo disco, io fin dal principio ho chiesto a ognuno di suonare in un modo completamente al di fuori del loro modo abituale di suonare. Per ognuno di noi è stata una cosa nuova, ognuno si è scoperto diverso. Ci siamo ritrovati a vivere insieme un'esperienza fondamentale, che ci ha legati profondamente.”

Il significato di ‘Ira’

“Questo senso di estraneità, di smarrimento, di solitudine, è una condizioni propria dell'essere umano, che non appartiene solo al migrante.”

Ira è il racconto di una moltitudine in viaggio,” risponde in modo un po' enigmatico Iosonouncane, riprendendo le scarse righe di spiegazione presenti nel comunicato stampa, quando gli chiedo di che cosa parla il disco. Ma ha senso. Diremmo che questo è un album in grado di evocare mondi, migrazioni, spostamenti, popoli in cammino, la tragedia di chi muore attraversando il Mediterraneo, la violenza dei confini che mutano nel tempo e non si possono che attraversare, lo spaesamento, la perdita della propria lingua e il tentativo di comunicare, in qualche forma, con chi ci troviamo di fronte una volta che siamo del tutto sradicati. “Ho lavorato su un archetipo,” aggiunge Jacopo, “perché la moltitudine in viaggio è una figura archetipica, che fa parte dell'essere umano da sempre. Sono condizioni proprie dell'uomo, quella del viaggio, dell'allontanarsi dal luogo in cui è nato, l'attraversare terre inesplorate, del tentare una comunicazione con donne e uomini che non conosce. È una narrazione che ritroviamo nella letteratura greca così come guardando il telegiornale. Questo senso di estraneità, di smarrimento, di solitudine, è una condizioni propria dell'essere umano, che non appartiene solo al migrante.”

Iosonouncane, foto di Silvia Cesari

Tutto ciò, a livello musicale, si esprime attraverso la cura di ogni dettaglio, in cui ogni scelta di composizione, mixaggio, voci, testi, esprime in modo unico la complessità e la stratificazione di un'umanità in movimento, di un mondo immenso, ricco, spaventoso e bellissimo. “La narrazione,” precisa Jacopo, “è affidata a ogni elemento del disco, dalla scelta lessicale, al trattamento delle voci, alla dinamica, al sound generale che è ricco di basse frequenze, cosa anomala in un'epoca in cui i dischi vengono bilanciati sulle frequenze medio alte per essere efficaci anche ascoltandole dalle casse degli smartphone.”

In Die, attraverso alcuni testi come la poesia Sei la terra e la morte di Pavese e le composizioni di Manlio Massole, poeta minatore compaesano di Jacopo Incani, veniva raccontata la storia di un uomo in mezzo al mare e di una donna che lo aspettava sulla terraferma, in qualche modo anche lì l'esplorare uno stereotipo. Anche in Ira ci sono alcuni riferimenti letterari molto presenti. “Avevo già idea di scrivere così,” racconta, “e sono andato alla ricerca di materiale di questo tipo. Mi sono soffermato su due testi in particolare: Finnegans Wake di James Joyce, la cosa più vicina a quello che stavo sviluppando per quanto riguarda la forma, e The Waste Land di Eliot, per quanto riguarda il sentimento, alcune immagini e sensazioni, l'uso di certi simboli.”

‘Ira’ di Iosonouncane: un album politico

“Io credo che l'arte sia comunque sempre politica, perché l'arte è un lavoro sul linguaggio e lavorare sul linguaggio significa lavorare sulla realtà, sulla forma che proviamo a dare al mondo.”

È come se nel disco attraverso la musica prendesse forma un inconscio collettivo, trovando una voce, una possibilità di esprimersi. “Una delle cose che volevo fare era cercare di creare una sorta di lessico apolide, che mettesse in scena una profonda distanza da se stessi attraverso un'architettura di simboli che fosse collettiva. Per come scrivo io, è più facile ottenere questo tipo di risultati scrivendo istintivamente, lavorando su immagini che non ho da spiegare, necessariamente. Credo che l'ambizione maggiore per un autore sia quella di realizzare dei lavori che siano ben oltre la sua capacità di spiegarli, ben oltre il suo controllo.”

L'idea di lavorare in un modo così radicale, l'intento di spingersi in territori così profondi e sconosciuti, fa parte di una precisa idea del ruolo che un artista può avere nella società, un'idea che ha anche un fondamentale significato politico. 

“Io credo che l'arte sia comunque sempre politica, perché l'arte è un lavoro sul linguaggio e lavorare sul linguaggio significa lavorare sulla realtà, sulla forma che proviamo a dare al mondo. Creare una narrazione del mondo vuol dire creare il mondo, dato che il mondo è la percezione di esso, è la narrazione del mondo che viviamo: il mondo è limitato dalla nostra narrazione. Un'opera d'arte ha la grandissima possibilità di ridefinire i contorni e gli orizzonti di un'esistenza. Le opere che ci hanno cambiato di più sono quelle che ci hanno fatto capire che il mondo era ben più grande rispetto a quello che noi pensavamo fosse, o che ci hanno offerto una prospettiva inedita su noi stessi. L'arte può fare questa cosa qua. E questa è un'operazione inevitabilmente politica.”

​Iosonouncane, foto di Silvia Cesari

Il valore politico di un disco come Ira passa da ogni singola scelta compositiva, dai testi in diverse lingue e volutamente ermetici, al lavoro su ogni singolo suono, pattern ritmico, sul mixaggio lontanissimo dalla maggior parte di quello che viene registrato oggi. “Abbiamo voluto collocare la voce in uno spazio sonoro differente rispetto a quello in cui si tende ormai a collocarla abitualmente, cioè chiara, lampante, davanti a tutto, assolutamente comprensibile anche a un primo ascolto disattento. Questo è un disco politico perché afferma una cosa che trovo sia di assoluta e vitale importanza, e cioè che la comunicazione non è solo quell'atto che permette di veicolare un messaggio senza fraintendimenti. Quella è un'idea commerciale della comunicazione. A me interessa dire invece che l'uomo, il mondo, la realtà, la storia, sono molto più di questo. E questa è un'operazione inevitabilmente politica, perché assolutamente contraria a quelle che oggi sono le leggi del mercato.”

Il successo di Iosonouncane e il tour di ‘Ira’

“Credo che la cosa peggiore che potrebbe mai accadermi sarebbe avere un singolo di successo.”

Questa consapevolezza riguardo ogni singolo aspetto del suo lavoro ha avuto, evidentemente, effetti molto positivi su un pubblico stanco di progetti musicali tutti uguali tra loro e con davvero poco di interessante da dire. 

La prova sono gli oltre 7mila biglietti venduti pochi giorni dopo l'annuncio del tour nei teatri, in cui la band avrebbe suonato Ira dall'inizio alla fine (senza che del disco nessuno avesse ancora ascoltato una nota). La tournée teatrale, inizialmente prevista per la primavera del 2020, è stata rimandata al 2022. L'estate vedrà invece Iosonouncane tornare sul palco per alcune date: sul palco saranno solo in tre, con un set prevalentemente elettronico, in cui verranno suonati solo alcuni brani di Ira e parte del materiale di Die.

​Iosonouncane, foto di Silvia Cesari

“Questa attenzione mi fa un piacere enorme. Io in tutti in questi anni mi sono limitato a fare l'unica cosa che un musicista possa fare: suonare. La mia esposizione mediatica è sempre stata bassissima, i grandi network radiofonici non hanno mai passato i miei brani, in televisione non sono praticamente mai andato. Il mio pubblico però è cresciuto esponenzialmente, e solo sulla base di queste premesse. È una cosa che mi inorgoglisce tantissimo.”

Nonostante l'apparente silenzio social, Iosonouncane non si è mai fermato. Se a riempire la distanza discografica tra Die e Ira c'è stato solo la pubblicazione in autunno del singolo inedito Novembre insieme alla cover di Vedrai, vedrai di Luigi Tenco, Jacopo Incani ha nel frattempo lavorato come produttore discografico, ha realizzato sonorizzazioni e colonne sonore per film documentari, è stato in tour con il musicista sardo Paolo Angeli, con cui ha fatto un tour di improvvisazione di decine di date. “Il progetto è cresciuto molto in termini di attenzione da parte delle persone. Ed è una cosa anomala, perché viviamo in un'epoca in cui sembra si debba essere costantemente presenti per non essere dimenticati. Io mi sono sempre comportato in maniera opposta. Ci sono quando ho qualcosa da dire e se non sto dicendo nulla significa che sto lavorando. Non ho fatto nessuno sforzo promozionale per far sì che il numero dei paganti ai miei concerti passasse dall'essere di 30 persone a 1500. Questa cosa mi rende orgoglioso. Spero che chi mi segue lo faccia perché interessato al percorso che sto facendo. E basta. Credo che la cosa peggiore che potrebbe mai accadermi sarebbe avere un singolo di successo, ecco.”

Marco scrive di musica per Il Manifesto, D di Repubblica e Noisey. Seguilo su Twitter e Instagram.

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